Prendi una donna - Racconto

Prendi una donna

Gemma era una donna sulla quarantina, i cui fianchi tondi e seni altrettanto generosi potevano ancora affascinare molti, ma le mancava la parlantina. Tutti questi anni sulle spalle si facevano sentire e lei non aveva più voglia di raccontarsi, di raccontare alla gente quello che vedeva di bello nel mondo.

Spesso si rintanava nel letto, sola, coi suoi pensieri. Il compagno nell’altra stanza a lavorare al computer fino a tarda sera, tanto sforzo per pagare l’affitto, mantenersi, essere indipendenti. Non avevano figli ma nel loro piccolo tram tram si volevano molto bene, si facevano regali, ci tenevano l’uno all’altra senza mai andare oltre, anche al sesso anale lui aveva rinunciato da tempo, perché a lei il suo sesso enorme faceva male. Andavano avanti con un normale amore di coppia in cui si sussurravano parole dolci le poche volte che trovavano il tempo di dedicare una mezz’ora a loro due.

Gemma però quel pomeriggio nel letto aveva altre idee. Si ricordava i suoi precedenti amanti, uomini vissuti e ragazzini pieni di sé che non la trattavano certo con questo rispetto, che però a volte, nella loro frenesia, avevano avuto il coraggio di sbatterla contro un muro e scoparla senza tanti se e tanti ma, improvvisamente, nel bel mezzo di una discussione in cui magari erano stanchi di sentirla prendere posizione per l’indipendenza femminile e la supremazia delle arti umane sulla scienza.

Già, gli ingegneri in particolare non la sopportavano proprio. Ne ricordava uno che, dopo una passeggiata nelle vicinanze a bere whisky e a parlottare del più e del meno, entrando in casa le aveva violentemente tirato su la gonna e le aveva messo a soqquadro la vagina fino a farla gridare di piacere. Queste sono belle esperienze, si ripeteva rigirandosi fra le lenzuola.

E non sapeva che fare, aveva tutto dal suo uomo, rispetto, amore e dolcezza eppure continuava a sognare di uomini che non l’avevano mai rispettata, che di lei avevano un’opinione simile a quella di una bambolina con cui divertirsi. Lei era da sculacciare come una cattiva bambina per loro. Non avevano mai tenuto in considerazione le sue idee né si erano sacrificati per lei, come aveva più di una volta fatto il suo compagno. Eppure eppure ora sognava le loro mani, i loro orgasmi e con la mente, tradiva il suo ammirevole uomo con loro.

Quanto è crudele la vita, pensava. Forse ho sbagliato tutto, ho chiesto al mio uomo di capirmi e rispettarmi quando avrei dovuto fregarmene e stare con il più bello, il più ricco, cercando di fare la bambolina per tutto il tempo che mi è stato dato, e poi, cogliendo i frutti di questo atteggiamento.

Dovrei ancora fare così!, si diceva. Dovrei trovare qualcuno che ha polso, strategia, che non è un bimbo da curare, ma un leader da ossequiare e far arrabbiare con qualche moina.

Così Gemma pensava di lasciare il suo compagno. Ma c’era, in questo pensiero che avrebbe dovuto esserle piacevole e che le ricordava vagamente Madame Bovary, qualcosa che la rendeva estremamente triste. Le sembrava di avere perso, o di stare perdendo tutto quello per cui aveva lottato per tutta la vita. Come avrebbe potuto sopportare una sconfitta simile alla sua età? Era davvero disposta a farlo? Voleva gettare via tutto solo per essere trattata come un oggetto di piacere da parte del primo sciagurato e neanche tanto sano mentalmente che le capitava a tiro?

Così non avrebbe solo ferito il suo compagno, ma avrebbe anche fatto uno scacco inestimabile verso se stessa.

Si rigirava a rigirava nel letto senza riuscire a dare un senso ai propri desideri, alle proprie pulsioni e ai propri ragionamenti. Le sembrava tutto in ballo. Così dopo un’altra mezz’ora sulla porta apparve il suo compagno, che finalmente doveva essersi accorto che lei era latitante, e le si avvicinò.

“Ti va di andare a prendere una cioccolata in tazza, piccola?” le chiese.

Poche parole che la scossero dal suo oblio contraddittorio. Accettò volentieri la distrazione sperando che lui non avesse notato il suo tradimento, che anche se solo mentale era per lei motivo di enorme vergogna.

Si trovarono ben presto dentro il bistròt, con due tazze piene di cioccolata una di fronte all’altro, e lei, finalmente, trovò il coraggio di ricominciare a parlare. Non voleva offenderlo in nessun modo e non voleva offendere neanche se stessa, ma aveva bisogno di parlare, per una volta, come quando era giovane.

“Alle ascolta, ma tu sei mai saltato addosso a una donna, proprio saltandole addosso, senza neanche fare caso a dove eri, se c’era gente che poteva vedervi, solo così, per desiderio?” chiese.

Lui scosse la testa:

“No piccola, non è nel mio stile lo sai, e poi ormai te lo leggo negli occhi se hai voglia di fare l’amore o meno, quindi perchè forzarti?” fu la malinconica risposta. Lei saltò su:

“Perché mi piace essere forzata, amore, perché mi fa sentire desiderata, perché una donna ha bisogno di essere sbattuta sullo stipite di casa e scopata brutalmente!”…

“Piccola ma perché gridi?” chiese lui finendo la sua cioccolata.

Lei si zittì immediatamente, un po’ vergognandosi, e un po’ incavolata perché non si sentiva compresa.

Guardò la tazza di cioccolata e la finì tutta d’un fiato, poi tornarono a casa, lentamente, distanti l’uno dall’altra e senza parlare.

Passò un’oretta e Gemma era intenta a mettere via la roba stesa. Alessandro si avvicinò in silenzio, le diresse un sorriso, e le mise una mano su un seno, mentre con l’altra tastava i suoi glutei.

“Cheffai?” chiese lei.

“Beh anche a me ogni tanto viene voglia sai?” disse lui. E continuò a tastarla, la spogliò, la girò, la mise a quattro zampe sul letto e fecero sesso, un sesso normale, ma allo stesso tempo estremamente piacevole per lei. Lei si chiese come mai quella volta le stava piacendo tanto, ma mentre se lo chiedeva lo sentiva sbattere contro di lei da dietro e penetrarla, e non riusciva a non goderne. Lui le stringeva forte i fianchi con le mani, facendola andare al ritmo che voleva lui, senza però chiamarla “troia” o “puttanella”, semplicemente sculacciandola ogni tanto come faceva di solito perché sapeva che le piaceva molto.

Tutto finì in un mezz’oretta e Gemma, felice e stanca, si addormentò di lì a poco.

Il mattino dopo fu il momento di andare al lavoro, Alessandro tentò di svegliarla ma non ci fu niente da fare, era ancora mezza nuda, sotto le coperte, e non ne voleva sapere di prendere coscienza. Dopo qualche tentativo Alessandro capì che c’era qualcosa che non andava e chiamò l’ambulanza, ma purtroppo il medico fu molto poco consolatorio.

“Ha avuto un’ischemia, elettroencefalogramma piatto, mi spiace.”

Agnese Camellini

joy.indivia.net

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