Cinque regole per scrivere bene

5 regole per scrivere bene (o almeno in maniera decente)

Che sia la propria pagina facebook o quella di una qualche testata, le regole per scrivere decentemente sono sempre quelle. Tante, forse, ma tutte molto semplici. Noi, dall’alto della nostra più che decennale esperienza, ne abbiamo selezionate cinque. 

Scrivere. Scrivere, Scrivere. Quanto è bello scrivere, esprimere le proprie idee e titillare il proprio ego davanti a una potenziale platea. Perché questo è lo scrivere di oggi, o almeno per una buona parte. Bisogna farci l’abitudine, pure io me la sono fatta, anche se con questo lavoro ci vivo da oltre un decennio e ancora mi sento un coglione se mi definiscono giornalista.

Ma lasciamo perdere i miei problemi e i soldi spesi per lisciare la psicologa. Parliamo di scrivere. 

Tutti, come detto, oggi scrivono. Tutti bramano poter dire la loro e fanno bene: perché esprimersi liberamente è un toccasana per la mente e, oggi, si può fare più facilmente che in passato. In più, il web offre platee potenzialmente sterminate: i social con la loro infinita libertà, i siti (come questo, del resto) che si mettono online con solo un centinaio di euro all’anno e un’anticchia di conoscenza informatica. E poi ci sono gli editori, quelli che ormai ti aprono le porte dei loro giornali (web, ma anche no) a patto che il tuo lavoro costi poco più di gratis. 
Insomma, oggi tutti possono esprimersi più facilmente. Il problema è che pochi sanno come farlo. E, senza addentrarci in questioni sociologicamente più gravi, a livello stilistico è un bel problema. 
Anzi, come dice sempre un mio caro amico, è un cazzo di casino

Per dare dignità a un pezzo, a uno stato o a una didascalia di instagram non serve molto. Non serve il talento, quello lasciamolo a chi lo ha davvero. Non serve il mestiere, quello che si impara in anni di ripetizioni di gesti, in mesi e mesi di visto si stampi, di riletture, di correzioni di bozze. Non serve nemmeno un corso di scrittura, o quella forma contrattuale ormai estinta: il praticantato.
Il mio primo editore, un ciccione completamente pazzo, dotato di una boria commisurata al peso ma inversamente proporzionale a talento e meriti, mi fece a suo tempo una testa così sulla celeberrima regola delle “cinque W”. Ebbene, fidatevi, per scrivere qualcosa che abbia un minimo di dignità non serve nemmeno quella. Le regole di scrittura, così come uno stile personale, verranno dopo assieme al talento, se c’è.

Prima di scrivere pezzi belli, bisogna saperne scrivere di decenti.

E per scrivere qualcosa che sia decente, l’unica soluzione possibile è mettere cura in quello che si fa. Del resto, ci vuole poco per interiorizzarla, la cura. Si tratta di applicare qualche piccolo passaggio da interporre tra le vostre dita e il tasto invio.

Andiamo a incominciare: ecco le nostre cinque regoline per ragazzi che non sanno scrivere bene (semi cit.)

  1. Pianificare – Scrivere vuol dire andare dal punto A al punto Z. Lo puoi fare da giornalista, con una linea retta, oppure da scrittore/creativo/bloggerSuperFigo, slalomeggiando tra i paletti che ti portano, appunto, dalla A alla Z. In ogni caso, ci vuole un progetto: dovete sapere di cosa state scrivendo. Formare un’idea dentro la testa e cercare di attenervi a essa. Il mio primo caporedattore mi diede un consiglio, che utilizzo ancora oggi: buttare giù una scaletta. Non ci vuole molto, basta avere ben chiara la A, la Z, poi una E e una R.  Tradotto: servono un inizio, una fine e, nel mezzo, due punti che volete toccare e che di solito coincidono con le basi del vostro teorema. Tracciate quelli, meglio su un pezzo di carta, e poi iniziate a scrivere.
  2. Togliere – A meno che non siate dei talenti cristallini, la prima cosa che avrete partorito, anche con una scaletta iper dettagliata, sarà zeppa di concetti, il più delle volte ridondanti. Tornando alla metafora dell’alfabeto, il vostro pezzo probabilmente conterrà una A, due C, tre R e magari manco una Z (io sono tutt’ora un maestro nel non concludere). Con la vostra scaletta sottomano, guardate cosa manca e cosa abbonda.  E di conseguenza aggiustate il tiro.
  3. Immedesimarsi nell’ultimo dei coglioni – Cosa vuol dire? Semplice, una volta finito di scrivere, rileggete il testo e mettetevi nei panni di uno che ci capiterà per caso, senza strumenti per capire. Siete stati abbastanza chiari? Il più delle volte no, ve lo garantisco. E la cosa bella è che la fumosità di una prima stesura, al 90% non è data dal concetto espresso, ma da una banale mancanza di analisi logica. Scrivere non vuol dire trascrivere ciò che si pensa, scrivere vuol dire “vestire” i propri pensieri e renderli più belli, più chiari, più fruibili. E proprio come nell’abbigliamento ci sono delle regole base: mutande sotto ai pantaloni, giacca sopra la camicia. La regola più importante dello scrivere? La linguistica la chiama SVO: è l’ordine della frase in soggetto, verbo e oggetto. Può sembrare limitante soprattutto se avete velleità creative, ma credetemi è un passaggio fondamentale: prendete il vostro scritto e riducete ogni frase a un soggetto, un verbo e un oggetto, cioè la forma più chiara che potrete mai ottenere. Partite poi da questo e sbizzarritevi a complicarvi la vita, se lo volete.  Sembrerà persino più facile.
  4. Leggere a voce alta – Le virgole sono delle grandissime puttane, ma anche delle alleate preziose. Questo segno di interpunzione ha molteplici funzioni (tra le altre: divisione tra preposizione principale e secondaria, connessione logica tra preposizioni indipendenti) e spesso, modifica profondamente il senso della frase. Scrivendo di getto tendiamo a mettere le virgole ad ogni respiro, un po’ per darci una pausa mentale e un po’ per riordinare le idee ancora nella nostra mente in attesa di finire sul foglio. Il modo migliore per capire se abbiamo messo una virgola a cazzo di cane è leggere a voce alta. Se il testo ha ritmo, ve ne accorgerete subito. Se invece assomiglia alle frasette dei primi navigatori TomTom, allora c’è qualcosa che non va.
  5. Rileggere ogni singola, fottutissima, maledetta parola – Nel cinema  la sospensione dell’incredulità, la capacità del fruitore di sospendere il suo giudizio di critica, è fondamentale. Lo è anche nella letteratura.  Questo “accordo” tra fruitore e regista/scrittore è il patto artistico più affascinante che ci sia, è lì che si annida tutta la meraviglia di un’opera artistica. Ma è anche il più fragile, si sgretola con poco portando con sé tutto il senso dell’opera. In un film, il patto può essere rotto da un blooper, un evidente errore di montaggio. In qualcosa di scritto, invece, il patto può essere spazzato via dai refusi.  Ne basta uno solo per demolire persino la validità del pezzo più bello mai scritto. Perché l’errore grafico, nella testa di chi legge, si trasforma automaticamente in una macchia del tuo pensiero, in una crepa nella tua credibilità. Per cui, datemi retta, se volete che al vostro pezzo venga dato il peso che si merita, rileggete. Mollate il vostro lavoro lì per cinque minuti, fatevi un caffè, e poi rileggete.  Un trick facile? Eccolo. Poniamo che vi piaccia scrivere su Word. Bene, finite, fate copia-incolla sull’editor di Google Drive e rileggete. Poi salvate nel corpo di una mail e rileggete. Poi, ancora, esportate in pdf e rileggete. Infine, se ancora non siete convinti e ve ne sbattete degli alberi, dei panda imbranati e del WWF, stampate tutto e poi rileggete. Insomma, cambiate strumento e rileggete: non avete idea di quante cagate riuscirete ancora a trovare.

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.