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Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson – La Rece dei lettori

Il romanzo immerge il lettore in uno stato di angoscia e di perdita di ogni capacità di lettura della realtà che viene raccontata. L’autrice, con semplicità e cinismo esistenziale, presenta al lettore una dimensione priva di ogni riferimento tipico di un racconto ancorato ad uno sviluppo narrativo che porta ad un chiarimento finale rassicurante per l’equilibrio interiore di ognuno di noi

Un libro che gioca con “l’equilibrio” del lettore

La peculiarità narrativa di questo libro risiede, a parer mio, nello stato confusionale in cui, sin da subito, viene immerso il lettore il quale, orfano degli strumenti di codificazione della trama, vive in una perenne frustrazione che non trova nelle pieghe della storia narrata alcuno sbocco catartico o di distruzione. Constance e Mary Katherine sono le due sorelle della famiglia Blackwood di tradizione aristocratica ed inserita nei piani alti della scala sociale. La famiglia Blackwood da sempre è stata vittima dell’invidia sociale ed ha sempre vissuto un’altra dimensione totalmente staccata dalla vita del paese o del villaggio. L’ambiente ricercato e di prestigio, in cui hanno sempre vissuto i membri della famiglia, ha fatto da sfondo ad un clima di tensione sociale provato dalle classi meno abbienti della comunità. Il tempo raccontato in questo libro è un presente perenne, lento nel suo incedere e dominato da un’apatia esistenziale in cui sono immersi i protagonisti della storia, che trova un sussulto nei continui rimandi ad un preciso episodio del passato (sei anni prima dei fatti narrati) e nell’irruenza violenta di una figura estranea (il cugino Charles) al contesto emotivo paludoso in cui vivono i tre protagonisti.

L’importanza del passato

Il passato, dipinto con tinte fosche in quanto dominato dalla tragicità dell’annientamento di quasi tutta la famiglia, risplende con la sua oscurità rispetto ad un presente che non riesce a trovare una sua collocazione temporale ed un suo significato poiché si annulla in un vuoto cosmico che avvolge l’esistenza delle due sorelle e dello zio Julian. L’autrice non vuole descrivere la disperazione, il rimorso, il senso di colpa che, secondo i canoni tradizionali, dovrebbero accompagnare l’autore dell’azione omicida verso una sua espiazione purificatrice; ciò che viene raccontato è lo stanco ripetersi di alcuni gesti ed attività quotidiane dei tre sopravvissuti. Constance, la sorella maggiore, sin da subito incarna il ruolo della protettrice della sorella minore la quale vive in simbiosi con il suo gatto (Jonas) e si dimostra osservante delle regole di comportamento dettate dalla sorella. Lo zio Julian, invece, si dimostra il personaggio che, in questa totale dimensione anaffettiva, comunica emozioni e, nonostante la sua vecchiaia ed il suo stato di salute, cerca di dare un senso alla tragicità dell’evento accaduto sei anni prima: il veleno, strumento di odio e di disperazione, ha mostrato il suo volto angelico e truffaldino ed è portatore di una brutale verità ossia la rottura della fiducia intra-familiare che irrompe nel momento di massima intimità com’è la condivisione del cibo attorno ad un tavolo. Il lettore, inizialmente, è portato a credere che il vertice di questo triangolo ideale sia Constance, la quale conduce il gioco quotidiano ed impone la sua volontà nel disbrigo delle faccende domestiche ed accudisce con amorevole dedizione il vecchio zio Julian. Invero, nel momento in cui l’arrivo del cugino Charles irrompe e destabilizza l’equilibrio esistenziale dei tre protagonisti, emerge in tutta la sua chiarezza il delirio di onnipotenza di Mary Katherine la quale, con meticolosa perfidia, cerca in tutti i modi di allontanare il cugino che, almeno per un po’, rappresenta l’ancora di salvezza a cui Constance vuole aggrapparsi per sfuggire da quell’odiosa vita intra-muraria.

Mary Katherine vede nella figura del cugino una reale e diretta minaccia al dissolvimento dello stato di inganno in cui vivono da ormai sei anni e per questo tenta in tutti i modi di allontanarlo. L’episodio dell’incendio e l’arrivo dei membri della comunità induce il lettore a credere nell’avverarsi di un rito purificatore: l’ubriacatura e l’eccitazione che si impadronisce dei vari personaggi accorsi, mentre le fiamme distruggono parte della casa, dovrebbe trovare il suo punto di chiusura nella ferocia omicida nei confronti delle due sorelle ma, come se fossero protette da uno schermo immaginario, Mary Katherine prende in mano le redini del destino e riesce a trovare un rifugio per lei e sua sorella. L’unica vera vittima è lo zio Julian che perde la vita a causa dell’incendio. Surreale è la descrizione dei momenti successivi all’incendio: il mattino seguente Constance e Mary Katherine rientrano nella loro casa, oramai mancante del piano superiore e della soffitta, e con lucida follia decidono di riprendersi il loro presente perenne scandito da momenti che si ripetono stancamente nella loro meccanica banale. Anche in questi frangenti, l’autrice descrive  la ferma volontà di Constance nel ripulire e ripristinare il loro ambiente mentre Mary Katherine si impegna nel ridefinire un netto confine tra loro ed il mondo circostante. La follia e la paura nel conoscere se stessi spinge le due sorelle a trovare consolazione in una casa totalmente devastata dalla furia orgiastica dominata da un senso di vendetta e di invidia sociale provato dalla maggior parte degli appartenenti alla comunità sociale del paese. Ma, come detto prima, il rito della purificazione non compie la sua missione e tutto collassa in un tempo presente che inesorabilmente riprende il suo lento scorrere. Al riguardo, le due sorelle finiscono per crogiolarsi in un presente duraturo che non possiede la carica emotiva del tempo futuro, fatto di speranze e di cambiamenti, ma che condanna ad una paralisi emotiva che loro stesse vogliono come condizione permanente. Il romanzo, senza dubbio, lascia al lettore un senso di angoscia e di vana attesa di un finale che non pone un punto di chiusura in quanto viene fagocitato dal vero dominatore di tutto e di tutti, ossia il presente come tempo che inganna e che neutralizza ogni forma di eventuale cambiamento.

Recensione a cura di Mirko Denza

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson – La Rece dei lettori ultima modifica: 2018-07-26T09:13:54+00:00 da Redazione

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