US Open 2015 – New York, il torneo di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, una finale tutta italiana che sa di storia. E noi c’eravamo, ci siamo stati per due giorni interi, per la prima volta abbiamo potuto ammirare i professionisti dal vivo e in un torneo dello slam. Ecco un diario dei due giorni al parco giochi, dopo quello live qui proposto. Pomeriggio e serata densi, tra i match di Ferrer, Radwanska, Serena e Venus Williams, Bencic, Djokovic
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02/09 Pomeriggio
Una volta dentro il parco giochi, a parte sul centrale, i sudditi possono aggirarsi su tutti i campi che desiderano. Considerando il fatto che stiamo parlando di un secondo turno e quindi di molte partite in ballo, dovete immaginarvi un mare di campi blu a disposizione, tanti da mettere in crisi la direzione da prendere, un godimento senza limiti ininterrotto. Con nostra ulteriore sorpresa scopriamo che per accedere ai campi le file sono nulle o limitate. Ma che diamine, il paese dei balocchi esiste, ce l’hanno costruito, forse non a portata di mano ma stare a questionare mentre lo stiamo percorrendo non mi pare il caso.
Usciti dal centrale la folla girovagante comincia a montare, senza controindicazioni però. Anche nei momenti di massima affluenza non abbiamo mai avuto la sensazione di caos eccessivo, come se li avessero narcotizzati, o avessero dato sostanze stupefacenti a noi, insomma qualcosa non quadra. Che sia organizzato bene? Sicuro. Che sti americani sappiano stare in gruppo con più ordine? Pare di sì. Che quello che mangiano abbotterebbe in modo definitivo chiunque? L’avremmo scoperto nei giorni successivi.
Arriva il momento dell’Appuntamento. Il Fato e gli Dei del tennis si sono riuniti, hanno discusso dei miei peccati e dei miei migliori pensieri, hanno messo sui piatti della bilancia i soldi spesi e l’entusiasmo suscitato, i miei gusti in fatto di tennis e la mia passione per il gioco delle donne, la realizzazione di un sogno e la teoria di santi abbattuti in volo in caso di mancata realizzazione. Insomma, il calendario e gli incroci mi danno la possibilità di assistere al match di Aga. ninja non discute minimamente la scelta della partita da vedere, sa che ne andrebbe della sua vita, vede gli occhi della pazzia non dargli scampo.
Per non correre il rischio di perdere anche un solo minuto e per accaparrarci posti decenti ci catapultiamo sul court 17 con un leggerissimo anticipo, in piena attività da terraiolo adattato di David Ferrer contro Filip Kraijnovic. Dopo una fila da nulla entriamo e, credendo a malapena ai nostri occhi, scopriamo di poterci piazzare in posti molto avanzati. Quando intendo avanzati voglio dire molto ma molto avanti, insomma ci ritroviamo a vedere tennis a due passi. Chi se lo immaginava, sto paese dei balocchi non lo visiti, lo vivi, perché guardare una partita da questa distanza è pazzesco, è fuori da ogni più rosea previsione, la maniera del mondo di restituirci i torti.
Ferrer ha il merito di regalarci il primo tie-break e di far sembrare umani i tennisti professionisti. Mentre il set finale si snocciola in una normalità accomodante, i nostri corpi si rendono via via conto che il caldo inizialmente fastidioso si trasforma in una tortura a ciel sereno. Il sudore comincia a farsi strada nelle mutande, gocce colano nel fondoschiena con insistenza sistematica, regalando un nuovo senso all’espressione igiene intima. Ricordate quando non ci hanno concesso di entrare con lo zaino? Secondo voi dove abbiamo lasciato i nostri cappellini? L’attesa della principessa si gioca tra emozioni da poco in campo, maglietta stupidamente grigia e testa che acquista un calore innaturale. Sarà per questo che l’apparizione di Aga assume contorni messianici, appartenendomi indole fantozziana le visioni a sfondo mistico sono sempre dietro l’angolo.
Un’altra caratteristica di questo pubblico bizzarro è di non seguire i match per intero, molti di loro si guardano sei o sette game, a volte meno, e poi cambiano campo. Questo ci permette, una volta andatosene Ferrer, di guadagnare ulteriori posizioni, fino ad assistere all’ingresso dell’anno da distanza insopportabilmente, per un cuore debole, ravvicinata.
Un’oretta e rotte di Radwanska contro la connazionale Magda Linette. Il cuore che pulsa all’impazzata, con il dubbio se gli effetti sul fisico siano figli dell’emozione o dell’insolazione ben avviata. Aga gioca il minimo indispensabile, ma il tocco di palla è commovente, la leggerezza con cui si muove in campo un dono di eleganza, non è più sudore quello che mi imperla la pelle e marcisce le ascelle, è brodo di giuggiole. Dalla posizione privilegiata mi accorgo con nitidezza dei passettini con cui aggiusta la posizione rispetto alla palla che arriva, le suole stridono sul cemento, il movimento perenne. Pazzesco. Anche quanto tira piano, quella palla la appoggia più che colpirla, spesso viene il dubbio che possa arrivare al di là della rete, croce e delizia: la mette nell’altra parte del campo con la mano e rivela tutta la sua fragilità, tutta l’attaccabilità di una sua palla non giocata al meglio. Linette di contro non impressiona per qualità tennistiche, ma, in risposta, ci mostra un culo sodo e definito, una performance da slam. ninja non si dà pace, se il caldo accentua le mie tendenze mistico apocalittiche, su di lui ha l’effetto di far vorticare gli ormoni in modo più animalesco che umano. Persino io, che sto vivendo un amore delicato, non posso dargli torto: le vie del signore sono infinite e a volte sul retro.
Dopo la sbronza ci dirigiamo nuovamente sul centrale, dove quella che le masse identificano come la regina, Serena Williams, deve massacrare Kiki Bertens. Vi rendete conto vero? Senza sosta da un campo all’altro, trottole impazzite di contentezza. Prima di prendere posto, sempre nel terzo settore, ci concediamo la prima birra e del cibo spazzatura, rigorosamente da consumare sui sedili. Se è vero, com’è vero, che i prezzi sono esagerati, rinunciare a sorseggiare birra in questo contesto sarebbe delittuoso. Non ci fermeranno i prezzi spropositati, siamo disposti a cacciare dollari a profusione. Sul centrale il caldo ci dà un po’ di tregua, ringraziamo i nostri santi all’inferno che una birra in quelle condizioni avrebbe condotto da noi i paramedici.
Ci assestiamo sui posti con una Serenona sotto nel primo set. Davvero? Possibile che siamo destinati ad assistere al crollo dell’eletta? Ci stuzzica il sottile piacere di essere presenti ad un tonfo clamoroso, gli uomini sono cattivi dentro si sa. Però nessuno dei due ci crede davvero, è solo una pia illusione alimentata da alcol, insolazione recente ed euforia non doma. In campo è palese come Serena abbia una cilindrata troppo superiore, i colpi paiono davvero pesanti anche da qui. E poi c’è quell’abitudine assodata delle avversarie di cagarsi in mano quando si tratta di chiudere un set contro di lei. La superiorità dell’atleta non si discute, che sappia giocare i punti decisivi con una freddezza e una grinta fuori dal comune pure, ma le altre hanno un timore reverenziale che ho visto solo al sud verso i santini e le madonne. Infatti Williams vince il tie-break e fa sua la partita al secondo. Impressiona, Serena dal vivo impressiona, lo fa pure dagli schermi, figuratevi di persona, figuratevi a giocarci contro. La solita performance teatrale infarcisce la sua partita, davvero non ne può fare a meno?
02/09 Sera
Dall’incontro di Serena in poi cominciamo ad infilare una buona batteria di birre, favoriti dal clima che si fa più docile e dalla sera che si avvicina e la sera chiama la birra, un’equazione nota dalla notte dei tempi. È a questo punto che mi accorgo di aver dimenticato gli occhiali nello zaino, portando solo quelli da sole e da vista insieme. Dobbiamo uscire dal complesso per tornare agli armadietti, una volta fuori ci rendiamo conto che la fila in attesa della sessione serale è lunga oltre ogni nostra sopportazione. ninja è clemente con me, io inizio a credere di aver commesso un errore imperdonabile, si impossessa di me uno scoramento disperato, ninja non me lo fa intendere ma la sua espressione persa parla molto chiaramente. Chiediamo, col nostro inglese zoppicante da entrambe le gambe, agli addetti ad inizio fila se ci è concesso saltarla visto il doppio ingresso in nostro possesso. Ci indicano di passare per una via laterale priva di folla. Arrivati al dunque un’asiatica bassa e frustrata ci parla di un timbro che avremmo dovuto farci fare, altrimenti fila. Noi parliamo e gesticoliamo, la malefica ci mette da parte per far entrare altre persone, dopo dieci minuti si rende conto che non riesce a darci retta e che la nostra decisione supera le barriere linguistiche, quindi con l’espressione della sconfitta e dell’esasperazione ci fa segno di andare: fanculo, pensava di inchiodarci alla nostra ignoranza, ma la sua rigidità ha dovuto infilarsela nell’accomodamento.
Sollevato dal fatto che le colpe dei coglioni non sempre si ripercuotono sui compagni di viaggio, ci avanza tempo prima di rientrare su centrale per la sessione serale. ninja opta per assistere alla sessione di allenamento defaticante di Serenona: il carisma dei vincenti lo attanaglia, la forza bruta del donnone lo ammalia, il fascino che la regina sprigiona lo conturba.
Personalmente invece rimango appiccicato al court 11, dove l’emergentissima Belinda Bencic si scontra con la giapponesina Misaki Doi. In piedi mi ritrovo davvero a due passi dal campo, è come vedere una partita di mio cugino, sempre lui, a bordo campo, io credo sia davvero troppo. Poi per Belinda ho un debole, trovo giochi un tennis semplice e intelligente, con margini di miglioramento nelle discese a rete: dai Belinda non fa male, è una zona del campo che ha il diritto di esistere. Riesco ad assistere solo al primo set, in cui la svizzera appare nervosa e finisce per perderlo. Poco importa, le giapponesi al mio fianco non riescono ad impedire il godimento di essere così vicino, il loro tifo posato non mi tange, io sono su un altro pianeta.
ninja si palesa puntuale per ritrasferirci sul centrale, a questo giro secondo settore, il menù prevede Venus Williams contro Irina Falconi. L’Arthur Ashe ci riserva un nuovo impatto, quello donato dalla veste serale, uno stadio in abito lungo luccicante, forse non troppo elegante ma ammagliatore. La cornice perfetta per fare da contorno all’ingresso della Venera nera, passo svogliato e indolenza dolce, pelle meravigliosa e coordinazione non necessaria. Magnifica creatura, apparizione celestiale e infernale allo stesso tempo.
Venus mena, il peso della sua palla è simile a quello della sorella, sa fendere il campo con la stessa naturalezza. La differenza sta tutta nella mancanza di voglia nel rincorrere la palla, gioca chiaramente al risparmio, se può fare il punto tirando ci prova, se deve soffrire si ferma. Vince il primo, perde il secondo al tie-break, poi regola l’avversaria facilmente al terzo. Sprazzi di classe incontaminata, squarci di un finale di carriera per nulla rinunciatario, limiti evidenti di una condizione fisica compromessa, statuaria donna che caracolla sui campi da tennis per regalarci picchi di meraviglia.
Dopo tanta grazia selvaggia ecco a noi il numero uno del mondo, Novak Djokovic, vittima sacrificale l’austriaco Andreas Haider-Maurer. Forse è arrivato il momento di chiarire il fatto che non amiamo mica vedere big sotterrare malcapitati, il discorso è che al secondo turno i match sono più o meno questi ed essendo la nostra prima volta la voglia di osservare dal vivo i top player esiste, inutile negarlo.
La partita è senza storia, lo strapotere e la solidità del serbo non lasciano scampo, si notano ad occhio nudo ed inesperto, è un muro, una macchina, uno che non le manda certo a tirare. ninja appariva scettico fin da prima dell’inizio, considera Novak asettico, la sua forza incapace di suscitare emozioni. Però a vederlo davanti a noi sciorinare colpi gagliardi… sé vabbè, ninja aveva ragione, la sua diffidenza è pura verità. Novak non si può criticare, mette a frutto le proprie caratteristiche e lo fa alla grande, ma l’emozione è un’altra cosa, non basta un centrale a tirato a lucido e un tennista coerente e forte, servono guizzi, serve calore nei colpi, serve ciò che non è in grado di dare. E dire che l’abbiamo osservato sotto la lente della quinta birra, approssimativamente, se nemmeno così allora non sapremmo proprio come farci emozionare.
