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La sparizione – Marija Stepanova

La sparizione di Marija Stepanova parla di esilio, guerra e identità perduta. Parla della Russia, ponendo l’accento non su ciò che sta facendo fuori dai suoi confini (che purtroppo conosciamo bene), ma su come sta plasmando chi la Russia la compone, e cioè la sua gente

La trama

Partiamo dalla storia, che in realtà è semplicissima e al tempo stesso molto stratificata. M. è una scrittrice (russa, esule, come l’autrice stessa) che parte in treno da Berlino per andare a un festival letterario in Danimarca. Fin qui, tutto normale. Poi però succede quello che succede sempre quando le cose non vanno come dovrebbero: sciopero dei treni, cellulare che muore, persona che doveva accoglierla che sparisce nel nulla. E M. si ritrova bloccata a Flensburg, città tedesca vicino al confine danese, senza contatti, senza nome, senza niente.
Ed è qui che inizia il viaggio vero. Non quello geografico (che tanto a questo punto è già andato a puttane), ma quello dentro se stessa. M. si lascia andare, vaga per questa città sconosciuta, incontra persone casuali, vive una sorta di limbo dove nessuno sa chi sia. E scopre che questo anonimato, questa possibilità di sparire, è liberatorio. Tanto liberatorio che alla fine si unisce a un circo come “la donna tagliata a metà”. Metafora mica troppo velata, tra l’altro: l’esule è sempre una persona divisa, scissa, incompleta.

Chi è la bestia?

Ora, questo libro non è solo un racconto di viaggio o un’autofiction sull’esilio (anche se ovviamente lo è pure). È soprattutto una riflessione feroce su cosa significhi venire da un paese che hai smesso di riconoscere, che è diventato una “bestia”. E qui Stepanova non ci va leggera:

“Questo paese era allora in guerra con un altro paese, vicino, e uccideva i suoi abitanti con armi da fuoco, missili dal cielo e a mani nude, e ciononostante non riusciva in nessun modo né a vincere né a rassegnarsi al fatto che quel paese non si lasciasse divorare.”

La Russia di Putin (mai nominata direttamente, ma ci siamo capiti) è questa bestia onnivora che divora tutto, anche i suoi stessi organi. E M., come tanti altri intellettuali russi, si è ritrovata a vivere dentro questa bestia senza nemmeno accorgersene per anni:

“La bestia, vedete, non era davanti a me e nemmeno dietro di me, avrebbe potuto dire, si trovava sempre intorno a me, tanto che mi ci son voluti anni per rendermi conto che ci vivevo dentro, e forse ci ero addirittura nata.”

Questo è uno dei passaggi più potenti del libro. Perché è vero: quando vivi dentro un sistema totalitario (o che si avvia a diventarlo), non te ne accorgi finché non ne esci. E quando esci, la vergogna ti schiaccia. La vergogna di essere stata parte di quel meccanismo, anche solo per il fatto di esserci nata, di parlare quella lingua, di portare quel passaporto. Una sensazione che ho trovato, per certi versi, anche nel personaggio di Gesine Cresspahl, ne I giorni e gli anni di Uwe Johnson. Libro, anzi, libri che vi consiglio e di cui vorrei tanto farvi leggere la recensione che scrisse Agafan qualche anno fa e sparita nei meandri del WordPress che sta dietro questo sito che ogni tanto pare posseduto.

La lingua avvelenata

E qui veniamo a un altro punto centrale del romanzo: la lingua. M. è una scrittrice, ma non riesce più a scrivere. Perché la lingua russa stessa si è contaminata, si è coperta di una “patina viscida”, come dice Stepanova. Le parole si sono riempite di significati nuovi, orrendi. Termini che prima erano neutri e che ora sono diventati strumenti di propaganda, eufemismi per descrivere l’orrore.

“Con la lingua, che era molto più antica della bestia, le cose erano più complicate – ma anche quella tutt’a un tratto si era coperta di un sospetto strato viscido, si era macchiata di escrescenze infette, al suo interno erano apparse parole come “liquidare, localizzazione, non belligeranti”, era come se fosse impazzita e non riconoscesse più i suoni.”

Per uno scrittore, perdere la propria lingua è come perdere un arto. Non puoi più fare il tuo lavoro. Non puoi più esprimerti. Sei muto. E M., in effetti, sceglie alla fine proprio il silenzio. Non riesce a parlare di quello che sta succedendo, non riesce a scriverne, può solo sparire. Tagliata a metà, come il visconte di Calvino (riferimento che ho preso da qualche parte, e che ci sta tutto).

Lo spaesamento dell’esule

C’è una domanda che accompagna M. per tutto il viaggio: “Da dove vieni?”. Una domanda innocua, di cortesia, che però per lei è diventata un incubo. Cosa risponde? Russia? Ma non si riconosce più in quel paese. Berlino? Ma non è casa sua. La “capitale”? Ma quale capitale?
Stepanova racconta con una precisione quasi chirurgica il senso di spaesamento dell’esule: sei sempre straniero, ovunque. Non hai più un luogo da chiamare casa. Hai perso la patria, e ti rimane solo la patria della memoria, che però è un peso insostenibile. Come dice M., citando il racconto di Nabokov “La visita al museo”: non bisogna illudersi sul ritorno. La patria reale non è quella che ricordi, e probabilmente non ci puoi più tornare. E quindi? Quindi l’unica soluzione è sparire. Diventare nessuno. Cambiare nome (M. alla fine si fa chiamare A., la prima lettera dell’alfabeto, come a ricominciare da capo). Farsi tagliare a metà in un numero da circo. Accettare di essere incompleti, scissi, senza radici.

I riferimenti letterari (e c’è pure Pinocchio)

Ora, questo libro è pieno zeppo di riferimenti letterari. Ci sono Ovidio e le sue metamorfosi (ovvio, visto che il tema è proprio la trasformazione), Nabokov (il professor Pnin che sbaglia sempre treno, oltre a La visita al museo), Čechov e persino Pinocchio di Collodi. M., infatti, paragona se stessa e i suoi concittadini a Geppetto e al burattino di legno dentro la balena. Sono dentro la bestia, e la sproporzione delle dimensioni non permette loro di fare danni significativi. L’unica speranza è essere sputati fuori. Il che, se ci pensate, è un’immagine potentissima e anche vagamente assurda.

In definitiva?

In definitiva, La sparizione è un libro importante, soprattutto se contestualizzato in questi ultimi 10 anni di storia russa. Non facile, non consolatorio, ma importante. Perché racconta in modo onesto e letterariamente raffinato cosa significa essere esuli, cosa significa portare il peso di una patria che non riconosci più, di una lingua che è diventata strumento di menzogna, di un’identità che si è frantumata.
Stepanova non da risposte, ma mostra solo il processo: lo smarrimento, la deriva, la metamorfosi. E forse è proprio questo l’unico modo per raccontare l’esilio: come una sparizione in corso, senza un approdo sicuro.
E poi va letto se volete capire qualcosa di più sulla Russia di oggi (o meglio, sulla Russia che non c’è più). Ma anche se non vi interessasse la geopolitica, leggetelo per la scrittura: rarefatta, ironica quando serve, carica di dolore trattenuto. Stepanova è brava, davvero brava. E Bompiani ha fatto benissimo a continuare a pubblicarla anche in questo difficile momento storico.

Autore: Marija Stepanova
Traduttore: Cristina Moroni
Editore: Bompiani
Anno edizione: 2025
EAN: 9788830138094

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