US Open 2015 – New York, il torneo di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, una finale tutta italiana che sa di storia. E noi c’eravamo, ci siamo stati per due giorni interi, per la prima volta abbiamo potuto ammirare i professionisti dal vivo e in un torneo dello slam. Ecco un diario dei due giorni al parco giochi, dopo quello live qui proposto. Al mattino abbiamo assistito all’alenamento di Azarenka, Radwanska, Wozniacki e non solo e abbiamo seguito sul centrale Madison Keys.
Qui trovate la seconda parte
Qui trovate la terza parte
Qui trovi la quarta parte
Dopo Times Square, Metropolitan Museum, Central Park, World Trade Center, Wall Street (in una sera e una giornata, per un itinerario con una logica tutta da valutare) e diverse birre di defaticamento, il programma della nostra vacanza a New York prevedeva l’obiettivo massimo, almeno per me, il motore della vacanza, oggettivamente: gli US Open, ultimo slam dell’anno… sti cazzi!
p.s. I due giorni sono stati così incredibili da far dimenticare a ninja il ritiro di Maria Sharapova, un lutto che ha portato in giro senza ritegno e con dignità nemmeno abbozzata.
02/09 – Mattino
Sveglia puntata alle 7,45, avete presente Pezzali che per non fare tardi forse ha cannato da dio? Ecco, noi siamo andati oltre, perché alle 7,15 eravamo già in piedi. ninja, a quanto sostiene, a causa del mio russare (viste le tappe forzate del giorno precedente mi sono sentito in colpa solo per un paio di minuti, quelli precedenti alla connessione del cervello), io, che detengo il record rionale di sonno consecutivo, mi ritrovo invece con gli occhi sbarrati per chiara eccitazione, come un bambino in attesa della gita tanto attesa e promessa. Rapida colazione con ciambella e quello che chiamano caffè e poi via verso i campi.
Il tragitto in metropolitana di tre quarti d’ora, con la sua attesa a tappe, ci eccita oltremodo, ma non abbastanza da esaurire la nostra attitudine alla meraviglia. Scesi dalla metro ecco il complesso davanti a noi e un viale costellato da baracchini che vendono il programma cartaceo del torneo e della giornata singola, tipo fiera di paese con bancarelle che vendono la stessa cosa. Ma noi siamo già forniti di app ufficialissima del torneo, quindi resistiamo alla tentazione di spendere per un souvenir inutile, anche se sarebbero comunque stati soldi spesi bene, almeno per i nostri canoni.
Naturalmente i nostri zaini sono troppo grandi per essere portati dentro, d’altronde giusto le borse sarebbero passate ed io a ninja l’ho detto mille volte: compriamoci una borsetta, una di quelle che ti fa sentire donna per la parte utile. Ma lui nulla, non ci sente ed io da solo con la borsetta non ho avuto il coraggio, di cui pecco dalla nascita. Lasciati i bagagli gli inevitabili controlli con metal detector, che America sarebbe senza un ingresso stracontrollato? È chiaro che vendono facilmente armi sotto la pressione delle aziende produttrici di metal detector, non si può spiegare altrimenti. Nota subito lieta: fila minima, a prova della più proverbiale impazienza.
Una volta dentro sembriamo due ebeti in gita, ma non tanto da non accorgerci dei prezzi folli che girano nel complesso: acqua piccola 4 dollari, birra 9,5 dollari. Cos’è, la fiera del te lo metto in culo? Ma nell’immediato ci si sofferma poco a considerare la cosa, troppo impegnati a darci di gomito per la meraviglia ogni due per tre.
Raccogliamo la lucidità e ci fiondiamo sui campi di allenamento, che pure hanno un programma ben stabilito. Quello che vediamo è già abbastanza, forse troppo. I tennisti palleggiano a due passi da noi, possiamo vederne le gocce di sudore, possiamo osservarne il modo di colpire la palla come quando gioca mio cugino, in modo quasi intimo.
La prima ad accoglierci è Victoria Azarenka, che porta avanti una seduta di allenamento intensiva, sudata e sbuffante e urlante (sì grida pure in allenamento), colpisce con energia e colpisce ancora, una schiacciasassi imbufalita.
Ad un certo punto, nel campo di fianco a Vika, si materializza la regina di eleganza tennistica, la personificazione della leggiadria, l’icona della manina dolce, l’essere superiore al turbotennis oggi tanto fashion, insomma Agnieska Radwanska. Io rimango incantato, servo del suo fascino e schiavo della sua diversità già da Milano, l’apparizione crea un’aura di misticismo tennistico che sorpassa le barriere fisiche e si deposita all’interno della mia anima marcia, donandole un angolo di purezza che si attiverà solo quando scenderà in campo lei, colei che i miei occhi vedono come statuetta in una teca di cristallo che se girata fa piovere smorzate e recuperi e volée. La forza scorre potente in lei, cavaliere jedi le cui sconfitte sono solo una prova di distaccamento da questo mondo materiale.
Ninja mi guarda come uno da internare, consapevole però di non poter interferire nel processo cosmico che mi sta legando ad Aga.
Notiamo una differenza che subito ci salta agli occhi: l’allenamento di Aga è leggero in previsione del match di giornata, quello di Vika intensivo dovendo giocare il giorno successivo.
Sull’altro campo che affianca quello della bielorussa ecco comparire pure Caroline Wozniacki, anche lei impegnata in una scampagnata leggera, di una bellezza da picnic in campagna con buon cibo, sentimenti onesti e intenzioni zozze.
Vedendole tutte e tre contemporaneamente in campo salta subito all’occhio la diversità con cui colpiscono la pallina, la materializzazione lampante di tre modi diversi di pensare tennis: Vika costantemente aggressiva, col dubbio che anche a tavola divori tutto con ingordigia (nel video qui sotto prova le volée, ma tanto in campo se le dimentica); Caroline sulle sue, pronta a rimandare di là tutto ma senza voler dare fastidio; Aga leggera, con colpi delicati e fragili.
Arriva il momento di fare il nostro esordio in un match. Abbiamo il biglietto per il campo principale, l’Arthur Ashe Stadium, parte bassa dell’ultimo settore nella seduta mattutina e pomeridiana, secondo settore in quella serale. Avete provato a vedere quanto costano i biglietti del primo settore? Fatelo e non biasimerete la nostra scelta, il portafogli a volte può più della passione. Con la curiosità di penetrare nel cuore del colosso, ma con la sicurezza di non vedere un accidenti, proponiamo ai presenti il nostro trionfale ingresso. L’impatto è a dir poco suggestivo, nonostante la presenza di pubblico sia ai minimi termini.
Ci sediamo estasiati per assistere alla prevedibile passeggiata di Madison Keys sulla malcapitata Tereza Smitkova. La piacevole scoperta è che si vede bene, pure dall’altezza che ci hanno riservato gli americani la partita è gustabilissima (ancora non sappiamo cosa ci aspetta), la pallina si vede porca troia! E si vede bene, sti farabutti sanno come consentire ad oltre 22.000 persone di gustarsi la partita.
Il match fila via prevedibilmente liscio per la beniamina di casa, che tira forte e sotterra un’avversaria inesistente per quelle mine. A Madison devo soprattutto il mio primo occhio di falco, un momento tanto atteso dalla mia imbecillità populista. ninja mi osserva, imbarazzato per me, scandire con l’applauso l’attesa del verdetto tecnologico. Lo so che è da bambini dell’asilo, ma non sapete quante volte ho immaginato questo momento, una soddisfazione intima mi pervade, un entusiasmo senza reali appigli si fa largo nella mia testa fumante emozione. Cosa volete? Se date al bambino il gioco poi lasciatelo giocare in pace.
