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Lei che non tocca mai terra – Andrea Donaera

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Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera è un racconto corale che conferma la grande capacità dell’autore di incarnare la lingua, di renderla aderente alla realtà in maniera sempre sorprendente. Non mancano elementi poetici e musicali in queste righe che si fanno sempre più serrate nel passaggio dai pensieri ai fatti, con un ritmo che incalza in un crescendo drammatico.

Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera

Scappi da ogni versione di te stessa, da sempre.
E forse è per questo che hai iniziato a mancarti così tanto.
E forse è per questo che ora questa mancanza di te ti avvolge del tutto: sei niente, sei dissolta.

Secondo romanzo dell’autore, dopo il riuscitissimo esordio Io sono la bestia (qui la recensione), che va a rafforzare la poetica proposta, tra elementi che si ripetono ed un’elaborazione che cerca di cambiare qualche angolo. Il risultato è un altro libro a tinte forti e convincente, con uno stile personale che rende la scrittura dell’autore riconoscibile nel senso più meritevole, ma anche lascia intravvedere potenzialità di nuove esplorazioni, perché una penna così vivida saprà cogliere ulteriori occasioni.

Ritorniamo nella Puglia profonda, dove Miriam è in coma e attorno al suo letto si alternano i vari personaggi che le parlano e si raccontano: Andrea, giovane innamorato dopo un solo incontro; Mara, la madre orfana di una sorella il cui nome ha dato alla figlia; Lucio, il padre sindaco; Papa Nanni, un santone esorcista fratello del padre; Gabry, l’amica di una vita. Attraversando i giorni di coma di Miriam, i pensieri dei protagonisti, Miriam compresa, si affollano nella stanza, scoperchiando vite che boccheggiano sotto la pressione di un paesaggio duro che non perdona.

Un racconto corale che conferma una grande capacità di Donaera: quella di incarnare la lingua, di renderla aderente alla realtà in maniera sempre sorprendente. Non mancano elementi poetici e musicali in queste righe che si fanno sempre più serrate nel passaggio dai pensieri ai fatti, con un ritmo che incalza in un crescendo drammatico. Questa lingua viva è un marchio di fabbrica davvero importante dell’autore, un’abilità di trovarla nel mondo per restituirla in tutta la sua vividezza, imprimendo una vivacità letteraria in grado di mozzare il fiato.

Voci

[…] La sensazione tremenda di aver capito. Che può capitare a ogni vera felicità, alla fine, di rimanere incastrata in una foto sbiadita – senza potersi muovere, senza potersi ripetere.

Altro importante merito è quello di saper calibrare le voci, donando ad ogni personaggio un’impronta caratterizzante. Come nel primo romanzo, anche qui i protagonisti si alternano e la prosa si inclina sull’angolo del parlante: per esempio per Lucio viene proposto il dialetto, Andrea si esprime in modo molto colloquiale, Mara procede per frasi smozzicate iniettate di parolacce, il linguaggio di Papa Nanni rispecchia la sua pretenziosità. Dunque una prosa che non si siede mai e aderisce protagonisti.

Al servizio di una vicenda dai risvolti violenti, in un sud profondo e disperato, in cui il futuro è incartato dalla tradizione più arcaica, incapace di arieggiare stanze di vite che sanno di stantio. Il personaggio più crudo è Papa Nanni, un uomo venerato e temuto, rintanato nel suo santuario isolato, così com’era isolato il rifugio del primo libro: luoghi lontani dal centro abitato ma a portata di mano, in grado di simboleggiare istanze forti ma collegate alle vite comuni.

Papa Nanni, nella sua santità costruita su misura, alla fine cede alla carnalità della vita, viene vinto dal sentimento amoroso che non si limita a farsi baci e abbracci, ma veste di passionalità non arginabile, vita che sgorga anche quando non richiesta. Così come tutti i personaggi sono attanagliati dall’amore declinato in varie direzioni, mai riproducibile nell’unicità delle sue manifestazioni, totalizzante nell’appiglio temuto che fornisce alla vita.

Giovani controsangue

E ora dov’è tuo padre?
“Mio padre, da dieci anni, è in tutti gli specchi che mi ritrovo davanti”.

Donaera narra con coraggio un sud non accomodato, si tratta di un elemento che senza alcun dubbio contraddistingue le sue due prime prove. Ma, come rilevato per l’esordio, quel che più mi colpisce è la capacità di raccontare i giovani. L’autore dona una voce viscerale ai personaggi giovani che si trovano in balia degli adulti e non sanno ritrovarsi, si divincolano con forza disperante dalla trappola in cui li hanno incastrati, con tentativi goffi ma sinceri, in cui l’impaccio va di pari passo con l’esigenza.

Sono giovani controsangue, che cercano di liberarsi di un destino già scritto, di un retaggio che non appartiene loro, alla ricerca di una tenaglia in grado di spezzare una linea di sangue che si fa gabbia sempre più stretta. Miriam si manca, Andrea si fa a pezzi, Gabry si spreca: tutti alla disperata ricerca di un sé stesso che appartenga intimamente, che non sia un riflesso del paesaggio, umano e non, in cui si ritrovano immersi. Tutti cercano di rompere per riassemblare i cocci in una nuova composizione.

Ecco, è questo il fattore che trovo più sorprendente e caratteristico dei primi due romanzi di Donaera. La violenza del profondo sud è presente ed è raccontata senza sconti, in modo diretto e caratterizzante. Ma è questo sguardo mai banale e sempre in movimento sui giovani che mi ha attirato tantissimo, questa capacità di rendere la prosa alla loro portata, di farne una voce profonda e reale. Una voce che trovo commovente perché ha una forza e una sincerità, una capacità linguistica e una consistenza rarissime.

p.s. Piccola nota di merito: quando parla Miriam in coma il carattere del testo è diverso dal resto del libro, la numerazione delle pagine segue il carattere, per un’immersione anche visiva.

Andrea Donaera – Lei che non tocca mai terraNN Editore

Voto - 80%

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