Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara

Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara è un memoir, è un viaggio che porta fino alle isole della Micronesia, è l’innesco per una riflessione profonda sui concetti di progresso e civiltà. Un libro reale e crudele.

Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara

Hanya Yanagihara, autrice del terribile e bellissimo “Una vita come tante” (edizione Sellerio, qui la nostra recensione), viene ripubblicata in Italia per Feltrinelli con quella che è in realtà la sua prima opera, “Il popolo degli alberi”, altrettanto coinvolgente e spietata.

Il dottor Norton Perina, classe 1923, si aggiudica il Nobel per aver individuato una malattia che estende incredibilmente la vita di chi la contrae. La scoperta avviene negli anni ’50, nel contesto di una tribù fino a quel momento sconosciuta, spersa nella giungla di Ivu’ivu, isoletta dell’arcipelago micronesiano.

Il libro si presenta come un memoir dello stesso Norton Perina, che scrive le sue pagine mentre è costretto agli arresti domiciliari, accusato di molestie e violenze da alcuni dei suoi figli adottivi.

Le premesse sono ambigue, ingestibili, vogliamo comprendere al più presto chi sia Norton, le sue colpe, e come queste convivano con la mente di un uomo geniale.

Per dare coerenza alla narrazione subentra Ronald Kubodera, affezionato collega e amico, che introduce le memorie di Norton, le puntualizza, le contestualizza. Lo fa in modo fastidiosamente fazioso, schierandosi senza indugi in difesa dell’amico, ai suoi occhi innocente, ai suoi occhi uomo e scienziato reso immortale dall’eco delle sue scoperte.

Ripercorriamo l’infanzia di Norton, i suoi studi, la laurea in medicina. Siamo catapultati nei laboratori di ricerca degli anni ’40, non ci vengono fatti sconti sul modo in cui vengono condotti gli esperimenti, ancora ispirati a credenze scientifiche incomplete e grossolane.

Finalmente nel 1950 Norton sbarca su Ivu’ivu, assistente medico ad un antropologo studioso delle isole micronesiane.

Ci immergiamo nella giungla selvaggia, in parte inferno verde, in parte paradiso terrestre, in cui tutto è sconosciuto, ostile, ma bellissimo, incontaminato. Sentiamo la consistenza fibrosa dei frutti di manama, il caldo soffocante, il profumo dolciastro di fiori ignoti.

Scopriamo con Norton la tribù degli Ivu’ivuani, con la loro organizzazione ancestrale, scandita da una concezione di tempo lontanissima da quella che conosciamo. Sono proprio loro a condurre Norton alle opa-ivu’eke, tartarughe indigene la cui carne porterebbe ad un prolungamento smisurato della vita umana, seppur con gravi ripercussioni a livello psichico sul lungo termine.

Strappando all’isola molto più di quanto giustificabile, Norton torna in America.

La risonanza della scoperta è, ovviamente, gigantesca; il richiamo dell’isola nei confronti di studiosi, case farmaceutiche, ricercatori e curiosi diventa inestinguibile, con conseguenze sempre più tragiche nel corso degli anni.

E noi lettori ci siamo sempre, costretti ad assistere.

 

Abbiamo seguito Norton per tutto questo tempo, lo abbiamo visto nell’ambiente famigliare, accademico, in quello selvaggio, eppure continua a rimanere un personaggio sfuggente, enigmatico. Non c’è mai esitazione nelle sue parole, raramente nelle sue azioni. Ogni aspetto della vita è guardato freddamente, da un occhio scientifico e arrogante, in campo professionale ed in campo umano: non c’è niente di intoccabile o sacro.

“Non andai per distruggere un popolo o una nazione, come spesso vengo accusato di aver fatto, come se queste cose fossero frequenti o intenzionali come di pensa. Ma in buona sostanza, l’ho fatto? Non sta a me decidere. Ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque scienziato. E se dovessi – pur sapendo cosa sarebbe stato di Ivu’ivu e della sua gente – probabilmente lo rifarei. Be’, non è del tutto vero: lo rifarei – senza il probabilmente. Non ci dovrei pensare un secondo.”

E’ quindi un inconscio senso di colpa che lo porterà ad adottare oltre quaranta bambini Ivu’ivuani? O un grottesco e autoreferenziale tentativo di aiutare se stesso, cercando un calore e una consolazione mai davvero provate?

Il popolo degli alberi, l’importanza dei personaggi secondari

E’ un libro pieno di mondi, di dubbi, di personaggi secondari che raramente parlano, ma in cui si possono distinguere vera umanità ed emozioni archetipiche, ma pure.

Si parla di colonialismo e colonizzazione selvaggia, della forza occidentalizzante, implacabile e mai a fin di bene.

Fa riflettere sulle differenze, su cosa sia la civiltà, la civilizzazione. Esiste? Esistono giusto e sbagliato? O esistono concezioni diverse di bene e male?

Sono domande trite, e pur senza risposta. La Yanagihara sbatte sul tavolo queste domande, lo fa in modo crudele, ci costringe a pesare e pensare.

Perché la storia raccontata inizia lontanissimo, in luoghi sconosciuti, inesplorati, ma finisce vicino a noi, nella bassezza, nella fanghiglia in cui siamo immersi.

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Su alice morelli

alice morelli
In breve: Alice cascherina, Alice nello specchio, Alice che guarda i gatti. Di professione libraia: dopo una giornata passata a vendere libri, non desidero altro che mettermi a leggere

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