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Io sono un co.co.pro

Non so dire se sia stata io ad adattarmi al contratto o il contratto ad adattarsi a me, comunque, come nelle migliori coppie, grazie a reciproci sacrifici e compromessi siamo vissuti felici e sereni per otto anni.

Come me, il mio contratto non ha orari: ci alziamo tardi, abbiamo una ripresa post prandiale lenta ma se partiamo a testa bassa non ci ferma nessuno. Come me, il mio contratto odia le parole “per sempre”: ci fanno venire il fiato corto, il passaporto falso e la voglia di scappare. Come me, il mio contratto non vuole vincoli di subordinazione: gli ordini e gli organigrammi a priori non fanno per noi, scegliamo da soli a chi obbedire ed a chi no.

Con tutte queste affinità, dicevo, abbiamo vissuto felici otto anni, compravenduto due case, fatto due figlie.

Ma non tutti hanno la mia fortuna: per tanti il progetto o la collaborazione sono solo un artificio per pagarti meno, buttarti fuori prima e, diciamolo, anche un po’ ricattarti. Questi contratti sono lo scotto che noi eterni trentenni paghiamo, chiusi tra un’economia che cambia ed un sistema produttivo nostalgico e statico. La precarietà diventa stile di vita senza però essere riconosciuta all’esterno: mutui, asili, orari dei negozi, stato sociale.

I precari sono ovunque ma niente è tarato sui precari. E non ti sposi, non compri casa, non fai figli. Convivi, stai in affitto, giochi con quelli degli altri.

E allora? Perché nessuno c’ha pensato prima? Come eliminare la precarietà nel mondo del lavoro? Elementare Watson: cancellandola per decreto.

Mai più contratti a progetto: e io?

Ah, c’è il contratto a tutele crescentiE ci assumono tutti così? Certo come no.

Tutti, in un solo colpo. Poi sezioni fallimentari piene. Il problema non è solo legislativo, è culturale: per decreto bisognerebbe abolire la furbizia, i favoritismi, l’incapacità di programmare, di guardare oltre la propria scrivania, il lassismo.

Abolite queste amene italiche abitudini e un sano contratto di collaborazione pagato il giusto non farebbe male a nessuno.

Fosse così facile caro Matteo.

Ma dimmi un po’, a te, il tuo contratto a progetto quando scade?

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