L’aderenza ai libri da cui provengono i film di James Ivory è forte, pur riuscendo a non essere pedissequa. È soprattutto la grande perfezione stilistica che che permette di tradurre grandi romanzi in opere cinematografiche complete in sé. Il cinema perfetto di James Ivory vuole mostrare come per trovare la propria unicità sia necessario rompere con ciò che consideriamo consuetudine, normalità.
James Ivory e Ruth Prawer Jhabvala
“Se un giorno la signorina Honeychurch si metterà a vivere come suona, sarà un fenomeno davvero eccitante… sia per noi che per lei” dice il Signor Beebe dopo aver ascoltato Lucy, la protagonista di Camera con vista, opera del controverso scrittore britannico Forster.
Forse questa frase, che nelle prime pagine del libro schiude un aspetto del carattere della protagonista, potrebbe essere applicata a molti personaggi scelti dall’obiettivo del regista americano James Ivory. Raccontare o interpretare il cinema di James Ivory è cosa complessa, non tanto per la quantità di metamessaggi o per gli azzardi sperimentali, ma perché non si sa mai se privilegiare gli aspetti estetici, gli aspetti letterari o l’approfondimento-arricchimento dei personaggi attraverso il linguaggio cinematografico.
Ma essendo questa una rubrica letteraria il problema è risolto facilmente alla base: partiremo dai libri che James Ivory ha omaggiato per cogliere il senso del suo lavoro.
Una prima osservazione puramente cronologica sposta l’attenzione sul fatto che la nascita del connubio cinema-letteratura per Ivory ha una data, o almeno un periodo abbastanza preciso: primissimi anni ‘80, meglio 1983. L’anno è quello in cui James Ivory decide di affidare la sceneggiatura del proprio film a Ruth Prawer Jhabvala, autrice anche dell’omonimo libro Calore e polvere. L’incontro è fortunato e prolifero, Ivory libera la telecamera da ogni estetismo e allo stesso tempo, rispetto agli esordi decisamente sperimentali, la arricchisce per il gusto del particolare, la Jhabvala apre all’incrocio fra culture, ai temi del rimpianto e della sfida personale.
È proprio attraverso questo sodalizio artistico che nascono i grandi capolavori di Ivory: Camera con vista, Maurice, Mr & Mrs. Bridge, Casa Howard, Quel che resta del giorno. Un’ottima cinquina per fotografare un periodo d’oro del regista. La scelta di Ivory è in controtendenza rispetto agli egotistici anni ‘80: niente effetti speciali, solo parole e immagini, tra l’altro lente, molto lente. Ma soprattutto storie dense, ricche di parole.
L’aderenza ai libri da cui provengono questi film è forte, pur riuscendo a non essere pedissequa. È soprattutto la grande perfezione stilistica che salta immediatamente all’occhio, perfezione che permette di tradurre grandi romanzi in opere cinematografiche complete in sé, indipendenti dai testi da cui provengono.
Camera con vista
È Camera con vista che, nel 1985, apre questo ciclo. La scelta di attingere a Forster si rivelerà talmente felice da tornare all’autore solamente due anni dopo con Maurice. Da un punto di vista estetico sarebbe stato difficile scegliere un punto di partenza più azzeccato: la sceneggiatura si muove tra Firenze e la campagna inglese, tra il Rinascimento italiano e lo stile vittoriano più classico. Il film lancerà alcuni attori che poi seguiranno Ivory in altre opere, tra cui un giovanissimo Rupert Graves e Denholm Mitchell Elliott che negli anni Ottanta spopolerà come miglior attore non protagonista in Iniana Jones e l’ultima crociata.
Lo stile asciutto e narrativo non nega ad Ivory di permettersi sperimentazioni visive, tra le quali una splendida scena in piazza della Signoria con la ricostruzione di una morte accidentale molto suggestiva. Ma a colpire sono le caratterizzazioni dei personaggi, al bello ed enigmatico Emerson figlio (Julian Sands) fa da contraltare l’ironia e la bravura di uno straordinario e giovanissimo Daniel Day Lewis.
Il film si concentra sul formalismo degli inglesi, sull’ipocrisia della buona condotta e del matrimonio come pace dei sensi. Alla cultura perbenista inglese viene affiancata la cultura panteista dei filosofi tedeschi, di Whitman e anche una certa “leggerezza” di noi passionali italiani. Il film segue abbastanza fedelmente il libro, anche se nasconde alcune parti più scabrose (nel testo si vocifera che Mister Emerson abbia ucciso la moglie), forse togliendo un po’ di profondità ad alcuni personaggi, ma il risultato estetico è talmente eccitante da permettere di gustare il film indipendentemente dalla lettura dei libro.
Maurice
Operazione diversa e più delicata quella che invece si compie in Maurice, dove la tematica, l’omosessualità e la sua condanna pubblica, viene affrontata con limpidezza senza far perdere la torbidezza delle relazioni (in Inghilterra fino al dopoguerra l’omosessualità era punita con il carcere) e il travaglio dei protagonisti. Qui troviamo un giovanissimo Hugh Grant ad interpretare un giovane omosessuale che rinuncia alla propria passione per una vita conformata alle regole della società.
Il film funziona perfettamente per la bravura degli attori, ma anche per una scelta degli ambienti precisa, che sostituisce le narrazioni del testo perfettamente, raccontando la solitudine dei protagonisti con istantanee veloci e cariche di significati.
Dopo una parentesi americana con Schiavi di New York (1989) e Mr. & Mrs. Bringe (1990), James Ivory e Ruth Prawer Jhabvala ritornano nel solco aperto con Camera con vista e Maurice, rispolverando il romanzo e i paesaggi inglesi.
Quel che resta del giorno
Nel 1992 Casa Howard lancia la coppia Antony Hopkins e Emma Thompson nel cinema di Ivory, oltre a riconfermare l’inglesissima Vanessa Redgrave e Hugh Grant, mentre nel 1993 arriva il capolavoro della coppia Ivory-Jhabvala: Quel che resta del giorno.
Film tratto dall’omonimo romanzo di Kazou Ishiguro, Quel che resta del giorno ci porta nella campagna inglese, più precisamente ad Dartington Hall, magione medioevale nel nord-est inglese.
Il romanzo di Ishiguro è il monologo interiore del maggiordomo inglese James Steven che narra trent’anni di servizio presso Lord Darlington, gentleman di vecchia scuola che ha appoggiato in maniera più o meno esplicita il partito nazista negli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale.
Ai temi del libro, l’onorabilità della carriera da maggiordomo e la scelta se schierarsi o meno contro le idee di un padrone, si affiancano la vicenda umana e sentimentale del protagonista, completamene immobile nel vivere i suoi sentimenti. Oltre alla narrazione storica dello strisciare delle idee naziste in Inghilterra, il libro affronta il tema della qualità dell’insapore: le emozioni vanno vissute o rimandate? Le passioni coltivate o represse? In cosa consiste l’onorabilità di un uomo?
Il libro di Ishiguro affronta le questioni con grande complessità filosofica, intrattenendo veri e propri dibattiti interiori, caratterista rimasta quasi intatta nel film di Ivory anche dove, per ovvie ragioni di tempi e linguaggi, alcune considerazioni vengono presentate come una parte monolitica della personalità di James Stevens. Complice la bravura di Antony Hopkins, attraverso le movenze misurate e rigide del vecchio maggiordomo, troviamo esattamente riproposta l’atmosfera del romanzo. Anche Emma Thompson è eccellente nella caratterizzazione del suo personaggio, donando alla governante Miss Kenton lo spessore, la pragmaticità e il romanticismo che si può apprezzare leggendo il libro.
Pur facendo partire il film da metà libro (i tempi della narrazione sono invertiti), Ivory e Jhabvala riescono a restituire alla perfezione, in poco più di due ore, atmosfere e riflessioni che Ishiguro ha diluito in quasi duecento pagine. Un esempio di perfezione e maestria da insegnare nelle scuole di sceneggiatura.
Quel che resta del giorno, pur rimanendo circa a metà filmografia di Ivory, apre e chiude un periodo felice del suo cinema che ha molto chiaro un ideale critico e un ambire estetico.
Tutta questa parte di mezzo del cinema del regista americano è profondamente segnata dalla critica ai valori della società borghese, l’ipocrisia di scelte di vita incanalatesi nel conformismo più triste, la condanna alla moralità comune incapace di andare oltre lo stereotipo o il solco già segnato.
Colpisce però che, esclusa la piccola parentesi di Mr. & Mrs Bridge, questi film scelgano tutti come ambientazione la vecchia Inghilterra, ritraendola bellissima e ricca di fascino, ma incancrenita nelle sue tradizioni. Per approfondire questo aspetto bisogna tornare a Ishiguro, scrittore inglese ma di origine giapponese, che, raccontando la genesi di Quel che resta del giorno, disse che solo un non inglese, ma innamorato dell’esserlo, può cogliere come la tradizione, la formalità, la ripetitività siano una caratteristica intrinseca dell’essere inglese, sentendosene sia attratto sia soffocato.
Rompere le consuetudini
Nei film di Ivory è evidente come la perfezione delle case inglesi strida con la formalità inaridente (Camera con vista), il pregiudizio stritolante (Maurice), il dislivello sociale (Casa Howard, Quel che resta del giorno) dei gentiluomini e delle gentildonne che ci vivono dentro.
Ritornando all’inizio, sembra che di questa bomboniera animata si accorgano solo alcuni personaggi del disegno, i soli che possano ambire a rompere le consuetudini e finalmente vivere le proprie scelte consapevolmente. Così, per assurdo, nei film di Ivory, come nei libri che ha scelto di sceneggiare, gli ambienti interni perfetti si trovano in contrasto con le tempeste interiori consumate nelle piccole stanze dai suoi protagonisti.
Da questo elemento tipico della letteratura inglese di Emily Brönte a Elizabeth Jane Howard, la lotta fra un esterno impersonale e un vissuto passionale, nasce il cinema perfetto di James Ivory che ancora fino a Quella sera dorata vuole mostrare come per trovare la propria unicità sia necessario rompere con ciò che consideriamo consuetudine, normalità.