Chi se ne importa della Giornata della Memoria

Chi se ne importa della Giornata della Memoria

Chi se ne importa della Giornata della Memoria, o forse no, ma provate a spiegarci perché molte persone denunciavano i vicini di una vita. Provate a raccontarci quando la disumanità viene sdoganata come atteggiamento corroborante del sistema di paura. Spiegateci da dove arriva la paura. Raccontateci, scrivete, noi leggeremo. Trasformeremo il passato in futuro, ne faremo materia viva e pensante.

Diciamocelo chiaro e tondo, chi se ne importa della Giornata della Memoria! Abbiamo ancora bisogno di una Giornata da dedicare a cose successe tanto tempo fa? Insomma, siamo ancora lì a parlare di campi di concentramento, partigiani, ebrei (con quel che combinano poi in Israele) e tutto il resto?

Lo sappiamo, ce lo hanno detto in tutte le salse che i nazisti erano cattivi (i fascisti un po’ meno per esempio), lo sappiamo, a che serve ricordare tutto e sempre.

Guardiamo in faccia la realtà: non interessa a nessuno ricordare, anzi se fosse possibile avere un bel tasto “reset” incastrato tra orecchio e tempia, ecco saremmo tutti più felici. Basta sapere chi erano i buoni e chi i cattivi e poi si va ad occhio, no?

Che poi oddio, proprio tanto tempo fa non era a dir il vero, i cancelli di Auschwitz furono abbattuti dai carri armati russi il 27 Gennaio 1945 certo, ma poi non è che proprio tutti sapessero che cosa era successo lì dentro. Ma i sopravvissuti avranno raccontato qualcosa no? Poco, troppo poco, spesso non erano creduti, tutto era ridimensionato nei parametri della normalità da chi ascoltava. Perché il terrore mica lo puoi vedere tutto intero davanti agli occhi, un po’ devi far finta che non sia vero, se no mica ti alzi al mattino, mica reagisci alla vita.

Però se invece te lo trovi lì davanti spiattellato, beh allora lo devi combattere davvero e lo devi affrontare, magari senza neanche avere il coraggio di guardarlo in faccia.

Come quella ragazzina… come si chiamava… ma sì quella che simpaticamente i tifosi della Lazio hanno usato come sfottò per i tifosi della Roma, riproducendola in figurina Panini con la maglietta giallo rossa. Ma sì, non ti ricordi? Mica cento anni fa, il 22 Ottobre 2017.

Che poi ragazzi, un po’ di ironia! Si potrà scherzare anche su una ragazzina gassata dai nazisti o no? Vogliamo censurare l’ironia? In fondo ha solo tenuto un diario, niente di più.

Certo è vero, senza il successo letterario e cinematografico del Diario di Anna Frank, ritrovato e portato alla luce solo nei primi anni ’50 (la versione inglese sarà quella destinata ad avere maggiore impatto mediatico), non si sarebbe formata una commissione per indagare sui crimini di guerra, forse i tedeschi non avrebbero “dovuto” supportare o sopportare il Moussad (che nasce nel 1949). Soprattutto l’opinione pubblica non si sarebbe smossa più di tanto, convinta com’era che la guerra era brutta, ma insomma ora bisognava dimenticare. Forse qualcuno avrebbe chiuso un occhio su migliaia di persone costrette a vivere in clandestinità e a morire in un campo di sterminio. Forse qualcuno avrebbe negato che ci fossero luoghi deputati alla morte di milioni di persone.

Pensa che a Trieste, fino a che un regista non ha scritto uno spettacolo dove recitavano Giorgio Strehler e Paolo Rossi, i residenti si erano perfino dimenticati di avere avuto un forno crematorio a soli due passi dallo stadio, la Risiera di San Sabba che, abitando nei palazzi vicini, ci potevi ficcare il naso dalle finestre di casa tua. (Il regista è Renato Sarti, lo spettacolo è libro I me ciamava per nome 44.787 – Risiera di San Sabba Baldini&Castoldi, Milano 2001).

In effetti questo bisogna ammetterlo, Il diario di Anna Frank non ci fa solo vedere chi sono i buoni e i cattivi, tipo quando siamo allo stadio che tutto è più facile, no è che lì uno capisce cosa vuol dire vivere un clima di paura, di terrore, vedere il male e il disumano avvicinarsi lento a te. Capisci cosa vuol dire “restare umano” o fare il delatore compiacente.

Un po’ come in Suite francese di Irene Nevirosky, libro che l’autrice non potrà terminare perché gassata a Auschwitz, memoir che arriverà a noi attraverso le figlie sfuggite miracolosamente alla deportazione. In quel libro vediamo la follia entrare giorno dopo giorno nel quotidiano, sottopelle, mentre gli sguardi afoni delle vittime continuano a pensare che non potrà andare peggio di così. Ci sarà un limite al male. Invece no, al male non c’è limite, chiedere del Dottor Mengele. (Irène Némirovsky, Suite francese, Biblioteca Adelphi).

Ha fatto bene in effetti quel tale francese a scrivere un libro cercando di avventurarsi nella mente di Mengele, perché pensare che la follia omicida sia sempre ad un passo da noi, dentro di noi, ci tiene svegli, ci fa leggere il futuro. Sì, questo bisogna ammetterlo, memoria è sapere, ricordare è visione del futuro, capacità di riconoscere e incasellare nel giusto spazio di comprensione. (La scomparsa di Josef Mengele, Olivier Guez, Neri Pozza)

Certo bisogna anche ammettere che oggi non esistono leggi per cui qualcuno è in pericolo di vita per ragioni di razza, colore della pelle o provenienza geografica, si debba nascondere nel retro di una casa, o di un camion, per non essere scoperto e arrestato. Soprattutto, siamo nel 2020, mica esistono persone tanto fanatiche da denunciare casi di persone disperate alle autorità competenti solo per il gusto di vedere come uno messo peggio di noi reagisca alla brutalità della vita. Come se uno senza lavoro, senza soldi, denunciasse un immigrato con le peggio accuse solo per il gusto di dividere il proprio male con altri poveracci. Al massimo gli fa citofonare, ma mica lo fa arrestare.

Ok, forse è bene sapere, ma per favore non fateci sempre la solita morale che i nazisti erano cattivi e gli altri buonissimi, provate a spiegarci perché tanta gente per bene non si faceva problemi a denunciare ebrei e oppositori politici che abitavano di fianco a loro da una vita. Provate a raccontarci quando la disumanità viene sdoganata come atteggiamento corroborante del sistema di paura. Spiegateci da dove arriva la paura, questo sì. E allora raccontateci, scrivete, noi leggeremo. Trasformeremo il passato in futuro, ne faremo materia viva e pensante.

Su Andrea Labanca

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Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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