Pillole di Australian Open 2015

1/02
Ha vinto il più forte. Nonostante la volèe di diritto da registrare e diversi cali di tensione, anche in finale Novak Djokovic ha dimostrato di meritare la posizione di numero 1 della classifica mondiale. Eppure la partita con Andy Murray è parsa per larghi tratti scorrere lentamente su un equilibrio sottilissimo. I primi due set si sono conclusi al tie break, uno per parte. Sono stati set estenuanti, in cui il servizio ha inciso poco: entrambi hanno perso tante volte il turno di battuta e non si contavano le palle break. D’altronde c’era da aspettarselo: si sono affrontati i due migliori ribattitori del circuito. Ciò che è parso evidente dopo i primi 150 minuti di gioco è che entrambi hanno dato il meglio quando si son trovati sotto nel punteggio. Una piacevole novità sono state le discese a rete: Djokovic e Murray hanno provato la sortita in avanti una settantina di volte ciascuno. Lo scozzese ha pagato continuamente una seconda di servizio tropo fiacca; il serbo ha, spesso, tardato a prendere l’iniziativa, contrariamente alle sue abitudini. Il match ha toccato i livelli più alti sul 5-5 del secondo set, allorquando ogni punto risultava gustoso, divertente, spettacolare. Si badi bene, sia prima sia dopo non è stata una partita esaltante. Lo snervante equilibrio si è rotto nel terzo set. Break Murrey e poi due break in direzione opposta: Nole toccava con mano la coppa. E si aggiudicava a zero il quarto set. Da sottolineare che anche con Wawrinka in semifinale Nole ha vinto l’ultimo set a zero. Vorrà pur dire qualcosa. Ed esattamente che il tipo di tennis di Djokovic esaurisce mentalmente e fisicamente l’avversario, anche quando è d’alto livello. A Nole la gloria: 7-6, 6-7, 6-3, 6-0.

Mi permetto, infine, di segnalare un aspetto interessante, messo in evidenza dai superbi commentatori di eurosport tv (compreso un iper-critico Adriano Panatta, che ogni mezzora ricordava i suoi tempi delle racchette di legno). I giocatori professionisti tendono a non guardare la posizione dell’avversario prima di tirare il colpo, tendono a concentrarsi solamente sull’esecuzione del proprio gesto. Trovo questa conclusione azzeccata ed interessante.

Con questo vi saluto, anche a nome del deluso fan della polacca, per gli Australian Open è tutto. Alla prossima!
Mec

31/01
Serena Williams vs Maria Sharapova, la finale tra la numero uno e la numero due, quella che in teoria è la migliore conclusione per un torneo. Poi con la rivalità tanto sbandierata tra le due… che tanto rivalità non è, visto che dopo averla sorpresa un paio di volte, nel lontano 2004, Maria non l’ha più spuntata. Dunque una rivalità zoppa, vissuta, male, solo dalla russa. Io non sono per nulla un amante dell’urlatrice folle, ma, per sfatare la diceria di una Williams imbattibile, quasi avrei preferito una Sharapova vincitrice. O almeno in partita. Diciamo che sono stato esaudito a metà. La vincitrice è stata quella annunciata, il secondo set si è rivelato combattuto.
Mettiamoci nei panni della produttrice di caramelle siberiana, scendere in campo sapendo di non avere quasi nessuna possibilità non è facile. Tutte ne hanno poche con Serena in finale, ma Maria forse subisce di più la cosa: ma come, io che voglio essere la numero uno non riesco a venirne a capo? Quanto orgoglio ferito. Così, il primo seti rispecchia la situazione per filo e per segno. Sharapova ha portato a casa anche un break, ma ha finito per perdere in modo netto 6-3. Il momento più adrenalinico del parziale è stata la chiusura del tetto per pioggia sul 3-2 e servizio Williams 30-30. Ma l’americana è tornata in campo con lo stesso piglio, servendo alla grande e non subendo il colpo di inizio gioco dell’altra. Cosa annotare? Serena nettamente superiore, Sharapova tesa e bambini in ginocchio per asciugare il campo: altri modi, con tanta tecnologia, non c’è proprio?
Nel secondo set la partita si è alzata di livello, la siberiana ha cominciato ha lasciare andare colpi proporzionati alle urla e quindi i punti si sono fatti più combattuti e interessanti. Set senza break, una rarità in campo femminile. Alla fine, tranne una palla break concessa, Williams teneva i propri giochi al servizio con facilità, mentre Sharapova faceva una fatica boia. Solo la tigna di livello assoluto sfoggiata dalla russa l’ha tenuta in partita. Da questo punto di vista, al di là di quanto poco possa apprezzare il suo gioco, le riconosco un attaccamento alle partite davvero unico nel suo accanimento. Si arriva al tie-break, il cui esito non poteva essere diverso: 7-5 Williams. Troppa fatica da parte di Masha sui propri servizi per non mollare il colpo.
Annotazioni sparse, a caso. Sharapova tira forte, tanto forte, e tanto centrale. Ha una costruzione del punto che consiste in questo: io ti tiro legnate, vediamo cosa riesci a fare. In questo caso aveva di fronte una ragazzona robusta, con i colpi non meno potenti, ma con gli angoli più spiccati. Insomma, fare a pallate con la Williams non è una grande idea. Di contro pare saper fare solo quello e, quando i colpi le entrano, sa indubbiamente far male. Tra l’altro si è portata a casa tre punti su altrettante palle corte, ma davvero l’articolo non le interessa? Certo, giocarle sui fendenti dell’americana non è facile, ma qualche volta, come non fosse lei, potrebbe mostrare che oltre le randellate c’è di più.
Williams serve bene, in tutte le salse con l’aggiunta di una potenza ben poco femminile. Inoltre serve benissimo quando ce n’è bisogno. La russa ha tentato per tutta la partita di anticipare il movimento in risposta, ci può stare, ma il rischio di non vederla può essere reiterato. Sul macth point Williams si è vista annullare un ace da un nastro impercettibile; cosa fa? Ne spara un altro.
Nella lotta di c’mon Serena è caduta in un punto disturbato per averlo anticipato. Il punto conquistato successivamente l’ha vista teatralmente accennarne uno in silenzio: è la numero uno anche in questo.
agafan

30/01
Pare proprio che questo anno sia difficile vedere una partita divertente nella seconda settimana degli Australian Open. Anche l’attesa semifinale fra Novak Djokovic e Stanislas Wawrinka ha deluso le aspettative, specie alla luce delle battaglie avvincenti a cui i due hanno dato vita negli anni scorsi a Melbourne. Pure in questa occasione, la partita si è decisa al quinto, ma in modalità differenti rispetto al passato. Il primo set si conclude al tie break, giocato male dallo svizzero, che risulta scarico, poco grintoso. Nel secondo set, dopo aver annullato due palle break nel gioco d’apertura, Wawrinka capitalizza al meglio l’unica occasione fornitagli da Djokovic e porta a casa il secondo set (6-3). La partita non decolla, si rimane su livelli mediocri. Stan picchia forte da fondo campo senza per carità avvicinarsi alla rete, mentre dall’altra parte Nole corre come un pazzo a destra e sinistra, un paio di metri fuori dalla linea di fondo campo. Tattica che risulterà alla fine vincente. I servizi cominciano a vacillare e fioccano le palle break. Dopo aver reciprocamente conquistato il servizio dell’avversario, l’elvetico, sul 4-5 e 40-15, commette un doppio fallo e poi regala gioco e set al suo contendente. Nel quarto set succede di tutto, sempre in una sorta di basso profilo. Nole va 2-0 per poi restituire il favore all’antagonista, giocando un terzo gioco da dimenticare. Stan sul 3-3 va sotto 0-40 (con due doppi falli da sinistra), ma annulla le possibilità di break con un diritto vincente e una volèe smorzata sotto rete definita da Adriano Panatta, in cronaca, il colpo del torneo. Lo svizzero quindi si salva, conquista un altro break e vince il set 6-4. Il quinto set si apre con una palla break per Wawrinka: occasione non sfruttata e resa di schianto, definitiva, in qualche modo prevedibile. Passa Djokovic 7-6, 3-6. 6-4. 4-6, 6-0. Insomma non un match memorabile, entrambi non al meglio del loro tennis. Se Murray ha visto la partita in tv, non si sarà di certo spaventato.
Mec

29/01
La prima semifinale maschile a Melbourne ha evidenziato la differenza che c’è fra un fuoriclasse ed un ottimo tennista: la testa. Così Andy Murray ha avuto la meglio su un lanciatissimo Thomas Berdych, che veniva dalla netta vittoria su Rafael Nadal. Il ceco si è presentato convinto dei propri mezzi e molto aggressivo negli scambi. Questo suo tentativo d’evoluzione prevede la frequentazione molto più assidua della rete al fine di capitalizzare al massimo le sue doti balistiche al servizio e da fondo campo. Un piccolo saggio dei suoi limiti emotivi lo ha dimostrato già nel primo set: dopo aver conquistato il servizio di Murray, ha immediatamente restituito il favore allo scozzese, fino ad allora parso in notevole difficoltà. Il primo set, all’insegna dell’equilibrio, si conclude al tie break, che Berdych porta a casa con il punteggio di 8-6. La partita, di fatto, termina qui. Il ceco esce di scena con un calo di concentrazione che chi gioca a tennis, anche a livelli amatoriali, conosce bene. Si tratta di quei momenti in cui neppure le gambe si muovono regolarmente, in cui tutto il corpo diventa pesante. Il ceco perde 6-0 il secondo set, 6-3 il terzo e tenta di rientrare in partita, in parte riuscendoci, nel quarto. Dove però cede di schianto nel finale, cedendo il servizio con un game disastroso condito (ancora una volta) da un doppio fallo. Murray chiude la partita (7-5) con un ace tenendo a zero l’ultimo turno di servizio. In sintesi, tranne nel primo set dove si sono apprezzate le sue potenziali qualità, nel resto del match abbiamo visto il solito Berdych perdente, un giocatore incompiuto al quale trema il braccio nei momenti decisivi. Quando è sotto nel punteggio fa una gran fatica a mettere la prima palla in campo. Lo scozzese, dal canto suo, ha eseguito alla perfezione il suo compito, giocando spensierato e mettendo in risalto per l’ennesima volta le qualità del suo gioco in difesa.

Ad orari improbabili per il Vecchio Continente, e quindi nessuno di noi le ha viste, si sono disputate le due semifinali femminili, terminate secondo pronostico: Maria Sharapova ha battuto Ekaterina Makarova 6-3, 6-2 e Serena Williams ha avuto la meglio su Madison Keys 7-6, 6-2. Sarà una finale coi fiocchi e terminerà senza ombra di dubbio in tre set. Corro a scommettere.
Mec

28/01
E’ piovuto persino qualche fischio dalle tribune nel finale di partita per Milos Raonic, lo sbarbino canadese che ha mancato un’altra prova di maturità contro Novak Djokovic nei quarti di finale. Beninteso, nessuno si aspettava che potesse passare il turno. Ma, quanto meno, era lecito attendersi qualcosa in più da Raonic, meno errori gratuiti, più pressione in risposta. Personalmente un paio di settimane fa ho visto in tv la finale che ha giocato e perso d’un soffio contro Federer a Brisbane: lì ha tirato i colpi a tutta con l’adeguata grinta e determinazione. Stavolta il canadese non ha fatto altro che aggrapparsi al servizio. E contro il miglior ribattitore al mondo non è il massimo come strategia. Vabbé, Nole è superbo, non vedo come possa non vincere questi Australian Open. Oddio, in semifinale lo attende Stan Wawrinka, che nella notte ha avuto vita facile contro Kei Nishikori (6-3, 6-4, 7-6): i due, negli ultimi anni, specie qui a Melbourne, hanno dato vita a battaglie epiche ed oltremodo spettacolari. E poi Wawrinka è pur sempre il campione uscente.
Tornando al match di questa mattina, sembrava quasi che Raonic fosse abbattuto, demoralizzato, visto che sin dal primo gioco ha dovuto concedere palle break al numero uno del mondo. Una novità se si considera che durante il torneo, fin qui, aveva perso il servizio solamente due volte. Con il servizio, è riuscito a trascinare il set al tie break. Dopo averlo perso, nel secondo set ha subito ceduto il servizio, mentre nel terzo set la resa è stata definitiva (7-6, 6-4, 6-2). Il team di Riccardo Piatti e Ivan Ljubicic, allenatori di Raonic, devono rendere l’allievo un giocatore d’attacco, con il servizio che si ritrova non ha senso che palleggi da fondo campo, a maggior ragione essendo dotato anche di un gran diritto. Può stare più tranquillo Boris Becker, allenatore di Nole. Così goffo in tribuna, sembra un cartone animato, non ha granché da lavorare con un giocatore così. A sto punto preferivo il precedente coach, Marian Vajda: avevo fatto l’abitudine a quella faccia sempre incazzata nell’angolo di Djokovic.
Mec

28/01
Venus Williams contro Madison Keys, cronaca di un matcth mai nato, ma lottato nonostante le due contendenti. L’attesa di uno scambio che andasse oltre qualche colpo è stata snervante, la resistenza al sonno messa a dura prova. La favola della vecchia leonessa si ferma di fronte ad una partita brutta, che la giovane rampante ha fatto sua tutto sommato con merito, ed il merito è stato quello di condurre, nel bene e nel male, il gioco. Nella carrellata di errori che ci hanno fornito entrambe, Keys ha riequilibrato le statistiche con un numero nettamente superiore di vincenti. Madison ha sbagliato tanto, ma per la usuale follia di voler fare buchi sul campo sempre e comunque; Williams ha sbagliato per la follia di non riuscire a metterla di là. La Venere nera è sembrata scarica, non solo incapace di contenere i proiettili provenienti dall’altra parte, ma anche di giocare quando possibile.
Il primo set è iniziato all’insegna della mascolinità, legato ai servizi fino al 3-3. Poi è arrivato il break della Keys, che a quel punto ha iniziato a tenerla in campo non dando più scampo all’avversaria.
Il secondo set ha visto l’esplosione dell’incontinenza dei colpi di Madison, che sul 4-1 per l’avversaria si avvaleva del medical timeout per infortunio alla coscia sinistra. Rientrata in campo rientra pure nel punteggio fino al 4-4, per poi cedere 6-4.
Il terzo set infine recupera in femminilità, regalandoci il carosello di break e controbreak che solo le donne sono in grado di inventarsi. Sul 5-4 Keys teneva finalmente il servizio e portava a casa il 6-4.
Cosa dire? Avremmo tutti voluto vedere un’ultima semifinale slam tra le sorelle (non resterò sveglio a vedere il quarto successivo, ma non ho perso completamente la lucidità che impone di pronosticare la vittoria di Serena), ma se Venus si fosse presentata in una giornata come quella odierna non l’avrebbe salvata nemmeno la pietà parentale.
agafan

27/01
Da qualche giorno il mio amico Fabio mi suggerisce di dare un’occhiata a Nick Kyrgios, giovane promessa australiana dal tennis, a suo avviso, esplosivo. Il quarto di finale con Andy Murray mi è sembrata una buona occasione per osservare per la prima volta questo emergente. Non posso nascondere la delusione per un giovanissimo tennista con l’atteggiamento e l’aspetto di un calciatore, ovvero quanto di più offensivo per un amante del tennis! Al di là dell’estetica, ho visto un picchiatore dai fondamentali potenti, ma impacciato nella corsa in avanti e senza una definita strategia di gioco. La partita è stata però utile per riscoprire un talento autentico, cristallino, quello di Murray. Efficace a servizio, ha sfoderato un tennis sempre vario, prima spingendo specie con quel suo chirurgico rovescio, poi rallentando con il back e le palle corte: variazioni che hanno fatto impazzire Kyrgios, che urlava, imprecava. Per non parlare della difesa e dei recuperi: Murray in questa fase di gioco non ha rivali (se non un Nadal o un Djokovic in formissima). La ciliegina sulla torta preparata dallo scozzese sono due pallonetti dal coefficiente di difficoltà elevatissimo nei momenti decisivi del tie break del secondo set. Per lo scriteriato australiano dal cognome greco, una lezione di tennis (6-3, 7-6, 6-3).

In semifinale Murray affronterà Thomas Berdych, che dopo 17 sconfitte consecutive è riuscito finalmente a battere Rafa Nadal, annientandolo 6-2, 6-0, 7-6.
Mec

27/01
Giornata nera per il sottoscritto. In mattinata, senza che potessi buttare l’occhio, Aga ha ceduto alla Venere nera: meglio a lei che a qualche sassaiola pallida, non resto indifferente al possibile ultimo ritorno di fiamma della più femminile tra le Williams. Allora spero in Simona Halep, che sa darmi quella sensazione di assistere ad un tennis intelligente. La sfida era contro Ekaterina Makarova: fattibile.
Però è stato evidente che la rumena avesse impegni improcrastinabili per la giornata, decidendo così di inviare in campo la propria controfigura, non selezionandola neppure tra quelle di prima fascia. Così la russa vinceva facile 6-4 / 6-0.
La sensazione era che alla Halep bastasse alzare l’asticella di poche tacche per ricomporre la frattura, ma proprio non ne aveva. Nel primo set ha insistito sul rovescio mancino, colpo migliore dell’avversaria, sperando di aprirsi il campo, ma Makarova ha giocato puntualmente bene i colpi. Del secondo parziale inutile parlare, un disastro su tutta la linea. In quattro occasioni la rumena ha giocato palle corte portando a casa il punto e mettendo in evidenza la macchinosità nei movimenti della spilungona al di là della rete. Ma tutto qui, sono stati gli unici segnali di attività cerebrale nel tennis di Simona.
Halep fallosissima, inconsistente e poco lucida, tutto quello che non è; Makarova solida e continua, tutto quello che non è, e potente, quel che è. Mettiamoci poi che Halep ha servito male e risposto orridamente e di peggio non era immaginabile. A margine notiamo come la russa sbraitasse ad ogni colpo sbagliato; mentre la rumena, di solito verbosa anche a sproposito, non si scuoteva nemmeno di fronte ai peggiori scempi perpetrati.

Non rimarrò in piedi ad assistere alla partita degli sponsor tra le bionde: l’urlatrice folle e la bimba Twilight, non sono in vena di onanismo notturno. Se dovessi scegliere preferirei vedere andare avanti Bouchard rispetto a Sharapova. Ma so già che la russa oggi non abdicherà.
agafan

26/01
Il giudizio superficiale è pecca da cui guardarsi bene, oltre che pericolosa miccia per innescare azioni non intelligenti. Da non confondere con l’impressione «a pelle», che è frutto del puro istinto animale che pensieri e società intendono annacquare e ci riescono bene. Così, dopo i primi due set in cui i punti conquistati da Gilles Muller nei turni di servizio di Novak Djokovic si potevano contare sulle dita di una mano (letteralmente), la figura del ragazzone proveniente dal paradiso fiscale Lussemburgo mi sembrava patetica. Eppure per il numero uno del mondo non è stato così facile conquistare i due break decisivi per portare in cascina i primi due set (6-4, 7-5). Nel quinto gioco del terzo set, però, Muller tirava la testa fuori dal sacco e si procurava ben 5 palle break su servizio di Nole. Nonostante la mancata trasformazione di queste opportunità, la partita saliva di livello in maniera spettacolare e si susseguivano i colpi di fioretto, da parte di due mani molto educate. Muller è un giocatore di volo di ottima fattura, con servizio efficace e vario ma carente da fondo campo, dove praticamente palleggia salvo tirare a tutto braccio il lungolinea di diritto. Il terzo set è appannaggio di Nole (7-5) dopo un break conquistato grazie ad un passante terrificante giocato in equilibrio precario. Bene, molto bene Djokovic, che ora dovrà bacchettare nei quarti il nuovo anti-tennis, Milos Raonic, che ha avuto nel frattempo la meglio, dopo una lunga maratona, dell’esperto Feliciano Lopez.
Mec

26/01
Ottavo di finale tra Victoria Azarenka e Dominika Cibulková portato a casa da quest’ultima. Mi viene da riassumere così: primo round alla slovacca, secondo round alla bielorussa e terzo ancora slovacco per abbattimento fisico dell’avversaria. Mi sono anche detto che se il terzo set fosse stato aggiudicato in base ai decibel prodotti, Cibulková non avrebbe avuto scampo, se invece avessero tenuto conto delle stranezze, avrebbe avuto gioco facile con il suo annusare le palline.
L’incontro si è svolto dunque secondo copione, con le contendenti a menare fendenti a più non posso cercando di sfondare l’avversaria. Poco male, non ci si aspettava nulla di diverso. Primo set 6-2 per Cibulková, con Azarenka in sua completa balìa, incapace di opporre resistenza alle sassate che venivano fiondate nella sua metà campo. Eppure aveva cominciato con un promettente 2-0, per sviluppare però una resa assoluta nei sei giochi successivi.
Cambio di set e ribaltamento della situazione, con Azarenka che chiude 6-3. Risultato scaturito sì da un’accresciuta efficacia dei colpi di Victoria, ma anche da una percentuale di errori maggiore della slovacca.
Il terzo parziale, in equilibrio fino al 3-3, ha visto infine prevalere Cibulková per resa fisica dell’avversaria: insomma Azarenka non ne aveva più.
Così, tra una Cibulkova esultante in modo oltremodo rabbioso su ogni punto conquistato e una Azarenka verbosa con chiappa sinistra tenuta in vista dall’abitino, hanno prevalso i cazzotti della più bassa.
Annotiamo come siano stati fondamentali i lungolinea e i contropiede della slovacca; e come la bielorussa abbia tentato qualche centellinata discesa a rete, per lo più con risultati discutibili, ma apprezziamo la volontà di sporcare un minimo con le suole la zona del servizio.
agafan

25/01
Eugenie Bouchard ha superato Irina-Camelia Begu facendo di tutto per complicarsi la vita. Con l’edulcorato incitamento della curva sud, composta da adolescenti, la canadese risolve la pratica primo set in 24 minuti. Il forcing schematico della ragazzetta non lasciava nessuno scampo ad una rumena spenta. Io cosa faccio? Cado nel solito errore: la vince facile.
Invece, dopo essere giunta sul 3-0 e servizio Genie spegne la luce ed inizia a non vedere più il campo. Di contro non è che la luce si sia accesa nella Begu: una faceva di tutto per non vincerla e l’altra non ci stava, voleva fargliela vincere ad ogni costo. Hanno dato così vita ad una partita brutta e noiosa (chissà se esistono le partite brutte e non noiose), con la rumena che alla fine cede e viene costretta a vincere il secondo set 7-5.
Ma il terzo set, conclusosi 6-2 per Bouchard, rimette le vicende sui binari cari a sponsor e brufolosi appassionati. A Genie è bastato alzare un minimo il livello del gioco per tenere a distanza una Begu mai in palla, concedendoci una partita al limite dell’accettabile.
Insomma, a parte le difficoltà che si è andata a cercare, Bouchard ha fatto valere il suo livello superiore, mentre Begu si è arresa fin dagli spogliatoi, ritrovandosi per le mani un set non desiderato.
Ultima nota: la canadese ha servito male, nel proseguo del torneo non incontrerà altre giocatrici che sbaglieranno tante risposte sulle seconde.
agafan

24/01
Più si va avanti col torneo, meno possibilità ci sono di scegliersi le partite da vedere in tv. Così stamattina mi è toccato il match fra Novak Djokovic e Fernando Verdasco. Oddio, in teoria c’erano tutte le potenzialità per godersi un match spettacolare qualora il mancino spagnolo si fosse ritrovato in giornata di grazia. Ma ciò accade sempre meno col passare degli anni e, francamente, Nole è un autentico fuoriclasse. Preparazione fisica eccezionale, non muscolare ma elastica, e tenuta mentale ancora più impressionante. Lui sì che potrebbe tenere delle sedute di psicoanalisi per insegnare ai pazienti a rimanere nel presente. Nel primo set Verdasco si salva soprattutto col servizio, annullando tante palle break e trascinando Nole sul 6-6. In vantaggio di un mini break, lo spagnolo commette un doppio fallo e finisce per perdere il tie break 10-8. Quando rientro a casa alla sera finisco di guardare la registrazione della partita, immaginando che sarebbe stata a senso unico. Così è stato. Djokovic decide di ingranare seriamente col servizio e chiude facilmente il match 6-3, 6-4. Nel secondo set, Verdasco avrebbe pure tre palle consecutive del contro-break sul punteggio di 2 a 0 per Djokovic; ma ecco che il serbo piazza tre aces centrali consecutivi e risale da 0-40. Ecco quello a cui mi riferivo quando poco su ho scritto di tenuta mentale. E’ nettamente il favorito per la vittoria finale.
Mec

24/01
Mi scuso ma, anche se l’incontro tra Camila Giorgi e Venus Williams non era privo spunti interessanti, il tifo è tifo e quindi mi sono buttato su Agnieszka Radwańska e Varvara Lepchenko. Un primo set da 6-0 secco per la polacca, che non ha incontrato davvero nessuna resistenza da parte dell’avversaria, rimasta irretita senza capire come perché dove. Semplicemente in balìa di un’intelligenza superiore
A fine parziale la statunitense naturalizzata ha chiamato il medical time out, non per problemi muscolari, forse per il caldo, oppure per farsi spiegare cosa stava succedendo.
Al rientro in campo Aga ha provato a mettersi in difficoltà, commettendo errori per lei insospettabili, in particolare quello sul match point con servizio. Lepchenko ha ringraziato, anche se sospetto fosse un ulteriore modo di disorientarla. Questo dubbio deve aver assalito anche la statunitense quando si è apprestata a servire per andare al tie break, finendo per buttarle tutte fuori: magari, questa della polacca, è una tattica che richiede tempo, ma ha funzionato. Così, con una deliziosa smorzata Aga ha chiuso 7-5.
Nel primo set la polacca ha servito particolarmente bene, se solo mantenesse quel livello le cose si farebbero interessanti.

Poi mi sono spostato sull’altro campo, in tempo per vedere la Giorgi servire per il match sul 5-4 del secondo set e sprecare tutto fino a perdere al tie break. Nel terzo Venus ha gioco facile fino al 6-1 finale.
Qualcuno vuole comunicare alla Giorgi che le palline non sono vive e quindi il suo sadismo non riuscirà a trovare soddisfazione? Ognuno è libero di leggere il gioco del tennis come crede, ma francamente passando da Radwańska a Giorgi sembra di assistere ad un altro sport, e da che parte stia l’intelligenza tennistica non ci sono dubbi. Nessuno mette in dubbio le qualità di Camila, spara palline come proiettili, si muove velocemente per il campo, ottimo. Però, benedetta ragazza non più alle prime armi, che senso ha quello che fai? Picchiare come un’ossessa su qualunque cosa passi nella tua metà campo, senza un minimo piano tattico, priva di una lettura, fosse anche rozza, delle situazioni.
Eh ma lei sa giocare solo così. Va bene, allora non serve stare lì ad analizzare le partite. Dal momento in cui ha servito per il match ha puntato i giudici di linea o la parte bassa della rete, senza disdegnare l’insistita ricerca del doppio fallo. Così si perde, punto. Tanto più che Venus era in forma, correndo senza risparmio e mollando fendenti.
agafan

23/01
Lo shock è duro da mandare giù. Come per milioni di appassionati di tennis, anche per me oggi la giornata comincia male, con l’eliminazione di Roger Federer ad opera del più antipatico degli atleti italiani in gara a Melbourne, Andreas Seppi. A questo punto, avrei preferito che a mandarlo a casa ci avesse pensato il più sanguigno e talentuoso Simone Bolelli. Ma tant’è.
Fortunatamente il fuso orario mi ha impedito di vedere questo sciagurato match, concentrandomi più tardi sul terzo turno fra Kevin Anderson e Richard Gasquet. Il sudafricano è più avanti in classifica rispetto al gioiellino francese e proprio guardando questa partita si spiega il perché. Gasquet è l’esempio nel tennis dell’espressione proverbiale “Dio dà il pane a chi non ha denti”. Ora, al di là del penoso scaricabarile del terreno sul divino, è incredibile come un giocatore dotato di cotanto talento stia a ribattere, passivo, due metri oltre la linea di fondo, i colpi dell’avversario. È il discorso sentito mille volte a proposito di Gasquet. Che si è confermato stamattina in tutta la sua involuzione. Al cospetto di Anderson solido, dal braccio di legno, incapace di lavorare la palla ma abilissimo nel sfornare senza soluzione di continuità colpi piatti, violenti, efficaci. E ottimi servizi. Se a questo schema facilmente immaginabile si aggiungono i 4 set point e le tante palle break non trasformate da Gasquet, ecco che viene fuori il 6-4, 7-6, 7-6 con il quale lo spilungone creolo approda agli ottavi di finale.

Vi devo l’esito della pasta all’avocado: attenzione, non solo è molto gustosa e piacevolmente densa, ma è anche una soluzione semplice, ideale per chi non ha voglia di sprecare tempo ai fornelli. Per due persone un paio di avocado, dai quali estrarrete facilmente la polpa aiutandovi con cucchiaino; alla polpa aggiungerete olio, sale, limone e pepe nero in quantità che non vi imporrò. Farete infine saltare in padella questa salsa insieme alla pasta già scolata.
Mec

23/01
Non è per campanilismo che mi sono buttato sull’incontro di Sara Errani, è per la predilezione che ho per il tennis femminile. Così ho preferito seguire l’italiana rispetto all’improbabile eterno erede di Federer, Grigor Dimitrov.
Errani ha perso al terzo set, 6-4 / 4-6 / 3-6, contro Yanina Wickmayer. Il tema è stato molto lineare: la ragazzona belga piazzata a colpire come un’ossessa e l’italiana a rimandare di là come meglio riusciva, e non riusciva gran che bene. Lo schema aveva due possibili sbocchi per Sara: essere presa a pallate o assistere alle sparacchiate dell’avversaria. Il primo set ha visto lo svolgimento della seconda ipotesi, gli altri due quello opposto. Chiusa lì, la differenza di peso della palla non ammetteva appelli. Non è venuto fuori un grande incontro, che è stato vinto da chi comunque l’ha avuto sempre in mano, nel bene e nel male.
So bene che parlare del gioco di Errani porta a facilissime ironie, qualcuno lo considera ai confini del tennis. Però non è nemmeno colpa sua se si ritrova a certi livelli. Come neppure la si può rimproverare se, come nel primo set, si trova ad affrontare un’avversaria che sbaglia come fosse una perversione in cui credere. Il primo parziale ha visto una Wickmayer muoversi in campo come un carro armato, e anche da ferma riusciva a spararla ovunque tranne che in campo, producendosi inoltre in grossolane giocate ai limiti dello scherzo. Eppure ha totalizzato quattro game. È vero, ma perché Errani, che già ha poche armi nel suo arsenale minimalista, non ha sfoderato nemmeno quelle. Poi, dopo aver avuto l’occasione, ad inizio secondo set, di portarsi sul 3-0 con doppio break, l’italiana ha alzato una lenta, ma inesorabile, bandiera bianca. La belga ha iniziato ad orientarsi rispetto alle linee del campo e a muoversi meno peggio ed il gioco è finito.
In tutto ciò, mi piace sottolineare una palla corta in risposta e successivo pallonetto uscito non di molto dell’Errani, riconosciamole un momento di grossolana genialità.
agafan

22/01
La partita più attesa della giornata era quella fra due ex numeri 1 del tabellone femminile: la mia favorita per la vittoria del torneo Caroline Wozniacki contro Victoria Azarenka, al rientro dopo un lungo infortunio che l’ha ricacciata molto indietro nel ranking. Purtroppo (o per fortuna) le ex si dimostrano sempre inferiori alle aspettative: sarà la gloria del passato che influenza il nostro giudizio. Così le due giocatrici hanno dato vita ad una partita mediocre, per demerito soprattutto della Wozniacki, che si è limitata a rimandare la pallina dall’altra parte della rete. Guardando in maniera patetica il suo angolo quasi ad ogni punto preso. Più motivata e aggressiva la Azarenka che, nonostante qualche errore di troppo nel primo set (ma il suo saldo vincenti/errori non forzati alla fine sarà positivo), ha dominato l’incontro: 6-4, 6-2. Per lei solite volèe orribili e servizio che ancora non è quello di prima, ma grandissima incisività da fondo campo. Da dimenticare il vestitino giallo fosforescente di Vika, color pallina da tennis che, com’è stato fatto notare, dovrebbe essere vietato.
Contemporaneamente, in campo maschile il polacco Janowicz superava, dopo una prevedibile maratona, il francese Monfils: 6-4, 1-6, 6-7, 6-3, 6-3. Una lotta fra due dei giocatori più discontinui in attività ad ottimi livelli, capaci di giocate altamente spettacolari ma anche di regali e cali di tensione clamorosi. Stavolta più generoso, in termini di concessioni, è stato l’aitante francese, mentre l’emergente Janowicz sbagliava sempre meno col passare dei giochi e portava meritatamente a casa la partita a suon di vincenti e mozzafiato discese a rete.
Per il resto nessuna sorpresa, probabilmente la migliore giornata, fin qui, per gli scommettitori. Devono ancora scendere in campo Raonic e Stosur contro avversari ampiamente alla loro portata. Non me ne vogliate, non vedrò i match di chiusura giornata. Troppo allettante l’invito a pranzo ricevuto: pasta all’avocado, un inedito per me. Ma sapevate che gli alberi di avocado sono molto grandi e da decenni questo frutto apparentemente esotico si produce nelle zone pianeggianti di Calabria? Vi farò sapere sulla strana accoppiata culinaria.
Mec

22/01
Se non fossi stato tifoso, come la mia firma fa intuire, mi sarei sintonizzato sul secondo canale di Eurosport per guardare Venus Williams. Però, visti gli orari impossibili, non sono proprio riuscito a non gustarmi Agnieszka Radwańska. L’avversaria, Johanna Larsson, non è stata certo un banco di prova, liquidata 6-0 6-1 in tre quarti d’ora. Aga ha dato fondo un po’ a tutto il repertorio, sbagliando praticamente nulla e concedendosi qualche colpo di pregio. La svedese, dal canto suo, non ha potuto fare molto, ma nemmeno ha voluto: partita battuta nella sua testa, non ha mai inciso, anche quando ne aveva la possibilità, e ha sbagliato quanto più poteva. Il dubbio è che avesse lasciato aperto il rubinetto della doccia puntato sull’acqua calda.
Qualche bello scambio abbiamo potuto godercelo, utile però solo a far fare bella figura alla polacca. Radwańska, la donna che fa il punto a due all’ora: se prendesse la pallina in mano e la appoggiasse dall’altra parte del campo a piacimento non cambierebbe nulla.
agafan

21/01
Mi inserisco bruscamente in questo spazio in una giornata in cui, a Melbourne, Nadal, Sharapova e Federer hanno letteralmente visto i fantasmi dell’eliminazione al secondo turno. Lo spagnolo, in pessime condizioni fisiche, ha disputato una maratona di poco più di 4 ore. Masha ha annullato 2 match point a Panova ed ha vinto solo grazie al braccino della connazionale degno di un circolo di periferia (beninteso, con grande rispetto, visto che sono gli unici circoli che frequento). Infine Re Roger per un’oretta è rimasto in balia di un redivivo Bolelli prima di prenderne le misure; buoni segnali per Simone. Dopo aver appreso queste notizie lampo, ed aver ascoltato distrattamente l’intervista ad un Nadal stravolto, mentre assaporo un piatto un po’ pesantuccio di riso e fagioli, assisto al match di chiusura della giornata. Simona Halep frapposta alla Gajdosova (di cui non ricordo il nome, mi si perdoni). Il primo punto del match lascia chiarissime indicazioni sul proseguo della partita: l’australiana sotterra un facile schiaffo al volo di diritto, poi subisce il break. Ha gioco facile la Halep, tonica fisicamente e con uno dei più solidi rovesci del circuito. Quando sul 2-5, nel primo set, la Gajdosova cade rovinosamente a terra su un cambio di direzione piuttosto semplice, ho capito che non c’era alcuna speranza per i tifosi di casa. Passa la rumena con un duplice 6-2 e accede al terzo turno. Al quarto dovrebbe asfaltare Sara Errani, se la nostra connazionale riuscirà a contenere i colpi, pare molto violenti, della belga Wickmayer, che non mi è nuova.
Mec

21/01
Roberta Vinci ha due meriti, uno sui generis, l’altro indubitabile: piace molto esteticamente al mio amico Stefano, il gioco di volo non è uno spauracchio. Di fronte Ekaterina Makarova, tennista in questo momento superiore, quindi nessuno stupore per la sua vittoria.
Eppure oggi non era impossibile, quantomeno l’italiana avrebbe potuto verificare più a fondo la tenuta della russa, che l’ha sconfitta in due set. In entrambi i parziali Roberta è partita bene, per poi sciogliersi al sole australiano. Makarova ha colpi più incisivi, quindi già di per sé la questione è complicata. Se poi pensi bene di centellinare le prime e sbagliare con il dritto appena riesci, allora diventa sconfitta scontata. Aggiungiamoci discese a rete scriteriate q.b. e la ricetta è completa.
Ultime due annotazioni. Vinci giocasolo rovesci tagliati, ma a differenza dei dritti della Nicolescu, sono più belli a vedersi e più efficaci. Qualche buona volée da parte dell’italiana si è vista, perché è una delle poche che la palla la sa anche trattare e non solo schiaffeggiare. In particolare, nel primo set, ne ha giocata una alta di rovescio con classe cristallina: commovente, in quanto un’esecuzione del genere o la vedi nei documentari o dalla Vinci, quasi tutte le altre non sanno neppure dell’esistenza, chiederebbero se è un nuovo colpo inventato.
agafan

20/01
Ha esordito l’instabile beniamina di casa Samantha Stosur, di fronte Monica Nicolescu. Da appassionato non esperto quale sono, non avevo mai visto la rumena in azione e quindi mi sono ritrovato spiazzato dal suo dritto tagliato. In sostanza lo gioca solo così, salvo nei passanti, rendendo la partita indubbiamente particolare, uno spettacolo insolito che lascia interdetti. L’australiana nel primo set ha fatto fatica con il dritto e in risposta, chissà quanto messa in difficoltà dai colpi dell’avversaria o da se stessa. Comunque alla fine l’ha portata a casa per palese differenza delle forze in campo.
Una considerazione notturna, però, questa Nicolescu me la lascia di strascico. Sono il primo a lamentarmi della mancanza di fantasia del gioco attuale e incontrare una diversità dà la sensazione di un più ampio respiro. Ma se la diversità diventa a sua volta una regola, la monotonia fa il giro e ritorna dalla finestra. Anche perché, per come lo gioca, con il dritto la rumena non può attaccare nemmeno per sbaglio. Al netto delle ironie dei commentatori, il dubbio resta: tutte le altre, non possono proprio prendere nemmeno uno spunto minimo? Possibile che l’esasperazione debba farsi regola in un modo o nell’altro? Perché se così dev’essere allora mi tengo pure la Nicolescu, che morire sempre della stessa noia mi indispone. Anzi, vi dirò, a questo punto che tagli sempre e comunque anche il rovescio.
agafan

19/01
Sono iniziati gli Australian Open 2015, torneo in grado di farci rendere ancor meno sul lavoro, visto che per seguirlo si fa notte. Mi sono premurato di guardare Halep contro Knapp. Con la rumena non in grande giornata, l’unico modo per l’italiana di riuscire a spuntarla, Knapp ha pensato bene di rendere l’incontro brutto senza speranza, della serie: potrei ma non voglio. E dire che Halep aveva pensato bene di partire con l’handicap, concedendo il break nei primi due turni di servizio dei set. Poi si sarà stupita lei stessa della mancanza di gratitudine della Knapp, che ha inanellato una serie di errori senza senso. Poco male, sinceramente meglio una Halep oggi così così ma nei prossimi giorni chissà che un’italiana in più in tabellone.
agafan

Su Agafan e Dario Macrì

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