Un uomo, solo al tavolino del bar, che beve birra e fuma ed ogni tanto farfuglia qualcosa. Qual è la sua storia? Quante vite parallele potrebbero averlo portato qui in questo modo? Di certo le nostre ipotesi non si avvicineranno mai alla realtà, troppe variabili, però ci piace formularle.
Quest’estate ho viaggiato per il Belgio, detto per inciso meta consigliata, così come consiglio vivamente Gent, città che mi ha colpito particolarmente. Proprio in una pausa birra a Gent, e le pause birra in Belgio sono articolate e ricche, è capitato che fosse seduto al tavolino di fianco un signore.
Ecco i dati di fatto, sulle interpretazioni si basano le cinque alternative. Sulla sessantina (cioè non è proprio un dato di fatto, diciamo una forte impressione), con una paresi al braccio sinistro, seduto da solo, ingollava una birra dietro l’altra e a tratti borbottava vistosamente, ne fumava qualcuna, sguardo fisso davanti a sé girandosi poco e niente intorno.
Le vite degli altri ogni tanto attirano la nostra attenzione, non troppo spesso per carità altrimenti ci distraiamo dalle nostre, e capita che una persona che ci colpisce sia il catalizzatore di questa passeggera attenzione. In questo caso il signore di Gent ha aperto il canale della mia curiosità, fino a spingermi ad ipotizzare alcune motivazioni del suo essere lì allora e in quel modo. Data la sua solitudine (al tavolino) e il suo atteggiamento, gli scenari che mi sono saltati alla mente non sono particolarmente rosei, con la speranza che nessuna delle mie ipotesi sia vera.
1. Tragedia romantica
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C’è stato un tempo in cui era sposato, viveva felice con la moglie, senza figli ma contenti del loro ménage familiare: innamorati conducevano una vita agiata, suvvia medio borghese. Alla soglia dei sessant’anni poteva dire di aver vissuto la maggior parte della vita, dunque il tempo che rimaneva sarebbe stato arricchito da qualche viaggio per conoscere i luoghi che fino ad allora non erano riusciti a visitare.
Da dove partire? Sembrava logico cominciare dal proprio Paese, perché troppo spesso le persone vanno a visitare luoghi lontani senza avere consapevolezza di quel che li circonda. E poi, finché non fosse stato decrepito, meglio sfruttare l’eventualità di qualche scampagnata in macchina, prima di diventare il vecchio con il cappello che nessuno desidera trovarsi davanti. In fondo poche cose al mondo sono più belle di essere in viaggio guidando un’auto e avendo a fianco la donna della propria vita. E la moglie era più che d’accordo, entusiasta all’idea.
Così si misero in strada verso Brugge, la città del loro primo fine settimana insieme, quando ancora ragazzini cercavano una via di fuga dalla morsa genitoriale, ma anche dall’ambiente che, con la sua quotidianità, porta sicurezza come abitudine, asfissia. Quando si è giovani poi. Era da allora che non ci avevano più messo piede, un delitto che doveva trovare risoluzione, la bellezza di Brugge non meritava una sola visita, valeva un nuovo fine settimana all’insegna del romanticismo.
Il problema è nato da una distrazione, da una buona dose di sfortuna, da una mancanza di riflessi prevedibile e da un mezzo di trasporto non proprio nuovo di pacca. L’incidente era evitabile, ma per evitarlo sarebbe servita una congiuntura migliore, forse un destino meno bastardo. Ma è andata così, cosa ci può fare ora? Nell’incidente la sua amata moglie ha perso la vita, lui se l’è cavata con una paresi al braccio: è andata nel peggiore dei modi per lei, nel migliore per lui; eppure erano seduti uno di fianco all’altra, la loro posizione nel cosmo era così vicina ma è stata così lontana nella concatenazione causale.
Ora tutti i giorni siede ad un tavolino, non sempre lo stesso perché non vuole essere compatito da nessuno. Anche se alla fine, per quanti bar possano essere presenti in città, il giro torna pur sempre su se stesso. Inizia col berne una, accedersene una e col ricordare i bei momenti di una vita che si può quasi dire intera. Poi arriva la seconda birra, un’altra sigaretta, e ancora una e le sigarette che si moltiplicano con lo scorrere dell’alcol e i ricordi belli lasciano strada al momento più buio, ai sensi di colpa più cupi, a quello che avrebbe potuto fare e non ha avuto la lucidità di fare. E finisce sempre a sbraitare contro se stesso, tra se stesso, maledicendosi e bevendoci su, fino a che non è abbastanza stordito da essere sicuro di riuscire a prendere sonno. L’unico modo per riuscirci.
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2. Mefitica quotidianità
C’è stato un tempo in cui si amavano con sua moglie. Non solo quando si sono incontrati, quando lui l’ha corteggiata e lei si è lasciata irretire, perché si sa che senza la volontà delle donne gli uomini non le conquisterebbero.
Anche il giorno del matrimonio è stato meraviglioso: in abiti eleganti si è sempre sentito un coglione, ma quel giorno per sentirsi a proprio agio bastava guardarla nella sua splendida lucentezza, nel suo essere l’unica donna che avrebbe voluto accanto a sé per la vita. E poi tutti gli amici attorno a fare festa, quelli che l’avevano sbeffeggiato in diretta per i suoi primi approcci impacciati, che l’avevano raccolto quando l’altra storia importante era finita a causa di un biondino insignificante, quelli che l’hanno rassicurato quando ha deciso di sposarsi. Pure i parenti sembravano più simpatici quel giorno, di solito erano pochi e insignificanti, quando non fastidiosi, quel giorno invece sorrideva loro con aperta convinzione. Neppure i genitori di lei parevano quei mostri che si erano rivelati fino a ieri, tutto sommato avrebbe potuto frequentarli senza troppe imprecazioni.
Ancora alla nascita e alla crescita dei figli si amavano. Sia quando nacque il primogenito sia quando arrivò la seconda, vera e propria peste. Le attese delle gravidanze, le incertezze del diventare genitori, i pannolini da cambiare, i primi passi incerti, i primi giorni di scuola, i primi grattacapi da adolescenti, l’orgoglio dell’iscrizione all’università, la scalata sociale della famiglia attraverso gli studi, donare loro le opportunità che i genitori non hanno mai avuto e farlo con il cuore pieno di gioia. Tutti questi passaggi sono stati accompagnati dall’amore di coppia, certo non al completo riparo da litigi e divergenze, ma le discussioni avevano sempre una certezza ad attenderle: il loro amore, trasformatosi anche un po’ in affetto e complicità, avrebbe permesso uno sbocco costruttivo.
Poi i figli hanno iniziato a fare le proprie esperienze, sono usciti di casa ed è rimasto da solo con sua moglie. E lì qualcosa si è rotto, il meccanismo si è inceppato e l’amore è sembrato uscire dalle finestre da cui è entrata un’aria pesante. All’inizio solo qualche segnale, poi la faccenda è peggiorata esponenzialmente: dal rimprovero su come masticava, come se non avesse sempre mangiato in quel modo, alle accuse sul carattere, per ad arrivare al fastidio della sola presenza. Fino al tacito rimprovero per quel braccio malandato a causa dell’attacco, invece di vicinanza nella malattia ha avuto freddezza per un caso su cui non poteva certo avere governo.
Poiché tutti gli amici hanno i loro impicci, egli esce di casa ogni tardo pomeriggio e si rifugia in quelle due o tre birrerie dove si sente ben accetto, dove i camerieri lo accolgono con più gentilezza. Così le birre, che un tempo beveva allegramente in compagnia o nervosamente davanti alle partite di calcio, ora sono l’unico balsamo in grado di donargli respiro. Ogni giorno beve e fuma al tavolino e ripete a se stesso, a volte a voce alta senza accorgersi, l’ultimo litigio avuto con la moglie, dicendo quello che ormai non ha più la forza di dirle in faccia per non vedere su quel volto, una volta amato, un ulteriore moto di disprezzo, un nuovo sussulto d’indifferenza, un’ennesima delusione nata dal rancore.
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3. Il bar sport
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Non si è mai sposato. Ne ha mai avuto l’occasione? Non lo saprebbe dire nemmeno lui, preferisce comunque pensare che non se l’è mai andata a cercare. Alla fine ha preferito divertirsi: con gli amici, con l’alcol, con le donne. Si sentiva immortale e mai immorale, aveva il mondo nelle proprie mani, lo teneva per le palle.
Però la vita ha continuato il suo corso, o meglio così è stato per tutti gli amici che lo circondavano. Egli si è sempre vantato di essere rimasto l’unico ancora in pista, il solo a non mollare, l’ultimo degli impuniti, fino a quando ha cominciato ad ululare al suo ego, senza avere più nessuno ad ascoltarlo. Si è ritrovato sostanzialmente solo, irrimediabilmente solo, desolatamente solo.
La birra è sempre stata un’ottima compagna di vita, ne ha sempre bevuta in quantità industriale, d’altronde è nato in Belgio, come avrebbe potuto non apprezzarla? Ma la birra ha bisogno di companatico, dà grande soddisfazione solo se contestualizzata. Intendiamoci, qualcuna delle birre bevute ha il suo senso per sé, sedersi sul divano e berne una gelata sa regalare momenti di puro assoluto. Ma sono attimi sparsi qua e là, più in generale la birra deve catalizzare qualche entusiasmo, non può supportare, può bagnare.
Un tempo erano le serate con gli amici e le conquiste femminili a trovare slancio dalle bevute, ma si era venuto a trovare in una posizione scomoda, a corto di sbocchi. Gli amici avevano tutti le loro vite ormai, gli concedevano giusto qualche serata, e le donne disponibili alla sua età cominciavano a scarseggiare, con quel problema subentrato al braccio poi.
Fu a quel punto che si appassionò visceralmente al calcio. Fin da piccolo era sempre stato un tiepido tifoso, conosceva i risultati delle partite, ma raramente le guardava e mai ne ricavava emozioni più forti di un sorriso. Cominciò con il guardare qualche partita, naturalmente quelle del Gent, ci mancherebbe, ed ha finito per appassionarsi in modo furioso. Ogni partita una Via Crucis, sofferenza e gioia, incazzatture ed esultanze, tutto vissuto fino in fondo, esagerazione. Così oggi non si perde una partita, conosce a memoria tutte le statistiche del campionato, vive la sua passione con un’intensità quasi sguaiata.
Ed eccolo lì al bar, a bersi una birra dietro l’altra per cercare di mandar giù l’ultima mancata cessione del Gent, sperando di trovare un minimo di pace tra le boccate di fumo. Perché ha sempre dato fiducia alla dirigenza sugli acquisti, in fondo gli esperti sono loro e un giocatore non puoi mai dire se si adatta ad una squadra finché non ve ne fa parte. Però quelli che non vanno bene si sanno, dopo un’annata come quella passata come possono tenerlo ancora e per giunta con serie probabilità di un posto da titolare? Sta sbraitando a voce alta, se ne accorge ma se ne fotte, che lo sappiano tutti cosa pensa di quel brocco patentato!
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4. L’occasione perduta
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Le sue qualità sul campo di gioco sono apparse fin da subito fuori dalla norma, da quando è entrato a far parte della prima squadra da bambino, tutti si sono resi immediatamente conto che le potenzialità di quel piccoletto erano portentose.
Questa sua superiore capacità di gioco l’ha reso un leader per i compagni di squadra, tutti sapevano che per vincere avrebbero dovuto affidarsi a lui, inoltre le sue qualità caratteriali che non lo ponevano mai su un piedistallo gli conferivano un’autorità naturale cullata nell’affetto. Ha fatto tutta la trafila nella squadra del Gent, coltivando il sogno di tutti i ragazzini: diventare un calciatore professionista.
Almeno finché non è subentrata l’adolescenza, punto di svolta per uomini e calciatori. Cosa significhi per un ragazzo quel periodo è inutile specificarlo, ma anche per un potenziale calciatore è un momento di svolta: o si impegna fino in fondo per realizzare il sogno, o lascia perdere e si dedica a qualche altro obiettivo. E per lui l’importante era ormai diventato il divertimento con gli amici, o forse era solo la forza di volontà di rinunciare alle serate a mancargli. Insomma, non aveva la testa, per diventare professionisti nello sport bisogna avere gli occhi puntati sull’obiettivo ed i suoi lo erano sulle ragazze.
Senza contare quella brutta tendenza a fare rissa, quel suo menare le mani in campo con troppa facilità. Fuori dal campo non ha mai attaccato briga con nessuno, non ci è mai andato nemmeno vicino, ma in campo diventava posseduto, o forse era solo un modo per boicottare le sue stesse possibilità, un modo per gridare al mondo che preferiva una vita normale.
Il treno diretto passò e i rimpianti arrivarono solo con il regionale, affacciandosi quando ormai era troppo tardi. Avrebbe potuto diventare un calciatore, le qualità c’erano tutte, ma ormai non gli restava che cullare la nostalgia di una possibilità svanita.
Poco male, si è diplomato ed è rimasto comunque nel mondo dello sport, allenando le giovanili del suo quartiere. Finché qualcuno non si è ricordato delle sue qualità in campo, non solo tecniche, ma anche della capacità di vedere il gioco. Così gli hanno messo in mano le giovanili del Gent, con le quali ha ottenuto risultati mirabili. Nell’ambiente si vociferava di un suo futuro da allenatore della prima squadra.
Peccato che quella partita finita in rissa con l’allenatore avversario gli ha precluso definitivamente anche quella carriera. Il fatto è che quando quel pezzo di merda si è messo ad insultare uno dei suoi ragazzi non ci ha visto più, per un attimo è come se fosse tornato il ragazzino che menava le mani in campo, si è trattato di un lampo, di una sospensione spazio temporale. Che però ha pagato a caro prezzo.
Ci sono giorni di malinconia in cui, con il suo braccio malandato che gli ha impedito di proseguire anche il lavoro di artigiano che si era ritagliato, si sporge al bar ed inizia a bere e fumare, e quando raggiunge una certa soglia di ubriachezza ripercorre a voce alta quel giorno in cui le diede all’allenatore avversario. Perché è stata quella la vera occasione persa, quando avrebbe dovuto avere la testa per stare sul pezzo.
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5. Questi idioti
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Ama Gent, come potrebbe non amare la sua città così bella e vitale? È sempre stato così, ha sempre adorato le sensazioni che questo luogo sa dargli, nessun altro posto al mondo è come Gent, nessuna delle tanto acclamate capitali mondiali ha un respiro così lungo e preciso. E da nessun’altra parte si bevono così tante birre così buone. E ha viaggiato, mica è un bacchettone chiuso nel suo piccolo mondo antico, è uno che ha girato il mondo lui, non è mica invecchiato con un solo orizzonte davanti agli occhi.
Di Gent ama tutto: le strade, le piazze, i locali, le persone, il cibo, le birre, passeggiarvi senza meta, gli eventi, chiacchierare al bar, guardarla all’alba e al tramonto, visitare monumenti in cui è già stato mille volte. Non è uno di quei cittadini che non conoscono il luogo in cui abitano, che persona è quella che va cercando bellezze sparse per il globo e non riconosce le perle che gli stanno sotto il naso? Non lo sa, ma sa per certo che non è una di quelle persone.
Gent la ama, tranne che in Agosto. In Agosto arriva quest’orda di turisti che pensano di conoscere la città dopo una giornata a passeggiarvi. Una folla che deturpa tutto: il paesaggio, le strade, la tranquillità. Vengono qui e trasformano questa gemma in una cloaca di luoghi comuni vaganti, di parassiti che cercano di succhiare una vitalità che non sono in grado di sviscerare, che non sarebbero in grado di comprendere.
Tra l’altro bevono queste birre senza saperle assaporare, è un nettare che trangugiano senza grazia, con l’avidità di chi tornerà presto alle etichette industriali, a quelle che si ostinano a chiamare birra con colpevole ottusità. Non meritano questo nettare, dovrebbero limitarsi a continuare con quegli intrugli da palati rozzi, come quelli che si ritrovano.
Ed ora eccolo lì quell’idiota di italiano, che beve birra e si pasce della bellezza di questo paesaggio urbano. Mi guarda, osserva il mio braccio malandato, mi vede solo al tavolo e si costruisce castelli mentali ben più robusti di questo che ha davanti agli occhi. E allora sapete che c’è? Che io lo insulto a voce alta, tanto non mi capisce, l’ho sentito ordinare in quel suo inglese stentato, figuriamoci se riesce a capire me. Cosa ti guardi deficiente impunito?! Tornatene da dove sei venuto e smettila di infestarmi l’aria.

