Game of Thrones (Il Trono di Spade) - Stagione 7 Episodio 6 - Recensione

Game of Thrones (Il Trono di Spade) – Stagione 7 Episodio 6 – Recensione

Puntata che si svolge per la maggior parte oltre la barriera e comunque al nord. Jon Snow continua imperterrito a incaponirsi su scelte discutibili. Arya e Sansa sono ai ferri corti e se fossi in Sansa ci penserei più di due volte a far incazzare la sorellina. Daenerys agisce come sempre di testa sua, sceglie i consiglieri solo per contraddirli.

Jon Snow e l’impulso a fare cazzate

Che Jon Snow sia il personaggio che meglio incarna l’eroe coraggioso e senza macchia (pur essendo un bastardo e in quel mondo lì non è molto carino) non ci sono dubbi, ma siamo sicuri che gli affideremmo un regno o anche solo una contea? Se da un lato è moralmente affidabile, dall’altro manifesta quella tendenza a compiere stronzate che lo spinge spesso e volentieri in vicoli ciechi.
In passato, non fosse stato per l’aiuto della sorellastra, avrebbe perso la battaglia dei bastardi, che se avesse perso quella sarebbe stato canzonato in eterno dai cantastorie. Poi decide che sarebbe bello portarsi a casa come trofeo un estraneo, racimolando un gruppo di squinternati e lanciandoli verso morte certa. In questo episodio non si degna di salire sul drago che gli ha salvato per l’ennesima volta il culo e risulta il responsabile della morte di uno dei cucciolotti. Probabilmente rispecchia davvero il perfetto re del nord: cocciuto e tagliato della grossa, in grado di ragionare solo in termini di onore ed eroismo.
Per altro nella compagnia diretta oltre la barriera ha imbarcato solo gente con la sua stessa scorza, con il risultato che il Mastino, per divertirsi come il bambino che non ha mai potuto essere o come il teppistello di strada che è diventato, permette agli estranei di fare un passo oltre alla loro idiozia.
Però una dote gli va riconosciuta: ha una dose di culo stratosferica. Se poi consideriamo che è un mezzo Stark, comprendiamo bene come ne abbia ereditato l’aspirazione alla morte ma non la sorte beffarda.

Sansa e Arya e la rappresentazione dei veri rapporti tra parenti

Arya ormai è caduta in un vortice di follia omicida che rischia di non risparmiare nessuno, come se avesse preso un acido tagliato male. Guarda tutti con quegli occhi con cui il cacciatore osserva la preda, il boia il condannato, Samara le vittime; con il particolare che Samara al confronto sembra una bambinetta viziata. Però io lo ripeto, ha la stoffa della regina, per me è lei che dovrebbe sedere su quel trono: pochi fronzoli e tanto sangue alla vecchia maniera.
Sansa di contro ha aspirazioni che vanno oltre la propria astuzia, è come se giocasse in una enorme casa delle bambole horror. La classica dama di corte che, credendo di non avere quanto merita, si rifà sui buoni, su quei pochi che le danno retta. Infatti comanda a bacchetta quella Don Chisciotte fuori contesto di Brienne, mentre di tutti gli altri teme le reazioni.
In questo episodio i rapporti sono più tesi che mai e non mi sarei stupito se Arya l’avesse pugnalata a sangue freddo, temo che non l’abbia fatto solo perché non ha terminato il tirocinio da assassina: un po’ come Skywalker fece con Yoda.

Daenerys perde i pezzi ma non la voglia di accoppiarsi

La Nata dalla tempesta, passata definitivamente all’outfit invernale, salva il culo a Jon ma paga il prezzo di un drago. Non per questo però non le sale chiara negli occhi la voglia di giacere con quel bel maschione avventato (ormai abbiamo capito il tipo d’uomo che la eccita). La ragazza è impulsiva e deve forse ancora imparare molto dalla vita, ma una cosa l’ha capita pienamente: ormai considera Tyrion il suo giullare più che il consigliere. In effetti il buon vecchio Tyrion non ha azzeccato molte strategie fino a qui. D’altronde cosa dovremmo aspettarci da uno con la tendenza a bere e innamorarsi di prostitute? La vera domanda è perché ancora Daenerys se lo tenga a corte, se non fosse subentrato Jon penserei che consideri Tyrion per le doti attribuite ai nani. Lo elegge proprio primo cavaliere e poi lo sbeffeggia apertamente quando le parla di politica, pare una trasposizione della giunta Raggi.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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