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Colors, Beck – Quando i colori che hai in testa ti salvano la vita

Con Colors, Beck continua a confermarci la sua straordinaria capacità di rinnovarsi e collaborare con le sensibilità più interessanti della scena musicale internazionale (da Lady Gaga a Jack White) per produrre musica sempre clamorosamente attuale e personale.

Signori e signori è tornato Beck

Beck è stato una delle menti e dei fenomeni più eclatanti degli anni novanta. Quando uscì il singolo Loser nel 1993 fu un fulmine a ciel sereno, non solo in termini di successo ma anche di concezione musicale. Quella miscela di rock alternativo con tanto di batterie grosse e larghe, sinth, strumenti campionati ed eco a vario titolo hanno subito trasformato il ragazzo slavatino di Los Angeles in guru e in faro per la scena alternativa americana e non solo. Loser aveva anche un testo in cui gli orfani di Cobain e più in generale del grunge non potevano che rispecchiarsi completamente. “I’m a loser baby, why don’t you kill me”. Dopo periodi di alti bassi, facilmente archiviabili nella personalità complessa e fragile di Beck, dopo dischi buoni e collaborazioni importanti con artisti della scena elettronica americana, a metà del mese scorso l’autore di Sexx Laws  pubblica Colors tredicesimo album in studio.Colors è un album che si apre con sound molto chiaro e preciso, un’idea di produzione forte e sicuramente molto, ma molto elaborata. Il disco suona filtrato e ripulito solo come le grandissime produzioni americane sanno fare, sintomo che Beck ancora oggi è il perfezionista di sempre (in senso artistico non certo tecnico) che ad ogni lavoro vuole dare un’impronta forte.

Un album che suona come l’ennesima conferma

L’album si apre con Colors, title track, che oltre ad una svalvolata sul cut scatena  un basso e batteria filtrate a cui è difficile opporre resistenza. Il testo è semplice e candenzato, l’atmosfera è quella un po’ tipica dell’indi-pop americano che oggi va per la maggiore. Forse meno Beck, di sicuro molto raffinato come apripista. Seven Heaven è un bel pezzo che gioca con i sinth anni ottanta e la chitarre anni zero e un testo che fa viaggiare oltre le nuvole, ovviamente. Riconosciamo il vecchio Beck proprio bene bene in I’m So Free, pezzo che gioca con ironia e un po’ di sensualità tra chitarre punk e filtri per la voce ultra pop vicini all’hip-pop. Anche Dear Life, forse uno dei pezzi più riusciti dell’album, ci ricorda un po’ perché Beck è entrato così a fondo nell’anima di tanta gente, un ritmo beatlesiano e un gioco tra malinconia e leggerezza che lasciano il segno e ti lasciano a guardare oltre il finestrino del treno della metro. No distraction, Up All Night e Square One continuano l’atmosfera da alternative-party forse un po’ troppo giovanile come stile per l’attuale Beck ma la costruzione regge e anche molto bene, merito soprattutto (ancora una volta) di una produzione davvero impeccabile e ultra raffinata. Wow sembra il pezzo meno riuscito con l’andamento tra il soul e il rock che non convince molto.  Fix Me invece è un pezzo che apre mondi e dolcezze post-allucinazione che confermano la nostra di Beck come artista capace di portare la sensualità in musica con eleganza e garbo davvero notevoli. Dreams chiude l’album con una potenza incredibile, tra ritornello e tastiera anni ottanta che importano direttamente al bancone di un bar di Los Angeles. Con Colors di Beck continua a confermarci la sua straordinaria capacità di rinnovarsi e collaborare con le sensibilità più interessanti della scena musicale internazionale (da Lady Gaga a Jack White) per produrre musica sempre clamorosamente attuale e personale.

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