Gotham, il male (quasi) normalizzato

Mi sono sparato in meno di una settimana tutte e 22 le puntate della prima serie dedicata alla città di Batman, tra villain in divenire e altri già fatti e finiti. Come l’ho trovata? Avvincente, ben fatta e, a livello recitativo, decisamente solida (sì, è bravo pure il biondino tamarro di O.C.)

Netflix è una fottuta condanna. Mi sembra giusto principiare così, se non altro per giustificare a me stesso e alla coinquilina che mi ha seguito, la maratona folle a cui mi sono sottoposto in poco meno di 4 giorni. 96 ore (pause comprese) per sciropparmi tutte e 22 le puntate della prima stagione di Gotham e, giocoforza, procrastinare tutto ciò che una persona sana di mente non procrastinerebbe mai (tipo mangiare, dormire, lavarsi).

Detto ciò, torniamo a Gotham. Suppongo che quasi tutti sappiano già di cosa stiamo parlando, ma è giusto fare un breve recap. Si tratta, in sostanza, di una serie TV ambientata a Gotham City, la città di Batman, appunto, ai tempi in cui Bruce Wayne era ancora un bimbo dodicenne rimasto orfano di fresco. La storia racconta dunque la Gotham prima della venuta dell’uomo pipistrello e ha come protagonisti il giovane Jim Gordon e alcuni dei villain più celebri del fumetto della DC Comics. La prima serie è già andata in onda su Mediaset Premium (e poi su Netflix) mentre la seconda è uscita a settembre negli Usa e arriverà da noi il 27 gennaio. Questi dunque, sono gli ultimi giorni disponibili per mettervi in pari, in attesa delle nuove puntate.

Recitazione solida

Ma perché Gotham va vista? Beh, per una serie di validi motivi. Premetto che non sono un duro e puro, per cui questa recensione non incontrerà i favori dei laureati in fumettologia. Gotham si prende alcune libertà rispetto al fumetto originale, inventando alcuni personaggi (come la spietata e teatrale Fish Mooney, forse uno dei personaggi meglio riusciti) e stravolgendone altri (Alfred, da maggiordomo inglese posato e misurato si trasforma in una sorta di iron man con un oscuro passato da combattente) perciò chi si aspetta un’attinenza religiosa con le tavole originali verrà deluso. Detto questo, i punti validi di questa prima stagione sono tanti. Il primo è che Gotham è una serie TV davvero ben recitata, dal Pinguino (Robin Lord Taylor), fino a Gordon (Benjamin McKenzie, ossia “mr Californiaaaaa, Californiaaaaa”), passando da Falcone a Maroni, tutti gli attori sono riusciti a dare una caratterizzazione valida al loro personaggio, forzando dove serviva (oh, a me l’Enigmista di Cory Michael Smith è piaciuto un sacco) e restando nei registri classici quando c’era da rimanere nei ranghi. Bellissima, a mio avviso, anche la caratterizzazione della città di Gotham, universo ben congegnato che in questa versione perde un po’ dell’aspetto tetro e dannato che le ha conferito Nolan nella sua trilogia, ma vira decisamente su tinte più seppiate e noir.

Il male umanizzato

Altra cosa che mi è piaciuta è che Gotham, o almeno, questa prima stagione, non è un pippone sul trionfo del bene (che per provare a scamparla scende continuamente a patti col male) ma una rappresentazione ben riuscita dell’abisso umano. Mi spiego, in Gotham il male non è più solo la condizione necessaria e banale per l’esistenza del bene ma anche un fenomeno con un’origine e una spiegazione. Il soffermarsi sul passato dei vari cattivi, dalla mamma, anzi “madre” fulminata del Pinguino, alle delusioni d’amore dell’Enigmista fino alla solitudine “felina” di Celina Kay (e non parlo del Joker, che nella prima stagione fa solo una piccola apparizione, ma sembra che nella seconda serie sarà parecchio protagonista), permettono loro di essere caratterizzati in maniera inedita e, soprattutto, li rende completamente centrali nella storia.

Il colpo di genio della serie, a mio avviso, sta proprio nel modo in cui il male di Gotham City è stato caratterizzato per renderlo più “umano”. Qui infatti, le caratteristiche marcatamente fumettistiche dei cattivi sono state limate affinché potessero essere racchiuse e spiegate come un semplice, per quanto deviato, tratto psicologico. Oswald Cobblepot, ad esempio, non è più un essere pinnato che vive nelle fogne, ma un ragazzo azzoppato (da qui il soprannome Pinguino) con evidenti problemi affettivi e un vitale bisogno di rivalsa. Stesso discorso per Selina Kyle, che non è più una gattara schizzoide (perdonami Michelle, perdonami) ma una ragazzina di strada, probabilmente abbandonata dai genitori, abile borseggiatrice e agile come una ginnasta. Lo stesso discorso vale per i futuri cattivi come Harvey Dent (palesemente bipolare e con problemi di gestione la rabbia) oppure Edward Nigma, che dietro ai suoi indovinelli nasconde almeno un centinaio di patologie presenti nel DSM V.

Che succederà?

In Gotham di carne al fuoco ce n’è tanta e, per quanto riguarda la seconda serie, le possibilità di sviluppo sembrano essere infinite. La seconda stagione ci dirà quale direzione prenderà la storia, quello che è certo è che i personaggi con un potenziale da sviluppare sono ancora tantissimi. Resta da capire se la serie resterà quello che abbiamo visto sino a ora oppure, per esigenze di copione, i personaggi riprenderanno la loro valenza fumettistica originale. Gli interrogativi da sciogliere sono tanti: Da Harvey Dent, Jerome (Joker) fino allo stesso Bruce Wayne (chissà se lo vedremo mai in veste di Batman) per non parlare della misteriosa Barbara Kean, l’ex fidanzata di Gordon che, per come si è evoluto il suo personaggio nel corso delle puntate, promette scintille…

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.