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Amélie Nothomb, Riccardin Dal Ciuffo

Amélie Nothomb prendendo spunto da una vecchia fiaba di Perrauld che narra di un principe molto brutto e di una principessa in apparenza molto stupida, ha costruito una favola moderna dai toni gotici, emozionante ed onirica. Ma sopratutto Amélie Nothomb svela la bellezza come capacità di guardare il mondo con profondità e amore.

Come aveva già fatto in Barbablù e ne Il delitto del conte Neville, Amélie Nothomb dà la sua personale versione di una fiaba antica inserendola in un contesto contemporaneo e trasformandola in un trattato sulla bellezza e sulla capacità di interpretare.

L’invidiabile leggerezza con cui Amélie Nothomb riesce a raccontare miti antichi mescolandoli con filosofia e psicologia regalano sempre un momento di trasognata bellezza a chi ha la fortuna di farsi scivolare le sue pagine tra le dita. Il libro si apre a Parigi con una coppia-bambina di quarantenni alle prese con un figlio molto intelligente ma brutto, inequivocabilmente brutto, che viene relegato sin dalle prime ore di vita dagli stessi genitori nella categoria del “povero piccolo”. Contemporaneamente vicino alla Gare d’Austerlitz padre Gelsomino e mamma Rosa danno alla luce Altea, una bambina bellissima dalla pelle liscia che i genitori definiscono irrimediabilmente stupida per via del suo essere taciturna e dallo sguardo imbambolato.

I bambini crescono con dei genitori mostruosi (questo la dice lunga sull’opinione della Nothomb sulla genitorialità) che guardano ai loro pargoli come a due scherzi della natura, una per la sua bellezza e stupidità l’altro per la sua indicibile bruttezza e per la sua intelligenza fuori dal normale. Le prime esperienze di contatto con il mondo per Diodato e Altea sono grottesche sia per la cattiveria di cui sono capaci i bambini sia per la maledizione che gli stereotipi portano con se, trasformando i nostri protagonisti in vittime di una prigione fatta di luoghi comuni e pregiudizi.

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Già nella Metafisica dei tubi Amélie Nothomb aveva raccontato la solitudine dei bambini nei primi anni di vita ma da un punto di vista forse più teorico, in cui la comunicazione e la conoscenza del mondo erano la grande sfida. In “Riccardin dal ciuffo” il racconto della fragilità dell’infanzia è incentrato sull’incontro con l’altro, dove l’altro (ahimè) è troppo spesso il riassunto della trita e ritrita sequela di apparenze di cui che la nostra società si accontenta invece di approfondirne le singolarità.

Se volessimo citare Sartre diremmo che “l’inferno sono gli altri” e probabilmente Amélie Nothomb sarebbe d’accordo. Ma come in tutte le fiabe anche in Riccardin dal Ciuffo appaiono due speranze, due fate con sembianze diverse ma altrettanto magiche.

Per Altea sarà Nonna Malvarosa la fata, personaggio in perfetto stile Nothomb, chiromante che vive in una sontuosa quanto fatiscente casa nella campagna di Fontainebleau attorniata da oggetti misteriosi accatastati a prendere la polvere che però hanno un aurea magica. Di sicuro magici sono i gioielli con cui Malvarosa si accompagna nel letto per dormire e che le spalancano le porte della percezione. Proprio i gioielli legheranno Altea e la nonna Malvarosa, tanto che la giovane avrà grazie all’amore per le pietre preziose la possibilità di diventare una modella di successo per un’importante azienda.

Diodado invece sarà catapultato nel mondo della cifosi e della lordosi ritrovandosi oltre che brutto e troppo intelligente per la sua età, anche chiuso in una corazza da scarafaggio, ma anche qui una fata inaspettata arriverà a salvarlo: l’ornitologia.

Questa passione sfrenata e immortale verso il mondo dei pennuti diventerà una scelta di vita e un segno del destino a cui saranno legate tutte le esperienze positive della vita di Diodato. Anche qui, come nel resto del libro, Amélie Nothomb esplica un paradigma importante di tutta la storia di Riccardin: è l’interpretazione delle cose che ci dona la bellezza. Infatti a scatenare l’amore per gli uccelli in Diodato sarà una cacca di uccello sulla sua testa di giovane studente a convincerlo dell’amore verso questa classe di vertebrati. “Eravamo un centinaio ed è caduta su di me. L’uccello mi ha scelto.”

Altea e Diodato vivranno molte vicissitudini tristi e goffe ma alla fine scopriranno che la gioia dell’amore si concede alla persona che è in grado di cogliere la nostra bellezza. Non esiste amore senza occhi che donano bellezza all’oggetto del desiderio.

Ancora una volta Amélie Nothomb ci fa sognare, divertire, rigira miti e ci fa vedere che la bellezza è un processo euristico. Forse la letteratura è anche e soprattutto questo, la capacità di guardare la realtà con occhi diversi innamorati o adirati, ma comunque diversi dalla banalità della realtà.

Clicca qui per leggere la nostra intervista a Amélie Nothomb.

Riccardin dal ciuffo

Traduzione Isabella Mattazzi

Editore: Voland

Collana: Amazzoni

Anno edizione: 2017

Pagine: 128

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Amélie Nothomb, Riccardin Dal Ciuffo ultima modifica: 2017-02-24T08:00:24+02:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

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Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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