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Milano City Marathon 2021 #3.2 – Quando l’atleta tiene la capa tosta

Il rapporto tra atleta e allenatore è un po’ come una storia d’amore, è fatto di compromessi, di scelte e anche di privazioni. I punti in comune sono tanti, ma il più importante è che nello sport come in amore, tutto viene fatto con l’intento di raggiungere un obiettivo comune. Ciò, s’intende, è valido solo se il tuo atleta non risponde al nome di Agafan, allora il rapporto si trasforma in un tira e molla adolescenziale dove le decisioni vengono prese più che dal raziocinio, da una sequela di tempeste ormonali, una condizione più pericolosa di una montagna russa coi binari rotti e senza freni. Ma andiamo con ordine.

Ore 18 di domenica, stavo godendomi il giorno libero tra divano e pressioni coniugali circa lo svuotamento dell’armadio estivo quando, a ciel sereno, mi arriva un messaggio vocale di Agafan. Cosa già di per sé strana, visto che da vecchi quarantenni quali siamo aborriamo entrambi i “vocali da dieci minuti” di paradisiana memoria.

Insomma, cinque minuti di audio in cui il mio protetto, con voce dimessa -di quelle passivo aggressive tipiche di chi pretende di avere ragione oltre la più netta evidenza- si lamenta della mia tabella di allenamento, a suo dire realizzata ad arte solo per umiliarlo. Un discorso quasi toccante e, in puro stile calabrese,  sapientemente farcito di minacce velate circa l’ipotesi di  cambiare coach, ovviamente “a malincuore” perché il programma attuale non gli porta i risultati sperati.

Tanto per farvi comprendere l’assurdità della cosa, l’oggetto del contendere non sono gli allenamenti di qualità, quindi le ripetute e i medi, cioè la parte fondante di tutta la preparazione, ma i lenti ossigenanti. Sedute che, lo spiego per i profani del running di alto livello, servono solo al recupero muscolare e a mettere km nelle gambe.

Lenti che a suo dire lo umiliano a tal punto da sentire l’esigenza di rinnegarmi per affidarsi a chissà quale altro allenatore. Come se nella sua cerchia di conoscenti ci fosse qualcuno di abbastanza qualificato per prendere il mio posto che voglio ricordarlo, non è solo quello di coach, ma anche di amico, fratello, sorella, confidente, psicologo, psichiatra, infermiere e quant’altro. 

Ma veniamo ai numeri: il mio adorato Pendolino Podolico si lamenta del fatto che i lenti imposti da me, e cioè a un battito cardiaco molto al di sotto della soglia, siano allenamenti inutili. Queste le rimostranze: “Vado troppo piano, non sento fatica, vengo superato anche dai vecchi con ossigenatore al seguito, di questo passo quando dovrò fare i lunghi di 30km dovrò prendere due giorni di ferie”.

Lamentele che ci stanno -non è bello essere doppiati anche dalle nonne con le borse della spesa- ma che non tengono conto dei risultati ottenuti.

Ecco un esempio: i primi lenti eseguiti a settembre da Agafan registravano tempi al chilometro superiori ai 9 min/km, un’andatura non certo da etiope, ma perfettamente in linea con ciò che ci si dovrebbe aspettare da un uomo che ha fatto della staticità supina il caposaldo della sua vita. Quello che però il mio Tornado di Papasidero non considera è che in queste prime settimane, studiate appositamente per consentirgli di mettere su km senza farsi male, il passo sul lento (che non è e non sarà mai il suo futuro passo di maratona) è passato da i 9 minuti abbondanti a un 8.39 fatto registrare nell’ultima sessione, vale a dire 20 secondi più rapido degli esordi. 20 secondi che su un km dicono ben poco, è vero, ma che sulla distanza dei 42 equivalgono a circa 14 minuti in meno sul tempo atteso.  

Ora, fossi stato un allenatore vecchio stampo, un Valeri Lobanowski per intenderci, avrei eretto un muro a difesa dei miei principi e flagellato il mio atleta finché non avesse accettato la sua condizione, ossia quella di misero ammasso di creta nelle le mie mani. Ma dato che la mia preparazione tecnica si basa più sul dialogo e la creatività, un misto, sempre per restare in tema pallonaro, tra Gigi Maifredi e Corrado Orrico, ho deciso di venire incontro ad Agafan acconsentendo a un accordo che soddisfi un minimo la sua voglia correre libero.

Dopo un vivace scambio di messaggi, dunque, abbiamo convenuto quanto segue: la mia Freccia Jonica proseguirà a fare il lento come dico io fino almeno alla fine della seconda tranche di allenamenti, quella che ci dovrebbe portare a correre i 10 km in maniera semi-decente. Poi, in base al risultato del test finale sui 10k (anche questi da correre sottosoglia), decideremo se proseguire su questa strada, oppure lasciare ad Agafan la scelta del ritmo di lento, basando il passo esclusivamente sulle sensazioni e non sui freddi dati offerti dal suo muscolo cardiaco. 

Che poi è come chiedere a Tony Montana di reagire in maniera composta davanti a una pista di bamba. Ma vabbè.

Al netto dell’instabilità emotiva del mio assistito, in ogni caso, mi sembra  un compromesso accettabile, anche perché conto che alla fine della seconda tranche di programma, le gambe del mio atleta saranno abbastanza forti da supportare le bizze caratteriali di chi le comanda. 

E vi dirò di più, nonostante il fastidio iniziale provocato dalle lamentele del mio atleta, ora, dopo 48 ore di rimuginamenti, non posso che essere felice di sentirlo così parte in causa in questo progetto. Vuol dire che ci tiene, che vuole aggredire la Milano City Marathon con il piglio del runner professionista. Che sta imparando ad ascoltare il suo corpo come forse non aveva mai fatto prima. Anche perché prima, il suo corpo, perennemente supino e assuefatto da droghe e alcool, probabilmente manco gli diceva ciao.

Insomma, il mio Levriero dell’Aspromonte sta trasformandosi in quello che avevo sperato fin da principio: un atleta a tutto tondo. Garrulo e convinto. Concentrato e risoluto. Talentuoso e testa di cazzo.

Photo by Arve Kern on Unsplash

 

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