Crescere, scegliere, amare, perdersi e perdere. Questi i fili che si intrecciano in Norwegian Wood. Una recensione che, lo anticipo subito, non può essere obiettiva, perché addentrarsi in un libro di Murakami, almeno per quanto mi riguarda, è una faccenda personale, fatta di dolore fisico più che di soddisfazione intellettuale.
Un libro viscerale
Pur amandolo e pur avendo letto diversi suoi libri, questa è la prima volta che provo a parlare “apertamente” di Murakami. Non l’ho mai fatto prima, forse perché mi spaventava il fatto che l’opera di quest’uomo non ha un genere ben definito, non c’è una linea guida che possa delimitare con esattezza le sue tematiche. Ciò vale per quasi tutti gli scrittori giapponesi, ma per Murakami vale doppio: ogni suo libro è storia a sé e non esistono punti in comune se non quel meraviglioso modo di scrivere, in grado di toccare corde che non faccio fatica a definire fisiche.
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Tornando al libro, la storia di Norwegian Wood inizia con un prologo dal sapore proustiano, dove la madeleine è proprio “Norwegian Wood”, brano dei Beatles, che ascoltato su un volo aereo, risveglia nel protagonista Toru Watanabe il ricordo di Naoko, la ragazza che aveva amato 10 anni prima. La storia vera e propria è poi un lungo flashback ambientato in quel periodo, il Giappone alla fine degli anni 60, un’epoca in cui i protagonisti erano poco più che diciottenni e appena iscritti all’università. Watanabe è un 18 enne universitario trasferitosi a Tokyo in seguito al suicidio del suo unico amico, Kizuki. Qui frequenta le lezioni con scarso interesse intervallandole a dei lavoretti, finché non incontra appunto Naoko, la fidanzata di Kizuki e tra i due nascerà un rapporto sospeso tra l’amore di Watanabe per Naoko e i gravissimi problemi psicologici di lei, che non le permetteranno di ricambiarlo pienamente. Altro personaggio fondamentale è Midori: apparentemente solare, apparentemente estroversa, decisamente sfacciata. Poi c’è l’amico dell’università Nagasawa, ricco, intelligente, risoluto, ma anche annoiato, vuoto e, in fin dei conti, solo. Infine c’è Reiko, fondamentale nel cercare di aiutare Watanabe ad avvicinarsi a Naoko, e meravigliosa nel suo essere fragile e consapevole allo stesso tempo. Mi fermo qui perché ogni dettaglio in più sarebbe una spoilerata vigliacca che rischierebbe di togliervi, seppur di poco, il piacere di leggere.
Al di là della trama, quello che emerge nello stile della terza opera dello scrittore giapponese è la capacità di Murakami di tessere un racconto il cui significato sia il più possibile aperto alla sensibilità del lettore. Noi non sappiamo quale sarà il futuro di Watanabe e di coloro che restano. Non c’è un giudizio e non c’è possibilità di analisi univoca. Gli stessi personaggi racchiudono dentro di loro positività e negatività: la salvezza completa non esiste, esistono solo diversi modi per provare a risolversi e la consapevolezza che non sempre quelli che scegliamo sono quelli giusti.
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Norwegian Wood parla della crescita
Riguardo il significato più limpido di Norwegian Wood, infine, io ci ho visto la descrizione semplice e naturale del processo di crescita. La meraviglia di questo libro la si percepisce proprio con Watanabe, un giovane che ha fatto degli errori, che cerca di venire a patti con l’esistenza che ha già condotto e lotta furiosamente per trovare un senso a quella che deve ancora vivere. Watanabe e gli altri decidono (o non decidono) di provare a crescere, decidono (o non decidono) di lottare, fanno i conti con le loro debolezze, le loro paure, fanno i conti con le diverse forme di amore che la vita ci pone davanti, da quello per un amico, a quello per i ricordi, a quello per un uomo sul letto di morte, a quello per la vita stessa. A volte ci si riesce, a volte no. È veramente difficile non trovare un punto di contatto con una parte di Watanabe, ma anche di Midori, Naoko, Reiko e persino di Nagasawa. Ed è ancora più difficile (o eccitante, a seconda del nostro momento di vita) rendersi conto che la storia che ci racconta Murakami altro non è che una delle varianti possibili della vita stessa: un percorso che cambia costantemente, reso più o meno compiuto dalla bontà delle nostre scelte, reso più o meno solido dal valore dei nostri incontri, reso più o meno sereno dall’intensità delle nostre paure.

