Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene – Albert Bandura

Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene di Albert Bandura è un corposo volume tanto dettagliato quanto alla portata del grande pubblico. Una lettura impegnativa ma che vanta una chiarezza espositiva notevole e una schematicità strutturale che permette di seguire il discorso.

[…] Essere un agente significa esercitare un’influenza intenzionale sul proprio funzionamento e sul corso degli eventi determinati dalle proprie azioni. È la capacità di essere personalmente influenti a dare significato all’esercizio della moralità. Se il comportamento umano fosse controllato esclusivamente da forze esterne, sarebbe inutile ritenere gli individui responsabili del loro comportamento.

Com’è possibile fare del male a qualcuno e continuare la propria vita come se nulla fosse? Questa la grande domanda a cui cerca di rispondere Albert Bandura e lo fa attraverso un corposo volume tanto dettagliato quanto alla portata del grande pubblico. Si tratta pur sempre di una lettura impegnativa che va nel dettaglio delle argomentazioni e tende a dilungarsi per cercare di non trascurare aspetti importanti, sia in generale sia nei casi particolari; di contro però abbiamo una chiarezza espositiva notevole e una schematicità strutturale che permette di seguire il discorso anche a chi, come me, non è del campo.

Bandura parte con l’illustrare la propria teoria sociocognitiva su cui si basa la spiegazione del disimpegno morale, in modo da gettare le basi più generali su cui appoggiare gli affondi specifici. In seguito presenta quelli che per lui sono i meccanismi generali del disimpegno morale. A livello di locus comportamentale: le giustificazioni morali, il linguaggio eufemistico e il confronto vantaggioso. Per quanto riguarda il locus dell’agency: lo spostamento di responsabilità e la loro diffusione. Per quanto concerne il locus degli effetti: noncuranza e negazione. Infine, nel locus della vittima: deumanizzazione e attribuzione della colpa.

Una volta impostata la teoria generale, Bandura la applica a casi specifici, in modo da dare dimostrazioni pratiche di quanto esposto in astratto. Questa parte del libro, la più corposa, ha il grande merito di vedere la teoria svolgersi nel concreto, in modo da dare un volto sensibile ai meccanismi sottostanti. Al di là delle intenzioni, quel che conta sono gli atti e come si arriva a compierli, l’aggancio pratico concede forza alle argomentazioni. Nello specifico, Bandura applica la teoria ai seguenti grandi campi: l’industria dell’intrattenimento, con un focus teso alla televisione; l’industria delle armi; il mondo aziendale, con l’analisi del mondo della finanza e poi delle industrie che producono prodotti nocivi o la cui catena di produzione è nociva per i lavoratori; la pena capitale; terrorismo e controterrorismo, analizzando la risposta occidentale agli atti terroristici; sostenibilità ambientale.

Ogni capitolo dedicato all’argomento specifico ripropone lo schema teorizzato, in modo da segnalare come i meccanismi di disimpegno morale vengano impegnati nei casi concreti, in modo da mostrarci lo svolgimento sul campo della spiegazione proposta. Di certo questo modo di procedere porta ad una certa ricorsività poiché i meccanismi sono sempre gli stessi, ma d’altro canto risulta molto interessante dare loro un volto sempre diverso che ne smaschera la capacità mimetica.

La positività di fondo

[…] In passato era opinione comune che i terroristi fossero in genere persone povere, con scarsa istruzione, mentalmente instabili e spinte alla violenza da un senso di impotenza e disperazione, ma questa caratterizzazione non è sopravvissuta ad uno scrutinio empirico e la ricerca di una specifica «personalità terroristica» è male indirizzata.
In realtà, una scarsa fiducia nella propria capacità di realizzare cambiamenti con l e proprie azioni, e la convinzione che sia inutile impegnarsi, non generano violenza ma apatia.

Poiché non sono un tecnico, parlerò di un paio di cose che hanno suscitato il mio interesse, fermo restando che il libro è corposo per un motivo valido, capace di suscitare domande oltre che di cercare risposte. Cerca di essere equilibrato, pur esponendosi su tutti i temi, perché non si tratta solo di teoria, ma di teoria applicata e rende necessario sporcarsi le mani, fare esempi concreti e non disimpegnarsi a propria volta.

Le persone, per compiere atti che provocano danni ad altri, hanno la necessità di disimpegnarsi a livello morale. Questo significa che di per sé chiunque ha una morale costruitasi nel tempo all’interno della propria vita sociale. Dunque, anche per gli atti più efferati, non esiste una malvagità congenita, perché chiunque deve potersi presentare a sé stesso libero da pesi morali, convinto di non essere andato contro le proprie convinzioni morali e di potersi guardare allo specchio con una certa leggerezza. Non esiste il cattivo, esiste una specifica persona, proveniente da un personale contesto e che in determinate circostanze crede di poter agire in un certo modo senza compiere nulla di male, o per lo meno un male non eccessivo.

Le azioni derivano da una serie di cause concatenate, non è mai un solo fattore a condurre ad un atto. Alcune cause derivano dalla storia personale, altre sono fortuite, ma esiste sempre un contesto sociale che forgia e a cui far riferimento, sia pubblicamente sia personalmente. Le persone agiscono sulla base di una concatenazione molto intricata di elementi, ognuno dei quali è fondamentale. Per esempio, per compiere atti contro la legge, tra le altre cose, è necessario avere una forte fiducia nelle proprie capacità di potercela fare, non basta essere cresciuto in un contesto degradato o intravedere un vantaggio economico.

E naturalmente bisogna potersi giustificare con gli altri e con sé stessi, è necessario aggirare l’autocontrollo morale che alberga in ognuno di noi. Per autoassolversi vengono messi in pratica alcuni meccanismi ricorrenti e, spesso, ci viene in aiuto il contesto sociale che da un lato inibisce, ma dall’altro può dare semaforo verde attraverso quegli stessi meccanismi applicati pubblicamente.

Bandura però è un ottimista e crede fortemente che i meccanismi del disimpegno morale possano essere contrastati da altri altrettanto efficaci di impegno morale. Così come esistono schemi di disimpegno che permettono di aggirare l’autocontrollo morale, esistono anche schemi per introdurre uno specchio che eviti le deformazioni, che possa mettere le persone davanti alla propria moralità senza aggirarla. Se è possibile disumanizzare le persone in modo da riuscire a torturarle, è altrettanto possibile riumanizzarle per evitare di far loro del male.

Questo lato del libro lascia forse perplessi nella misura in cui è necessario stabilire cosa è bene e cosa è male per educare alla moralità, oltre al fatto che direzionare i comportamenti comporta sempre una dose di imposizione esterna. Ma il fattore interessante non è stabilire cosa è male e cosa è bene, bensì l’indagine sui meccanismi che sottostanno alle nostre azioni e la possibilità di sfruttarli, l’idea che le nostre azioni non sono inevitabili ma portatrici di una complessità vivace, che agisce sul mondo e sugli altri. Diventa quindi necessario fare attenzione a noi stessi e riconoscere i trucchi che ci vengono propinati, cercare di non cadere nelle trappole che ci vengono proposte da più direzioni per evitare di essere manipolati, tanto possiamo sempre manipolarci da soli.

Al di là delle mie scarse considerazioni, si tratta di un libro profondo e approfondito, che gioca su un terreno scivoloso ma importante, che si e ci mette in gioco, non cerca scorciatoie e ma prova ad essere il più puntuale possibile.

Albert Bandura – Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene – Erickson

Traduzione: Riccardo Mazzeo

Autore: Albert Bandura
Traduttore: Riccardo Mazzeo
Editore: Erickson
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 16 novembre 2017
Pagine: 612 p., Brossura
EAN: 9788859014324

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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