Girano le palle. E tanto anche. Non mi interessa risultare politicamente corretta. Ho discusso, litigato e riso nervosamente, ma sempre consapevole che contro l’ottusità purtroppo non ci sono armi vincenti.
In un epoca dove tutto viene sbandierato ai quattro venti, dove l’apparire è più importante del mettersi in discussione anche se si va contro un muro di omertà, per non parlare dell’essere che va a farsi benedire pur di avere dei like, permettetemi questo sfogo.
Ho letto post, articoli di testate che fanno numeri importanti, commenti più o meno illustri sull’argomento Cucchi e quello che ne ho ricavato è puro disagio.
Il problema sta nel fatto che chi dovrebbe provarlo, questo disagio, giudica ed etichetta senza data di scadenza.
Sembra che facendo così si dia un’identità al problema.
“Anoressica”, “Fattone”, “Puttana”, “Psicolabile”.
Se li riconosci li eviti e senza soffermarti a capire cosa ci stia dietro, perché chiederselo vorrebbe dire farsi delle domande, cercare di togliersi i paraocchi che ci mettiamo per evitare di sembrare rompicoglioni ed andare forse contro corrente.
Vorrebbe dire che qualcosa sta cambiando e chissà che in questo Bel Paese possa davvero succedere.
Meglio dare contro ad una ragazza che gira per le piazze con la gigantografia di suo fratello Stefano, morto pestato a sangue e che ne denuncia l’abominio subito.
È successo a lui e ad altri per cui la stampa e l’opinione pubblica non ha speso troppo inchiostro. Purtroppo.
Purtroppo i famigliari non sono stati così agguerriti come lei, ma sicuramente con lo stesso strazio nel cuore. Meglio dirle di tutto perché pubblica la foto su Facebook di uno dei carabinieri indagati.*
Ancor meglio sbuffare e dire “dai così esagera”.
“Basta, ogni volta sempre le stesse foto”.
Ci si sente indignati.
Cosa che non sembra accadere nell’avere sotto gli occhi un paese gestito da una classe politica che continua a mietere vittime e dove la galera è ben lontana. Di personaggi pubblici attorniati da escort e a passeggio sotto la neve in calzoncini corti e l’espressione sveglia.
No, lì servono le chiacchiere radical-chic nei salotti bene per indignarsi quanto basta e senza alzare troppo la voce, dove invece servirebbe urlare.
I latrati invece arrivano dalla rete e la scia della questione Ilaria Cucchi è argomento di discussione fastidioso, fatto da gente che mette in piazza i propri problemi sul social, si posta con le tette di fuori e pubblica video demenziali, ma che trova esagerata una mossa così.
Perché servono i numeri per fare le espressioni ammiccanti, ma non per condividere cose serie.
Quindi sì, la vergogna andrebbe provata. Per il perbenismo che serve a tener su la maschera che ci fa sembrare così puliti e nasconde lo sporco che ci portiamo nella testa.
Nel non voler conoscere prima di additare o etichettare. Lo dico per prima, che di etichette ne sono piena.
Ma il problema è sempre li, far cadere il meccanismo dell’apparenza e anche con difficoltà provare a voler capire cosa o chi si ha di fronte è impegnativo.
Servono le palle.
Serve dire e scrivere quello che si pensa.
Il giudizio arriva inevitabilmente, sempre e comunque.
Allora perché non far emergere il carattere, vergognandosi di non averlo fatto prima?
*le reazioni alla pubblicazione della foto sono state, come da tradizione social, polarizzate. Per cui, assieme a chi ha condannato il gesto di Ilaria Cucchi, c’è stato anche chi ha colto la palla al balzo per offendere senza se e senza ma l’Arma. A queste persone ha risposto direttamente Ilaria Cucchi, con questa dichiarazione: “Se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza. Grazie a tutti”

