Huckleberry Finn - Mark Twain

Le avventure di Huckleberry Finn – Mark Twain

Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, l’età e il numero di pagine non esauriscono la carica letteraria di un personaggio che ha fatto dell’avventura il suo codice d’onore e della fuga un attento documentario della deriva di una civiltà tanto puritana quanto schiavista.

Huckleberry Finn di Mark Twain

Il servizio di bookcrossing di via Pogatschnig 34, nel quartiere QT8 a Milano, mi ha fatto incontrare Huckleberry Finn, scritto dall’americano Mark Twain e pubblicato per la prima volta nel 1884.

Non lo conoscevo di persona, solo come seguito del libro Le avventure di Tom Sawyer, ma dopo duecentocinquantanove ingiallite pagine quel «Sinceramente vostro Huck Finn»[1] pare un triste congedo da me che ormai mi sento amica e confidente di un imperituro centotrentaseienne Huck.

L’età e il numero di pagine non esauriscono la carica letteraria di un personaggio che ha fatto dell’avventura il suo codice d’onore e della fuga un attento documentario della deriva di una civiltà tanto puritana quanto schiavista.

Ad aprire il libro un’avvertenza per ordine dell’autore: «Coloro che cercheranno di trovare uno scopo in questa narrazione saranno processati; coloro che cercheranno di trovarvi una morale saranno banditi; coloro che cercheranno di trovarvi una trama saranno fucilati»[2].

Oggi probabilmente Mark Twain si troverebbe a dover processare, bandire o, nella peggiore delle ipotesi, fucilare tutte quelle insegnanti che, grazie all’ausilio delle ormai celebri schede libro, inducono a credere che un libro, appunto, sia scopo, morale e trama.

Essendo io stessa un’insegnante e non volendo perciò rischiare di essere giustiziata, rispetterò quel codice tacitamente accettato che si stipula naturalmente tra autore e lettore: non cadrò nella tentazione di quella che potrebbe sembrare un’antifona letteraria ai tempi della scuola, nel nome della morale, dello scopo e della trama.

Un perpetuo arrangiamento della vita sull’avventura letteraria

Vi dirò invece dello stratagemma scelto da Huck per sfuggire alla Provvidenza che gli era toccata e di cui spesso la vedova a cui era stato affidato gli parlava «[…] in modo da farmi venire l’acquolina in bocca»[3]: inscenò la sua morte con del sangue di porco e dei capelli appiccicati sul dorso di un’ascia. Un’offerta alla morte per la consacrazione ad una nuova vita secondo le leggi di natura e navigando verso sud, lungo il fiume Mississippi.

Vi dirò della bellezza ancestrale di questo viaggio senza regole e lontano dalla apparentemente esatta “morale bianca”, in compagnia di Jim il «negro della signora Watson»[4] scappato per paura di essere venduto. Un’amicizia a cui entrambi si affidano con lealtà.

Huck, agendo al di fuori della morale,  riesce a vivere, rispondendo solamente al principio di natura e sottraendosi così a una civiltà dai costumi barbari e intransigenti: non infrange le regole, le ignora; non ruba, prende in prestito (come gli diceva pa’).

La vita lungo il fiume e le avventure che la caratterizzano assumono un senso grazie alle credenze magiche di Jim e i segni della sfortuna sono tenuti da conto come il più prezioso degli ori: scrollare la tovaglia dopo il tramonto, guardare la luna al di sopra della spalla sinistra, contare la roba che si sta per cucinare a pranzo e raccogliere la pelle di un serpente diventano segni innegabili di sfortuna, e in certi casi di morte, da seguire come la più esatta delle preghiere. D’altronde «Cosa volere sapere tu, quando arrivare la fortuna? Volere tenerla lontana?»[5].

Poi c’è Tom, Tom Sawyer, l’amico di sempre, che spinge a vivere anche la drammaticità della prigionia di Jim come un continuo perfezionarsi di un piano di fuga che non vuol essere «blando come il latte di mula»[6] ma ricco di intoppi come capita ai migliori: «Ma non hai letto proprio nessun libro? …né il barone Trenck, né Casanova, né Benvenuto Cellini, né Enrico IV, né nessuno di quegli altri eroi? Chi ha mai sentito dire che un prigioniero viene liberato in una maniera così zitellesca?»[7]. Un perpetuo arrangiamento della vita sull’avventura letteraria, incurante della gravosità e delle conseguenze politiche, sociali e culturali.

Qualche giorno fa, su “Internazionale” web, ho letto un articolo pubblicato sulla loro pagina, ma uscito l’11 ottobre 2019 nel numero 1328 di Internazionale, che il 5 aprile 2020 ha vinto il premio Pulitzer nella categoria Commentary, intitolato La conquista dell’America[8].

Per onorare il patto stretto duecentocinquantanove pagine fa con Mark non vi dirò nulla di più se non che qui potete trovare una fetta di Storia privata dell’alone cavalleresco di Tom e ripiena di menzogne mascherate da ideale, testimonianza del fatto che anche ai potenti piace romanzare.

Spunti didattici:
Onorare l’avvertenza dell’autore e ripensare alla metodologia attraverso cui si chiede ai propri alunni di parlare di un libro senza per forza doverlo processare, bandire o, nella peggiore delle ipotesi, fucilare. Per far quest’ultimo passo consiglio la lettura di un libro che saprà guidare nell’impresa, preservando dalla tentazione da scheda libro: A. Chambers, Il lettore infinito, educare alle lettura tra ragioni ed emozioni, a cura di G. Zucchini, Ed. Equilibri, Modena, 2015.

Lo consigliamo a… il selvaggio che è in noi, affinché non tema più le notti buie, e alla codardia che ne prende le briglie perché venga smascherata e messa all’indice.


[1] M. Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, Alberto Peruzzo Editore, Milano, p. 259
[2] Ivi, p. 1
[3] Ivi, p.12
[4] Ivi p. 38
[5] Ivi, p. 42
[6] Ivi, p. 208
[7] Ivi, p. 213
[8] https://www.internazionale.it/notizie/nikole-hannah-jones/2020/05/08/conquista-america-schiavitu?fbclid=IwAR2V-e_mpDQdp1NAm8YsDK1UkUt_M5nMQXhslYYXWxkO26vGNIVZVwi6YEw

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Su Linda Geninazza

Linda Geninazza
Non vi dirò, almeno subito, cosa faccio, ma da dove arrivo; credo le radici contino più della chioma che a volte, almeno la mia, è dritta, a volte mista, a volte curva, mentre laggiù, agli inizi, poco cambia, tutto si irrobustisce. Cusino, non cercatelo su Google Maps perché non vedrete altro che un rosso segnaposto abbandonato nel più fitto verde, lì sono cresciuta e lì ci tornerò. Ora abito il grigio-perla di Milano, altra spina nel cuore, qui vivo e ci resterò. Dimezzata tra due terre non di mezzo, questa sono io.

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