Meridiano di sangue di Cormac McCarthy (qui la sua biografia) è attraversato dalla prosa come gli uomini attraversano il territorio. Un continuo cambio di ritmo giostrato tra le insistite descrizioni del paesaggio e la narrazione ritmata dei fatti, a suggerire la diversa importanza ontologica dei fattori: i fatti umani sono parentesi dimenticabili, per quanto efferate, incastonati in un contenitore permanente, indifferente.
Nella neutra austerità di quel terreno, tutti i fenomeni erano affidati a una strana eguaglianza, e nessuna cosa, né un ragno, né una pietra, né un filo d’erba, poteva vantare diritto di precedenza. L’assoluta visibilità di questi oggetti snaturava la loro familiarità, poiché l’occhio identifica la totalità sulla base di qualche caratteristica o parte, mentre qui nulla era più luminoso di qualcos’altro e nulla era più adombrato, e nella democrazia ottica di paesaggi del genere qualsiasi predilezione è pura bizzarria, e fra un uomo e una roccia si creano parentele impreviste.
Come bambini che giocano alla guerra coi soldatini, in cui le conseguenze sono solo un passaggio verso l’immediata indifferenza che segue, si muovono i personaggi di questo romanzo. E come tra bambini che giocano, c’è qualcuno che pretende di mettersi al comando dettando le regole, portando così avanti un gioco personale che si perde in quello più ampio. L’unica piccola differenza è che qui si muore davvero, ma è una differenza di poco conto, perché gli esseri umani sono solo le pedine sacrificabili di questo gioco, il loro sacrificio è anzi il meccanismo principe del gioco e, alla fine, non è nemmeno un sacrificio ma un mero fatto.
A metà ‘800, tra Stati Uniti del sud e Messico, si muove una compagnia di cacciatori di scalpi, gente perduta a sé stessa che vaga per un territorio ostile seminando morte, quella altrui e la loro. A capo del gruppo è Glanton, lo coadiuva il giudice Holden. Il romanzo parte dalle vicende di un ragazzo che finisce per unirsi alla compagnia, prosegue con un racconto collettivo e si chiude focalizzandosi ancora una volta sul ragazzo. Il fatto di aprire e chiudere su un protagonista, che in mezzo si perde nel ginepraio, dà la misura personale di un mondo che travalica le persone.
Il romanzo è attraversato dalla prosa come gli uomini attraversano il territorio. Un continuo cambio di ritmo giostrato tra le insistite descrizioni del paesaggio e la narrazione ritmata dei fatti, a suggerire la diversa importanza ontologica dei fattori: i fatti umani sono parentesi dimenticabili, per quanto efferate, incastonate in un contenitore permanente, indifferente. La lingua stessa muta senza sosta, dal resoconto asciutto e distaccato delle vicende umane, si staglia in un lirismo straziante quando disegna, con pennellate violente, l’ambiente.
Le faville sfilacciate volavano via col vento. Intorno a loro la prateria era muta. Lontano dal fuoco faceva freddo e la notte era chiara e le stelle cadevano. Il vecchio cacciatore si mise addosso la coperta. Chissà se ci sono altri mondi come questo, disse. O se questo è l’unico.
C’è una rappresentazione della violenza differente e simile: quella della natura è immanente, quella delle azioni umane accompagna gli attori; entrambe sono inevitabili. La forza della natura ha una poeticità che travalica la comprensione umana, pur sfiorandola a tratti, l’efferatezza della guerra umana è spinta da un’ineluttabilità che non conosce pietà. Alcuni resoconti di massacri sono affreschi terrificanti, uomini trucidati da altri uomini in un movimento epico nella loro sostanza micragnosa, ma tutto questo conta quel che conta, inserendosi in una normalità spaventosa vista dall’esterno, ma addirittura semplice vissuta dall’interno.
Una menzione particolare per due temi ricorrenti, anche se quasi di sfuggita, tra le pagine. Uno è il paragone tra il deserto e il mare, la traversata vista come una navigazione, i resti delle carovane come scheletri di navi affondate. I protagonisti sono pirati e le città isole di approdo tra un viaggio estenuante e l’altro. L’altro tema è quello delle ombre che i personaggiproiettano, sono spesso quasi animate di vita indipendente, proiezioni allusive dell’essenza delle figure, accenni di verità labili.
Giudice di cosa
Qualunque cosa esista, disse. Qualunque cosa esista nella creazione senza che il la conosca esiste senza il mio consenso.
Il personaggio che si staglia su tutti è il giudice Holden, un uomo glabro ed enorme, dotato di grande forza e infinite abilità. Un uomo enigmatico, che dispensa filosofia sbilenca tra un silenzio e l’altro, appunta tutto quel che scopre nei tragitti, utilizza la diplomazia per uscire pulito dalle situazioni, danza da ballerino provetto, uccide senza il minimo rimorso. Una contraddizione vivente lanciata a bomba sul mondo che incrocia, talmente folle da raggiungere una estrema lucidità tutta sua.
Ad un certo punto un personaggio si chiede di cosa sia giudice, dato che è chiamato così, e in effetti non esiste una risposta immediata. Di certo è giudice perché tale si sente, fino a proiettarsi a giudice supremo che non tollera mancanza di conoscenza, fino a voler essere la legge che regola il gioco della guerra perché ne segue le regole fino in fondo, unico baluardo della sua purezza. E l’unica cosa che conta è la guerra, la spirale di violenza che alimenta non è caos ma organizzazione estrema che si perpetua in un circolo vizioso per chi patisce, neutro per chi vi partecipa, virtuoso per il giudice. Tutti gli altri sono pedine, Holden le muove su una scacchiera troppo grande per tutti tranne che per lui, divinità giocatrice.
Un romanzo duro, un mondo che non fa sconti e che non lascia intravvedere spiragli di speranza, personaggi sordidi e in lotta per la sopravvivenza, qualsiasi cosa riesca a voler dire. Il male si annida dietro ogni angolo e intenzione, non è una scelta da prendere ad un bivio, è connaturato agli uomini e sa trovare vie di espressione in ogni angolo. I personaggi paiono tutti senza sentimenti, ma è impensabile che non li abbiano, semplicemente non hanno diritto di sussistere, non hanno importanza nel quadro generale di questa rincorsa perenne ad attentare alla vita altrui. Non risalta nemmeno una desolazione morale, perché di morale non c’è ombra, non ce n’è bisogno, non saprebbe dove collocarsi.