Manuel Agnelli non è solo un grande scrittore di canzoni e un grande performer, il poliedrico artista milanese è anche un grande interprete dei tempi e delle circostanze e così, ancora una volta, mentre tutti vorrebbero rinchiuderlo nello stereotipo del solito alternativo venduto al mercato, lui spiazza tutti e pubblica Foto di Pura Gioia, una monumentale antologia del progetto Afterhours. Una scelta, perfetta e insieme geniale
Ma quello è davvero Manuel Agnelli?
Come capita quando si ascolta “Knocking on Heaven’s door “ e qualcuno dice “Ah, ma non era dei Guns N’ Roses?” o come quando qualcun altro dice “Ah ma Halleluja non era di Buckley?”, anche qui, qualcuno, ascoltando magari My Bit Boy e sbagliando momento per stare zitto, dirà: “ Ah, ma Manuel Agnelli, il giudice capellone di X-Factor, ha fatto davvero ‘sta roba?”Si, perché Foto di Pura Gioia (per i giovani, frase estrapolata da Quello che non c’è, brano del 2002 che dà il nome all’album omonimo, sesto in studio per la band e il primo dopo l’uscita temporanea del Chitarrista Xabier Iriondo) apre sul percorso ricco e molto variegato degli Afterhours e quindi del proprio leader, mostrandone gli inizi al vetriolo e la violenza romantica che hanno catturato per anni i fans rapiti da esibizioni live al limite della droga leggera. 
Gli Afterhours nascono a Milano nella seconda metà degli anni ottanta e non pensano alla televisione neanche per sogno, ma guardano all’America dei grandi autori rock: Lou Reed (Afterhours è un omaggio ai The Velvet Underground), Springsteen, Television, Boston. E così troviamo fra i primi pezzi, che partono proprio dal primo E.P., brani di rock alternativo, chitarre rock’n’roll che diventano momenti di vuoto e di pieno proprio come nella tradizione degli artisti sopracitati. My Bit Boy, Billie Serenade, How We Divide Our Souls ,Confidence, Glory – Of Soul Ignoring, Slush sono delle belle sberle in faccia al nuovo pubblico di Manuel Agnelli, e che forse, porterà pure qualche ascolto in più ai Joy Division e Violent Femme. Questa è la fase in cui la band si cimenta con una lingua diversa dalla propria e lo fa con grande istinto giocando sul vuoto strumentale e sui ritmi quattro quarti sparati a tutta velocità.
Il passaggio all’italiano
Poi si apre la fase della discografia italiana, per la band milanese e qui arrivano a mio modesto giudizio i capolavori: Germi, Ha paura del Buio e Non è per Sempre. La triade -cito solo questi tre ora solo per creare qualche categoria all’interno di un’antologia davvero complessa e ricca- ha creato il mito Afterhours con canzoni che sono rimaste addosso al pubblico che ha avuto la fortuna di scoprirle mentre venivano pubblicate e che ora spiazzeranno piacevolmente i nuovi ascoltatori. Triade che brilla tra le chicche della parte centrale del disco antologico che prevede meraviglie come Dentro Marilyn, Siete proprio dei pulcini e Ossigeno.
Su Ossigeno vorrei fare una piccola parentesi. Provate ad immaginare che cosa ha voluto significare quel pezzo per chi lo ha scoperto in radio, un puro caso per gli Afterhours di allora passare in F.M., in mezzo alla musica di inizio anni novanta? Una bomba su una spiaggia deserta, il testo e la musica erano urlo triste e insieme dolce che non poteva non essere udito.
Ma tornando al disco, scorrono via altri capolavori come Strategie, Pop, Male di Miele, Rapace, Dea, Pelle, Veleno, Voglio una pelle Splendida, Sui Giovani D’oggi ci scatarro su.
Per il terzo disco ancora tante pezzi da amare e consumare tratti dagli album che vanno dal 2008 al 2016 dove spiccano Padania e Non voglio ritrovare il tuo nome, tante per citarne due. Non contenti gli Afterhours di un’antologia così monumentale hanno deciso di pubblicare un quarto disco dove questa volta troviamo alcune cover storiche, tra cui Mio fratello è figlio unico, La canzone di Marinella e La canzone popolare brani che evidentemente legano Manuel Agnelli alla tradizione italiana ma che nella loro scelta non banale indicano anche la sua precisione nel disegnare il percorso. Con Foto di Pura Gioia, gli After si sono regalati ma soprattutto ci hanno regalato una bella passeggiata su 30 anni di musica italiana (qui e qui le nostre recensioni di due live), in parte facendocela riscoprire e in parte riscrivendola.
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