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Recensione Kitchen: Banana Yoshimoto, il cibo ce l’ha persino nel nome

Ho letto diversi libri di Banana Yoshimoto. Eppure – non so perché – Kitchen mi era sfuggito. Era tempo di colmare questa lacuna e di continuare laddove i più sono partiti, dal suo libro maggiormente noto che poi è anche il suo esordio letterario.

E devo dire che non me ne sono pentita. Né di averlo letto, né di essere arrivata a leggerlo solo ora, dopo altri suoi lavori e altri romanzi di autori giapponesi.

La Yoshimoto si legge facile. O almeno sembrerebbe. I suoi libri sono dei romanzi brevi, poche pagine che scorrono piane. Uno stile asciutto, da alcuni descritto come simile al linguaggio dei manga; le descrizioni sono essenziali, i luoghi vengono restituiti con pochi dettagli. Pochi dettagli ma studiati, mai casuali.

Anche gli eventi sembrano minimi. La Yoshimoto non racconta di grandi passioni, non descrive avvenimenti epocali. Sembra concentrarsi più sulle re-azioni, sul dopo o sul piccolo particolare. Mi immagino i suoi occhi come quelli di una passeggera della metropolitana, che in silenzio scruta i suoi compagni di viaggio cogliendo un tic di una persona al suo fianco, o scoprendo l’emozione sottile che si cela dietro due occhi in apparenza assenti. Insomma uno sguardo, il suo, che sa andare oltre la superficie, pur dando l’impressione di rimanere proprio lì, sull’increspatura delle onde. Un apparente contrasto e contraddizione, come lo sono alcune sensazioni che vengono accostate e vissute insieme dalla protagonista del romanzo: Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi accorgo che vivo.

Difficile spiegare le sensazioni che mi ha lasciato la lettura di Kitchen. Difficile far percepire questo modo di raccontare apparentemente minimo e piccolo, ma che in realtà scava molto nel profondo e va a toccare corde sottili e sotterranee. Lo fa in punta di piedi, di nascosto, quasi come un ladro. Non è l’introspezione psicologica di Dostoevskij, non è l’epopea del romanzo alla francese. L’unico aggettivo con cui riesco a descrivere il suo stile è: giapponese. Facile, direte voi. L’autrice è nata a Tokyo, lo sapevo prima ancora di iniziare a leggere questa recensione! Eppure la sua narrazione non so descriverla in modo più esaustivo di così: giapponese.

Già perché questi autori del Sol Levante un po’ si somigliano. Non sono un’esperta, ma qualche lettura qua e là mi ha fatto scovare delle similitudini. Come in Murakami i protagonisti sono spesso soli (qui trovate la recensione di Norwegian Wood), il tono predominante in questi libri è sicuramente la malinconia (NB: Amélie Nothomb, autrice belga ma che ha vissuto e scritto del Giappone, ci ha basato un intero romanzo su una sensazione simile La nostalgia felice). E poi c’è un tocco di onirico – appena accennato nel suo primo romanzo, molto più evidente in Moonlight shadow il racconto che viene annesso a Kitchen nell’edizione Feltrinelli – che pervade l’intera produzione della Yoshimoto e ne è, a mio avviso, il tratto distintivo.

La storia no, non ve la sto a raccontare. Ormai sapete che le mie recensioni sono sempre un po’ così. Talvolta parto dalla fine, talvolta non svelo nemmeno il nome del protagonista. Di Kitchen vi dirò che sì, il racconto inizia in effetti in una cucina. Che sì, si parla di cibo (e se siete amanti del cibo giapponese vi verrà l’acquolina in bocca leggendo). Ma che si parla anche di solitudine, di morte: l’amicizia è l’ingrediente principale, famiglia q.b., un pizzico di amore e una spolverata di magia.

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Felicità - 75%
Tristezza - 90%
Appagamento - 87%
Profondità - 97%
Indice metatemporale - 89%

88%

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Recensione Kitchen: Banana Yoshimoto, il cibo ce l’ha persino nel nome ultima modifica: 2015-06-01T07:13:38+02:00 da Elisa

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Se si può dire di una cosa non facile nella mia vita è il rapporto con la scrittura… beh, ripensandoci, non è proprio l’unica cosa non facile. Ma d’altronde, se no, che noia sarebbe? A complicare il tutto, da buon Pesci, la costanza non è la mia dote migliore quindi su questo blog mi vedrete e non mi vedrete. Non sono parente di Houdini né tantomeno del divino Otelma, ma solo una giovane donna con la passione del cinema (odio quando mi danno della signora. Per galateo, dicono…). Sembro seria, ma non lo sono. E come potrei esserlo dopo aver scritto una tesi di laurea su Sex and the city?!?

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