Quando Agafan ha deciso per me il grande classico da recensire questo mese e mi sono ritrovato tra le mani questo tomo da oltre 900 pagine, confesso, ho avuto alcuni dubbi circa la bontà delle mia scelte in fatto di amicizia e sodalizi lavorativi
Perché devi essere proprio un cane malato per obbligarmi a quest’impresa, per di più sapendo che è un mese che non dormo causa erede particolarmente tignoso in fatto di assimilazione dei ritmi circadiani.
Fatto sta che ligio come un Birindelli quando la fase difensiva della Juve era ancora solida e sicura mi sono messo di buzzo buono alla scoperta di questo Pynchon che, colpevolmente, non conoscevo. Ma partiamo come sempre dalla trama che prenderò pari pari da un sito che in fatto di libri è secondo solo a noi, e cioè IBS.
Nell’Inghilterra della seconda guerra mondiale, minacciata dai missili V2, il tenente americano Tyrone Slothrop è dotato di una facoltà tutta particolare: avverte in anticipo la caduta dei razzi grazie all’eccitazione sessuale. Per questa prerogativa viene tenuto sotto controllo dai servizi segreti e dagli scienziati. Avvertendo che contro di lui si sta architettando qualcosa fugge da Londra.
Per farla breve: pisello duro, missile in arrivo.
Così l’avevo banalizzato una volta arrivatomi a casa il volume, e così mi piacerà raccontarlo a chi mi chiederà un parere, e non perché lo abbia trovato un libro senza contenuto, ma proprio perché è in questa sinossi parossistica che si nasconde la grandezza di quest’opera. Dietro a un’erezione premonitrice, infatti, si cela un mondo sconfinato: centinaia di personaggi, una serie infinita di trame, il tutto perfettamente condito da un linguaggio che spiazza, permeato di tutte quelle correnti artistiche e di pensiero tipiche degli anni del dopo guerra che Pynchon manipola, modifica fino a sovvertirne la percezione, straniando chi legge in maniera irreversibile.
Si resta così straniati che spesso finisce che si ride, e ancora più spesso capita di ridere senza capirne il motivo, perché la capacità di plasmare le parole di Pinchon è quasi ipnotica.
E la cosa ancora più bella è che questo linguaggio apparentemente folle (sì, perdonatemi, non mi viene in mente termine migliore) Pynchon lo usa per fare una disamina feroce e puntuale di quello che era il mondo negli anni 70 (e che è ancora adesso per la verità), passando al setaccio tutto, dai corsi e ricorsi della storia, fino al concetto di potere, il senso della guerra (fredda o calda che sia), le identità di genere, la carnalità più animale, la filosofia, spaziando dalle cazzate ai massimi sistemi.
L’arcobaleno della gravità, in conclusione, è una perfetta commistione tra quello che si potrebbe definire un romanzo di genere e un saggio a metà tra il mistico e l’esoterico, il tutto cucito insieme da quello che mi è parso essere l’autore, e cioè uno psicopatico soffocato dalla sua stessa paranoia. Un universo frammentato di linguaggi e registri narrativi apparentemente avviluppato su se stesso, eppure in grado, se si ha voglia di scavare tra le migliaia di riferimenti che Pynchon dissemina tra le pagine, di raccontarci uno spaccato dell’epoca e, per certi versi, anticiparci quello che è diventato il nostro, di mondo (ad esempio, il complottismo surreale presente nell’Arcobaleno è così simile a quello che oggi, per dirne una a caso, accompagna la narrazione sui vaccini Covid).
Lo consiglio?
Sì, senza dubbio, ma non per gli stessi motivi per cui si consiglia un grande classico. Qui non siamo davanti a un monumento in cemento armato della letteratura, come che ne so, Pastorale Americana oppure il Furore tanto amato da Agafan. Qui siamo di fronte a qualcosa di liquido, vischioso, potenzialmente velenoso e allo stesso tempo purissimo.
Non mi sono spiegato bene, vero?
Facciamo così, buttiamola in vacca e facciamo un paragone con l’universo Marvel, DC e via sfumettando.
Se si pensa a un classicone, al romanzo da leggere perché ha forgiato pensieri e raccontato meglio di chiunque altro uno spaccato della vita del suo tempo a quale supereroe lo assoceremmo?
Beh, di certo a Capitan America, senza dubbio a Superman, probabilmente a quel depresso di Batman, se vogliamo. Retti, perfetti, affidabili, inscalfibili, monolitici.
Ecco, per me l’Arcobaleno della Gravità è più che altro un Loki: viscido, obliquo, moralmente discutibile eppure in grado di imprimersi nella memoria più (e meglio) di tanti altri.
