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Amarcord – È saltato in aria da solo

Per chi non conoscesse la storia di Giuseppe, detto Peppino, Impastato, questo è il momento di scoprirla. Non solo perché il 9 maggio è stato l’anniversario della sua morte, non solo perché verrà dedicato un film alla sua mamma, con diritto di replica, ma perché le cose vanno fatte sapere, come diceva lui.

Non funziona l’omertà, non più ormai. Lui si è battuto dando la vita per il concetto di informazione libera e di diritto. Faceva il giornalista aveva fondato una piccola radio con due amici nella quale denunciava i rapporti tra Cosa Nostra e la politica dell’epoca, erano gli anni Settanta e lui era figlio di una terra che scelte ne dava poche.

Nasce in una famiglia d’onore, il padre Luigi è al servizio di Don Tano Badalamenti e nel suo piccolo paese, Cinisi a pochi chilometri da Palermo, Peppino crea disagi fin dalla giovane età, tant’è che anni dopo, la madre di Impastato, raccontò che Badalamenti chiese a Luigi di far fuori il proprio figlio perché fastidioso.

Luigi continuò a proteggerlo fino a quando morì investito da un’auto guidata da una madre di famiglia, ai funerali Peppino firmò la sua condanna non stringendo la mano al boss presente.

Da lì in poi la sua lotta.

Radio Aut va on air nel 76, due anni prima della sua morte, con tutta la satira possibile che riusciva a trasmettere.

Gli stava bene essere considerato un giullare, ma così facendo portava nelle case ciò che la mafia orchestrava, ma che nessuno voleva vedere.

Raccontava cose scomode, con l’umorismo tagliente, ma necessario per difendere la liberà della vita di un luogo abbandonato alle cosche.

Girava con una pistola in tasca, ma non gli è servita, la sua vita si è fermata a trent’anni.

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 viene preso e portato in una cascina abbandonata e picchiato a sangue, poi trascinato e legato sui binari della ferrovia con una carica di tritolo sul petto.

Il boato è impressionante.

Lo sentono tutti dietro quelle tapparelle chiuse come le bocche e gli occhi.

Il giorno dopo saranno i suoi amici a restituire quello che ne rimane alla madre. Era diventato una spina nel fianco e la libera informazione che lui forniva non piaceva a Cosa Nostra, così come non piace oggi a chi propone leggi bavaglio ai giornalisti.

Ridicolizzava il Capo Mafia che abitava a cento metri da casa sua, si faceva beffa di tutti i criminali che gestivano traffici illeciti e rapporti torbidi con le istituzioni dell’epoca.

Rideva tanto di loro.

Le cose si scoprirono solo anni dopo, perché inizialmente furono così bravi a farlo passare come un attentato suicida che nessuno ebbe il coraggio di ribattere altre colpe.

Lo calunniarono per evitare che diventasse un eroe antimafia e ciò che gli successe passò in secondo piano perché il quello stesso giorno, venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, prigioniero per cinquantacinque giorni delle Brigate Rosse.

Nel 1984 la determinazione della mamma Felicia e del fratello di Peppino permise che il Tribunale di Palermo aprisse il caso per omicidio di stampo mafioso che venne chiuso nel ’92 per l’impossibilità di trovarne i colpevoli.

Solo due anni dopo venne riaperto con nomi e cognomi e nel 97 venne emesso un mandato d’arresto  per Badalamenti, allora residente negli Stati Uniti.

Questa è la sua storia, quella di un uomo semplice, con il coraggio di un esercito.

Ho parlato con persone che in quegli anni andavano a scuola e mi hanno detto che per gli anniversari di questo tipo si osservava un minuto di silenzio in aula, capo chino e senso di impotenza.

Oggi non succede più.

Il silenzio in questo caso è sinonimo di rispetto, l’omertà no, come voleva Impastato e tutti quei grandi uomini che non hanno più potuto combatterla, come Falcone e Borsellino, ma che hanno smosso le masse inermi.

Peppino ha aperto gli occhi a tanti facendoli ridere.

Per lui la risata era una cosa seria, più efficace della sua pistola.

Per non dimenticare, mai.

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