Io cammino con i nomadi
di Elena Dak. Immergersi nella realtà del popolo nomade Wodaabe attraverso il Sahel, senza sconti per il lettore, che non ha possibilità di sognare atmosfere magiche né immaginare mondi affascinanti senza concrete controindicazioni. Io cammino con i nomadi
è il viaggio di Elena Dak, giramondo per mestiere, nella Savana del Ciad centrale, ospite dei Peulh Wodaabe (più noti come Bororo), popolo di allevatori di zebù, che per gran parte dell’anno sono in continua transumanza.
Danze e transumanza
Le premesse di questa esperienza sono straordinarie, stuzzicherebbero chiunque abbia fame di scoprire mondi sconosciuti, vagare nel cuore dell’Africa, conoscere dal di dentro un popolo nomade di tradizioni, forse, millenarie. Elena Dak per un mese segue uno di questi clan di pastori per la Savana. Partendo dalla fine: ovvero dalle danze, dai canti, dalle maschere dei giovani e aitanti ballerini che, in autunno, dopo un anno di peregrinare, si ritrovano per conquistare le donne. Con l’indubbio vantaggio della poligamia, parte della cultura di questo popolo.
Dopo le danze, si ritorna sui cavalli e sui muli e a piedi, spostandosi quasi tutti i giorni, attraverso un territorio ostico, a tratti persino ostile, alla ricerca di foraggio fresco ed acqua per le loro mucche. Una famiglia in particolare si prende cura della nostra scrittrice. Che fa vivere tutte le fatiche della transumanza. Montare e smontare i villaggi ogni giorno, ripararsi alla buona dal caldo torrido o dalle piogge torrenziali. E poi le difficoltà nel reperire cibo, nell’affrontare tutti i disagi di condizioni igieniche a dir poco precarie.
La malinconia di una transumanza forzata
No, sono sicuro che non era questa l’intenzione della scrittrice veneta. Magari in lei è rimasto qualcosa di molto più bello e profondo e luminoso di questa sua esperienza di vita. E, per carità, cerca di trasmettere al lettore il fascino dell’essere in balia della Natura e nelle mani di un popolo che sa il fatto suo. Racconta di momenti incantevoli, una cosa sola col paesaggio e con le stelle, della bellezza dei semplici e ripetuti gesti.
Tuttavia, da questa lettura, oltre che i succitati disagi, rimane una grossa malinconia per un popolo che, almeno da quanto traspare, sembra essere “costretto” a vivere di transumanza, quasi con tristezza, in un mondo che muta velocemente e che i giovani Bororo desidererebbero vivere ad altre latitudini, sognando le città e l’occidente. I cambiamenti climatici e la riduzione dell’area a disposizione delle transumanze rendono ancora più evidente il concetto.
La condizione della donna Bororo
Poi, senz’altro, un altro elemento di tremenda malinconia è la condizione della donna Bororo, raccontata con schiettezza dall’autrice veneta. La transumanza è in gran parte sulle sue spalle: badare agli innumerevoli e spesso malati (per via della denutrizione e della scarsa igiene) bambini, cucinare e lavare con la poca acqua a disposizione, montare e smontare i campeggi, sopportare la condizione di sottomissione all’uomo. Ecco tutta l’infelicità della donna: dalle immagini raccontate, non sfugge e fa rabbia.
Un viaggio con i nomadi del Sahel
Si, avrei potuto raccontare diversamente questo libro. C’è infatti un’altra interpretazione, più buonista, di questa esperienza di viaggio. Quella ad esempio propagandata sulla copertina del testo. Ed è vero che Elena si affeziona realmente ai personaggi che le stanno attorno. Ma, in questa rubrica, è doveroso dare conto di ciò che un libro “lascia” a chi recensisce. Prima di iniziare a leggerlo, pregustavo di sognare un viaggio nel Sahel, Terra misteriosa ed affascinante, magari proprio come ha fatto la nostra coraggiosa scrittrice. Dopo averlo letto, nel mio elenco delle esperienze di viaggio che magari in parte un giorno realizzerò, questa coi nomadi del Sahel non figura di certo fra i primi posti.
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