Continua la mia campagna per rendere questo diario vagamente utile, anche perché se è vero che le lamentele folli di quel folle del mio socio sono interessanti, almeno a livello psicologico/veterinario, resta indubbio che se siete su queste pagine è anche perché più o meno vi interessa la corsa. Quindi oggi vi parlo di piaghe da decubito sui capezzoli e di sfregamenti mortali da interno coscia.
A differenza del mio compare di diario, io non penso di essere dotato di un corpo inadatto a ogni cosa che sia più complicata del respirare supini. Certo non sono una Ferrari, non lo sono mai stato, però non sono neanche una Duna scassata. Diciamo che me la gioco, mi è sempre piaciuto fare sport e, quando aveva senso misurarle (e cioè fino ai 20 anni), ero anche capace di buone prestazioni atletiche.
Non ho mai avuto impedimenti di tipo fisico, per cui se mi ci mettevo, un obiettivo decente lo riuscivo ad ottenere. Tra le varie qualità che potevo annoverare, c’era quella di essere anche abbastanza resistente: a parte qualche caso sporadico infatti, non ho mai sofferto di infortuni legati a un determinato sport. Non ho mai avuto il gomito del tennista, ad esempio, così come non ho mai avuto i problemi alle ginocchia tipici del calcio e via di seguito. Con la corsa, invece, vuoi per l’età più avanzata, vuoi perché si fa più fatica ad adattarsi, qualche problema è insorto. Nel mio caso nessun fastidio di tipo muscolare o legato ai tendini, ma qualcosa di decisamente più irritante e credo, meno comune. Il primo riguarda un fastidio devastante ai capezzoli, una zona del corpo che non credevo nemmeno di avere. Il problema è insorto in maniera inaspettata nel bel mezzo di un giretto sui 10k, a un certo punto, dacché stavo bene e mi sembrava filasse tutto liscio, mi è partito un dolore lancinante sul petto, dovuto -a detta del commesso della Decathlon a cui mi sono rivolto in lacrime- allo sfregamento della zona contro una maglietta inadatta. Il secondo problema, invece, è sorto quando correvo già da un po’. In pratica, durante una seduta su tapis roulant ho sentito la zona inguinale andare a fuoco. Lì per lì, frequentando la Virgin di Città Studi, ho pensato a una qualche reazione ormonale al passaggio di qualche donzella in fuseaux, ma visto che di fronte a me avevo solo un tizio che pareva la brutta copia di Agafan, ho dovuto escludere quasi subito l’ipotesi sessuale. In ogni caso, alla fine della corsa avevo l’interno coscia più rosso della faccia del nuovo presidente degli Stati Uniti e camminavo esattamente come un texano amante dei rodei.
Il commesso della Decathlon, sempre lo stesso, povero cristo, mi ha rassicurato confermandomi che anche in questo caso si trattava di sfregamento e che forse, le mie gambe, per via di una particolare conformazione a cilindretto, a una certa si stufano di strusciarsi a vicenda. La soluzione a tutti i miei mali, quindi, è stata quella di spendere una fortuna in abbigliamento tecnico, nel mio caso traspirante per evitare che la pelle si cuocia, ma soprattutto aderente, per evitare che zone di derma sensibile vadano a irritarsi.
Il risultato è che ora mentre corro non ho più nessun tipo di problema. Il contrappasso, però, è che d’estate sembro uno di quegli istruttori protagonisti delle videocassette di aerobica degli anni 90, solo meno unto.
D’inverno, invece, sono uguale a Diabolik. Solo un po’ più grasso.

