Papillon, una storia vera

Un libro che per certi versi è un pugno in faccia,  sporco, puzza di muffa e che non ha mezze misure un po’ come il suo protagonista nonché autore, Henri Charrière, detto Papillon, nomignolo che si aggiudica per via di una farfalla tatuata sul petto.

Una storia violenta, nonostante il titolo
Un libro di memorie che lascia incollato chi ha il giusto spirito nel volerle conoscere e uno stomaco forte.
Un uomo che parla e scrive come mangia, essenziale, asciutto a cui non gli interessa indorare la pillola con paroloni inutili che abbelliscono le scene, ma che racconta con una crudezza da cella quello che ha passato. È la sua storia nuda e cruda. E violenta.

Venne condannato nel 1931 ai lavori forzati a vita in Cayenne, cioè nel posto più allucinante che si possa organizzare per far scontare delle colpe, accusato di un omicidio del quale si proclamò sempre innocente.
Ad incastrarlo, un testimone corrotto. C’è sempre l’infame di turno ed anche qui, la regola non viene smentita.
Imprigionato, tenta la fuga numerose volte con esiti drammatici, l’ultima e più rocambolesca dall’Isola del Diavolo. Fuga che lo porta in Venezuela dove riesce a stabilirsi da uomo libero con la compagna Rita.
La prima tentata evasione è solo quarantadue giorni dopo essere stato ingabbiato, ma viene ripreso, e al suo ritorno l’accoglienza non fu delle migliori.
Sprezzante del pericolo questo Papi. Diventa leggenda,  un eroe della fuga e un personaggio per cui la libertà è pura vocazione.
I suoi aguzzini sono spietati, ogni punizione viene fatta scontare in una prigione sotterranea umida e con disagi di vario genere, da fisici a psichici, supera prove che avrebbero reso folle la maggior parte di noi e lo fa con una lucidità e una determinazione impressionante.
Pochi amici, tra cui gli scarafaggi, ma molti soldi che si porta appresso, all’interno di un bussolotto nascosto esattamente là dove non batte il sole e che gli servono per corrompere le guardie.
Sono raccontati tredici anni di prigionia tra queste pagine, nove fughe e una quantità indefinita di violenze che i carcerati erano costretti a subire in quel regime fatto di soprusi e che lui porta alla luce e fa conoscere a chi faceva finta di non vedere.

Dentro c’è la voglia di riappropriarsi della propria libertà tolta ingiustamente, il bisogno di rivalsa e la vendetta verso chi lo aveva condannato verso quella che lui definisce “la strada della Putredine” ovvero il vergognoso trattamento che la Francia dell’epoca riservava a quelli che erano scomodi per la società.
I lavori forzati, le violenze, l’annientamento fisico e mentale e per la maggior parte la morte per sfinimento erano un processo che Charrière  denuncia e fa sapere al mondo anche grazie alle sue parole non proprio da educanda svizzera.
È un gran libro gente, ma se siete facilmente impressionabili lasciate perdere, qui servono tenacia e impegno per seguirlo nelle sue prodezze, per poi ritrovarsi a fare il tifo per lui, che ha una farfalla tatuata proprio come me.
Quello che scrive lo senti e lo vivi.
E poi ti sembra di vederlo, in mezzo all’oceano aggrappato ad un sacco di noci che grida al cielo “Sono ancora vivo, bastardi!”.
E lì finalmente puoi permetterti di sorridere.
Valutazioni emotive:
Felicità: 15%
Tristezza: 20%
Profondità: 50%
Appagamento: 85%
Indice metatemporale: 95%

Voto finale

Voto Finale - 80%

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Su Clara

Sono cresciuta a libri,moda e rock'n'roll. Mangio arte fin da piccola e ho sempre saputo che mi sarei occupata dell'immagine in tutto quello che la riguarda. Dopo i canonici anni di Liceo Artistico frequento l'Istituto Marangoni e l'Accademia del Lusso e della Moda a Milano dove spazio tra creazioni, styling e scrittura di settore. Ho una passione per il vintage a cui do una seconda vita, riutilizzando accessori e complementi d'arredo la cui immagine si stravolge e ne esce completamente rinnovata, la linea si chiama Resurrection Design, un nome che è tutto un programma, ma soprattutto una filosofia sulle possibilità. Scrivo, disegno e dispenso consigli su quello che sarà cool, una sorta di guida semiseria di quello che fotografo in giro per la City con l'occhio marcato dall'eyeliner e che racconto come se fosse una storia. Rido tanto, sogno molto e macino chilometri...ma sempre con un certo stile!

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