Con gli occhi del dissidente

Stavo camminando per i fatti miei, come sempre. È da un po’ che vivo in una specie di isolamento, intento solo a leccarmi le ferite. Esco  poco e quando lo faccio cammino senza una meta precisa, evitando di passare per luoghi affollati.

Ieri sera faceva molto caldo. Avevo imboccato la via di casa. Ne avevo abbastanza di macchine in fila guidate da uomini con il braccio appeso al finestrino che sbraitavano parolacce senza destinatario. O di ragazze giovani che passeggiavano indolenti, senza curarsi dei figli che spingevano nei passeggini, facendogli respirare a pieni polmoni i gas di scarico delle auto in fila. A quel punto mi toccava passare davanti a una piazzetta. Era gremita. C’erano sedie già quasi tutte occupate, c’erano poltrone importanti e altre sedie presidenziali pronte ad accogliere culi importanti o che si credevano tali. Alle spalle del palchetto pretenzioso un enorme telo con parole e foto: ho presunto trattarsi del tizio importante che era atteso e che si sarebbe seduto sulla poltrona più importante. C’era un brusìo forte, le solite donne ingioiellate e vestite come manichini per una esposizione internazionale. C’erano riflettori che avrebbero illuminato la celebrità, così potenti che di sicuro erano visibili da google earth, e grandi mazzi di fiori, così grandi da sembrare corone da funerale. Ero indeciso se fermarmi a godermi lo spettacolo o tirare dritto considerando che avevo già visto troppo. Mi sono intrufolato, ho occupato una sedia popolare molto in fondo. Del resto non era mia intenzione ascoltare le chiacchiere che sarebbero defluite come un torrente inquinato. Volevo solo stare seduto per un po’, magari sorridere a qualche cazzata.

Dal telo è sbucato un tizio: alto poco più di un cetriolo, con una chierica ridicola dal colore della stoppa mezza bruciata dal sole, un completo di lino color ruggine che o non era suo o risaliva a quando l’uomo pesava dieci-venti chili di più. Il meglio è arrivato quando, dopo aver fatto un cenno al tecnico del suono, ha iniziato a parlare. Non avresti mai detto che un omino così insignificante potesse avere una voce così profonda, come se parlasse dal fondo di una grotta che ne amplificava il tono.

A quel punto tutti avevano preso posto. Le donne ingioiellate avevano tirato fuori i loro ventagli arabescati, souvenir di mete lontane e irraggiungibili dai comuni mortali e si sventolavano con aria compiaciuta. Molti uomini, con i loro completi eleganti e le camicie di seta, erano arrivati all’ultimo minuto e si erano seduti ognuno accanto a una donna ingioiellata nella poltrona riservata.

Cominciavo ad annoiarmi e stavo per andarmene, ma in quel momento la personalità è comparsa. Non è venuta fuori dal telo ma è sbucato dal fondo della piazza, passando in mezzo alle sedie popolari e poi alle poltrone riservate e infine si è accomodato sulla sua super poltrona. Prima di sedersi ha salutato: una notorietà come lui non aveva bisogno di presentazione. Un ragazzo tuttofare gli ha consegnato un libro, lui si è seduto e ne ha letto un paio di pagine. Delirio. Ovazione.  Silenzio , che lui ha ottenuto solo alzando una mano. Mi sono guardato intorno perché non riuscivo a darmi una spiegazione di quella isteria collettiva. La personalità era il peggior scrittore mai apparso nel panorama letterario, i suoi libri erano masturbazioni mentali incomprensibili, scritti in un lessico che potevi scambiare per il libretto di istruzioni del motore di un aereo, disseminati di errori di ortografia e grammatica. Ma non aveva un editor che lo correggeva? Faceva tutto da solo? Eppure era edito da una delle più grandi major dell’editoria. Ma la celebrità, il guru, non era diventato tale per le sue doti letterarie né per quelle oratorie. Il tizio, che io avrei rinchiuso direttamente nel Castello d’If, aveva partecipato a uno di quei contest televisivi dove i concorrenti, gente completamente anencefala o se un cervello ce l’avevano alla nascita ora erano del tutto decerebrati, mostrando le loro “virtù meno apparenti” dovevano aggiudicarsi i favori di donzelle più decerebrate di loro, e consumare in diretta satellitare amplessi che avrebbero disgustato un mandrillo.

Mentre la celebrità continuava a inquinare l’aria con il fiato delle sue parole mentre leggeva altri brani, non sono più riuscito a trattenermi, e la risata mi è sgorgata potente e inarrestabile.

Silenzio generale. Le signore ingioiellate, già sull’orlo dello svenimento, si sono girate ma non riuscivano a vedermi, mentre io avevo libero accesso alla visione dei loro volti deformati dal disgusto. La celebrità, anche lui mi cercava. Allora mi ha invitato a salire sul palco, si mostrava democratico e tollerante, chiedeva di dire la mia su cosa mi facesse tanto ridere. La trappola dei mentecatti che pensano di gettare l’osso al cane di turno che poi grato deve leccargli la mano.

Figurarsi se gli davo un agio simile. Nessuno aveva capito che la risata era dilagata dal misero posto popolare che occupavo, perché certa gente è così ottusa da pensare che solo un loro pari può permettersi certe uscite, anche se fastidiose. Allora mi sono alzato e me ne sono andato.

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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