Ogni ascoltatore ha la sua canzone d’ingresso nella poetica di un artista. La mia, per quanto riguarda Battiato è stata Voglio Vederti danzare, un incontro traumatico avvenuto ormai più di 15 anni fa.
Lei si chiamava Frè, diminutivo che suppongo stesse per Francesca, o Federica, ma anche Frida per quel che mi riguarda, non l’ho mai saputo e comunque non è importante. Lei come me, nel 2000 frequentava il secondo anno di Psicologia alla Cattolica di Milano, capelli castani ricci, occhi verdi, bellissima davvero. E tanto diversa da me. Milanese fino al midollo, in sede ci veniva con lo Scarabeo (era l’unica persona coi ricci che stava bene col casco) ed era vestita esattamente come doveva essere vestita una milanese. Io, invece, parecchio periferico, all’università ci venivo con le infradito e la canotta smanicata, perché in cuor mio ero convinto che andasse bene così (e confesso, a volte lo penso ancora).
E insomma, per questo ed altri motivi questa Frè non mi cagava di pezza, tanto che ci avevo messo poco a derubricarla alla voce “sogno inarrivabile”. Poi, in maniera del tutto inaspettata, grazie a degli amici comuni, si unì al nostro gruppo. Non che fossi mai riuscito a parlarle, però l’ascoltavo e, tra le poche informazioni che captai, scoprii che adorava Battiato e nello specifico “Voglio vederti danzare”. Convinto di aver trovato la “chiave di volta” scaricai il brano (all’epoca c’era ancora napster…) e lo imparai a memoria, poi decisi di ampliare la mia conoscenza comprando il cd de La Voce del Padrone e ravanai tra le cassette dei miei per farmi un’ulteriore cultura. Veleggiai per qualche settimana tra shivaismi tantrici, correnti gravitazionali, spiagge solitarie, geometrie esistenziali e via citando, nella convinzione che solo andando a fondo nella poetica del cantautore siciliano avrei potuto conoscere meglio anche lei.
Inutile dire che questa Frè restò un sogno, peraltro infranto mestamente una notte in un centro sociale, durante una festa di compleanno: mi ero preparato a modino e quella sera avrebbe dovuto debuttare un ninja illuminato, un battiatiano convinto, capace di sedurre chiunque grazie alla forza di una dialettica tanto barocca quanto incisiva. Inutile dire che il mio piano perfetto trovava il suo climax nell’eventualità (praticamente certa) in cui la bella Frè si fosse messa a ballare.
Come previsto lei “danzò”, io però, invece di lanciarmi citando balinesi festanti e cavigliere del Katakali, presi una china tipicamente gucciniana e bevvi fino a svenire. Non contento, a metà serata pensai bene di sottolineare lo stato alcolico imitando in maniera goffa un Derviscio, performance che, suppongo, azzerò definitivamente le già poche frecce nel mio arco.
Dopo quella sera, complice la pausa estiva e il cambio di sede, non la vidi più. Ci misi un po’ a superare la delusione e per un po’ mi rifiutai di ascoltare ancora quella canzone. A differenza di Frè, invece, le musiche di Battiato e le serate in stile Guccini sono restate. E oggi dopo 15 anni comprendo un po’ meglio le prime e reggo un po’ meno le seconde. Ma così è la vita.