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I giorni e gli anni - Uwe Johnson

I giorni e gli anni – Uwe Johnson

I giorni e gli anni, la tetralogia di Uwe Johnson, è un’opera monumentale e complessa. Non ho certo le capacità per coglierne tutte le implicazioni, però posso provare a raccontarvi quale viaggio meraviglioso abbia intrapreso con la lettura di questo capolavoro.

Breve nota introduttiva

Di fronte a certi libri dovrei mantenere il silenzio ed ammettere semplicemente di non essere all’altezza se non di accennarne vagamente. Non che riguardo agli altri di cui scrivo mi senta nel pieno diritto di elargire opinioni. Però esistono libri diversi, più complessi, che ti restituiscono un maggiore senso di piccolezza e inadeguatezza. E così, dopo 1.952 pagine di lettura, ero tentato di passare la mano.
Meglio, direte voi e avreste pure ragione. Però poi ho riflettuto sul senso di scrivere questi nostri pareri sulle letture fatte e mi sono ricordato che si tratta solo di racconti di un’esperienza. Non si tratta di giudicare un libro, ma di descrivere l’esperienza che ci ha permesso di vivere attraverso le pagine. E allora anche un libro come questo, complesso e importante, alla fine si presta ad una personale esperienza di lettura, è stato scritto e stampato per essere letto.
Quindi pazienza se non sono all’altezza delle miriadi di implicazioni nascoste e palesate dall’autore, umilmente racconterò il viaggio di questo mediocre lettore che sono all’interno di un’opera-mondo di immenso spessore, annotando alcuni (altrimenti sarebbe troppo lungo) dei motivi che hanno reso quest’avventura splendida. E avvertendo l’aspirante lettore de I giorni e gli anni dell’impegno che questo scritto comporta, caratteristica che non si può certo annoverare tra i difetti ma che richiede consapevolezza.

Cosa sono I giorni e gli anni

Sono i giorni e gli anni di Gesine Cresspahl, una donna tedesca sui trentacinque emigrata dalla Germania a New York. Il romanzo è strutturato come un diario giornaliero che occupa un anno intero (21 agosto 1967 – 20 agosto 1968) della vita della protagonista e di sua figlia Marie, bambina di dieci anni. Messa così sarebbe anche lineare e, in qualche modo lo è, perché la suddivisione segue l’andamento cronologico della vita. Però, proprio come nella vita interiore, alla cronologia spicciola si sovrappone il tempo vissuto, si intersecano non solo passato presente e aspettative per il futuro, ma anche gli spazi (geografici e personali) e gli ordini di grandezza (dal mondo alla propria casa, passando per i diversi gradi).
L’espediente diaristico poggia su due filoni: la vita attuale di Gesine e Marie e la lettura quotidiana del New York Times, di cui vengono riportate le notizie che catturano l’attenzione della protagonista. In parallelo Gesine imprime su nastro, da lasciare alla figlia, il racconto di famiglia, partendo dall’incontro dei nonni di Marie. Questo andamento incrocia cronologie differenti proprio come accade nella vita di ognuno, non esiste solo il tempo misurato che, scandito, passa; ognuno di noi vive in sé un miscuglio di tempo interiorizzato e di emozioni ad esso legate, il qui ed ora è tanto vivido quanto suggestione del già vissuto.

uwe johnson
Uwe Johnson

La Storia e le storie

Il New York Times (zia Times per Gesine che con il quotidiano instaura un rapporto dialettico che parte da una grande ammirazione) dà lo spunto per ragionare sui fatti del mondo, in un periodo pregno che annovera, tra le altre cose: l’omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King, la guerra in Vietnam, la Primavera di Praga, le sommosse dei neri a New York. Mentre il racconto del passato tedesco (in particolare nella cittadina inventata di Jerichow e nel Meclemburgo) annovera fatti di non minore portata: l’ascesa del nazismo, la Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione prima inglese e poi sovietica della Germania Orientale.
Si tratta di un racconto però, dunque i grandi eventi della storia sono filtrati dalla percezione personale o dalle narrazioni ricevute. Johnson gioca a carte scoperte, il filtro è tanto palese che i ricordi di Gesine sono spesso tacciati dalla figlia di invenzione senza che la madre neghi. Dunque quello che abbiamo non è solo il mondo in cui viviamo, ma, soprattutto, il mondo di Gesine, un incrociarsi di realtà che dà le vertigini.

– Nel settembre del 1938 tu… tu avevi cinque anni e mezzo
– E quando ne avevo diciotto, era scordato tutto quello che mai avrei voluto perdere e ritenevo quel che non mi serviva. Come Cresspahl si schiariva la voce, e non quel che raccontava.
– Non è che il Cresspahl del 1951 deve andare d’accordo con il Cresspahl del 1938?
– Più o meno, Marie
– E chi meglio di te può deciderlo?

Così vediamo l’ascesa del nazismo nella quotidianità degli abitanti di Jerichow, dove la portata storica dell’evento trova la cornice di considerazioni pratiche e miopi di chi non può che viverne un’effettività parziale sulla propria pelle. La guerra in Vietnam vive soprattutto sulle pagine di un quotidiano, tanto lontana nei numeri taroccati quanto vicina nelle manifestazioni cittadine di protesta. L’omicidio di Bob Kennedy si consuma nella disperazione di Marie. L’occupazione sovietica della Germania è descritta attraverso le regole imposte nella scuola. E così via. In tutto ciò non mancano considerazioni e istanze dell’autore portate avanti da Gesine, rimane però l’intreccio tra i grandi eventi e le vite delle persone, le grandi e piccole conseguenze che la Storia ha sulle storie.

New York, New York

Uwe Johnson ci dona meravigliose descrizioni di paesaggi e ambienti sia del Meclemburgo che degli Stati Uniti, la natura pare essere un’oasi di bellezza incastonata tra le miserabili vicende umane. Già l’incipit dice molto:

Onde lunghe arrivano di traverso alla spiaggia, s’inarcano in fasci muscolosi, drizzano creste sfrangiate che al colmo del verde si rovesciano. La rigida volta, già un poco venata di bianco, schiude all’aria una cavità tonda che sotto il peso della massa chiara si schiaccia, come se lì un segreto fosse fatto e disfatto.

Ma un’attenzione particolare è dedicata alla città di New York e alle sue contraddizioni, che spesso coincidono con quelle degli Stati Uniti. La città viene disegnata attraverso i movimenti delle protagoniste, spesso con un’attenzione che consente di immergersi in pieno all’interno delle strade e degli edifici descritti. L’autore riesce a farci sentire lì sul posto, perché di New York ci tratteggia vie, mezzi di trasporto, parchi, edifici (esterno e interno), persone, rapporti. Potremmo a tratti definirle fotografie, documentari, cortometraggi, interviste, ma non è nulla di tutto ciò, si tratta semplicemente di Gesine che vive il proprio ambiente, che si muove per la città con la naturalezza di chi vi abita, che pensa e prova emozioni attraversando il luogo, impregnandosi dell’odore cittadino e impregnando la città del proprio animo. Come esempio riporto alcune righe delle pagine dedicate ai suoni di New York, vengono descritti i rumori che Gesine sente da quando si sveglia a quando ritorna a casa, poche pagine che sanno di pennellate d’artista.

Il primo rumore è stato lo schiocco delle funi dell’ascensore, come se le catene sbattessero contro la parete del vano.
Sopra il Riverside Park il rumore d’altalena di un uccello variopinto, che poi si è impennato di coda e si è appeso nel vento sopra l’Hudson, gridando Arr-Arr. […] Può parlarmi quanto vuole di attrito volvente ridotto: i treni della sotterranea avanzano pesanti, e l’apertura ad aria compressa delle porte è il respiro di sollievo degli umani, anche se a respirare sono soprattutto i passeggeri prossimi all’uscita. […] I clacson delle automobili sono accordati tutti sulla stessa nota che poi si altera nelle guide di mattoni e cemento per riflessioni laterali, passaggi sotto ponti e diffusioni verso l’alto […]

Le pagine su New York danno modo di mettere in luce le contraddizioni insite in quella grande democrazia che vogliono essere gli Stati Uniti. La critica dell’autore a razzismo, capitalismo, consumismo, diseguaglianze si fa chiara denuncia di un sistema che, a fronte di forti illusioni, non può essere la via giusta per ottenere una comunità di uomini liberi e uguali, non sa reggere il peso di esigenze che non sanno sottostare alle leggi del mercato.

La galleria di personaggi

Se Gesine è indiscutibilmente la protagonista, il testo ci regala una galleria di personaggi come raramente mi è capitato d’incontrare in un libro. Si tratta di personaggi vissuti in Germania e di personaggi che vivono a New York; di familiari, amici, sconosciuti; di persone conosciute a fondo e di soggetti appena incrociati. La varietà dei personaggi è rispecchiata dallo spazio ad essi dedicato e dallo stile attraverso cui prendono vita. Alcuni ci accompagnano lungo tutto l’arco delle pagine, ritagliandosi uno spazio che ci permette di conoscerli a fondo. In altri casi si tratta di conoscenze, vecchie o nuove, di cui si riescono a cogliere tratti caratteristici, persino debolezze. O, ancora, ad alcuni vengono dedicate solo alcune pagine, dei ritratti che in poche righe sanno essere efficaci e suggestivi. In questi casi io trovo che Johnson si muova con una maestria mirabile, riesce a condensare in poche pagine l’impostazione di un’esistenza. Altri sono solo passanti, incontri casuali.
Naturalmente, un autore come Johnson, ha l’accortezza di far crescere e cambiare i personaggi più presenti, riuscendo a donare caratteri che non si limitano a galleggiare su lidi monodimensionali. In realtà nemmeno quelli solo accennati sono mai statue di cera, ma la capacità di raccontare il vissuto riesce, com’è normale che sia, a spiccare in quelli che ci accompagnano più a lungo, laddove si ha modo di seguire le ferite della vita, di esplicare la crescita personale, di descrivere la fatica di fronte alle necessità della sopravvivenza quotidiana.
Tutto viene vissuto e narrato attraverso gli occhi di Gesine, ma alla fine ne viene fuori un racconto corale. Un paradosso meraviglioso che rende le pagine intriganti e ricche di sfumature, che permette tanto di immergersi nella personalità della protagonista, quanto di vivere un affresco dai colori ben dosati. Si tratta di una delle tante complessità e contraddizioni che rendono questo libro un’esperienza unica.

Mrs Ferwalter ha perduto una parte della sua vita nei campi di concentramento dei tedeschi; lo sa, e ne parla distrattamente, come altri parlano distrattamente dell’esame di maturità. È tozza della persona, spalle larghe come le domestiche di campagna d’una volta, che da tanto lavorare non arrivavano a vivere e a letto crollavano come pacchi; Mrs Ferwalter dovrebbe poter dormir bene. Non le è dato. Da quando gli americani nell’Europa sud-orientale l’hanno trovata e liberata è irrequieta, quando dorme, quando sfaccenda per casa, quando parla, anche a voler mettere su l’espressione più amichevole non riesce a liberarsi da un tratto di ribrezzo, tiene gli occhi stretti in una fessura, e potrebbero esser grandi, dolci e guardare con tenerezza.

i giorni e gli anni

Gesine Cresspahl

E poi c’è Gesine, una donna che ha vissuto stagioni difficili, a cui sono stati strappati troppi pezzi di normalità, una donna che si è ritrovata a vivere in diversi mondi e tutti con una nuova e differente sofferenza. Gesine guarda al passato e al presente con un disincanto che non travalica mai in rassegnazione, dopo tutte le sfide che si è ritrovata ad affrontare ora deve far fronte all’attuale e costante cura per questa bambina che si sente newyorkese in tutto e per tutto, dopo il disagio del primo periodo del trasferimento dalla Germania e con la tristezza di non sapere esattamente se quel viaggio a Praga significhi trasferimento.
Gesine sa cosa vuol dire privazione delle libertà, eppure nel mondo Occidentale non si riesce a trovare a proprio agio, guarda al socialismo con la consapevolezza di chi ha visto come è stato applicato e la tenerezza di chi non vuole darlo definitivamente per vinto. Eppure si ritrova a lavorare in una grossa banca americana, un ruolo che veste per bisogno ma che non riesce a calzarle mai abbastanza bene.
Gesine che raconta in prima persona ma a volte parla di sé in terza, che riporta lunghi dialoghi avuti con le persone del proprio passato e inventa quelli a cui non ha potuto assistere, che agisce nel presente, che mantiene un dialogo costante e preoccupato con i morti, perché la trama che tiene insieme la vita interiore non può prescindere da chi non c’è più (e di morti nella sua vista ne ha visti passare). Ci sono pagine in cui la narrazione principale va rarefacedosi in questi dialoghi tutti suoi, creando un’effetto di straniamento.
Il racconto di Gesine è ricco di canto e controcanti, di canovacci che si sovrappongono, di verità e congetture, di menzogne e travisamenti, di sentimenti e  tradimenti, scelte e costrizioni, all’interno si intrecciano tempi e storie, dove tutto è collegato da un filo sottile eppure indistruttibile.

La ripetizione fa risparmiare sulla coscienza delle cose, finché questa non ci muore d’inedia.
Vivere un intero giorno e dimenticare: inserirsi dimentiche in un tempo da tempo non più in questione, nella sensazione dell’impiegata al lunedì mattina davanti ai sette giorni sette e sette volte sette sette volte tanto.

La penna di Uwe Johnson

Tanto per far capire i limiti culturali di chi scrive questa recensione, vi faccio un paragone. Perché Messi è un fuoriclasse? Sono diversi i motivi, ma credo che siano due quelli principali, fermo restando le doti tecniche sopra la media: cioè la capacità di cambiare ritmo nell’arco di una partita e un ventaglio di giocate a disposizione molto ampio, il tutto prodotto in scioltezza. Anche per Federer vale lo stesso, è un grande campione perché con naturalezza riesce a cambiare ritmo all’interno dello scambio sfruttando tutti i tipi di giocate, accelerazioni improvvise e smorzate delicate che non possono essere previste.
Ecco, Uwe Johnson fa questo all’interno de I giorni e gli anni, partendo da una capacità di scrittura fuori dal comune, utilizza diversi registri e modifica il ritmo del racconto da un momento all’altro: lo addormenta per poi accelerarlo all’improvviso, ci fa perdere in descrizioni stupende e desta l’attenzione con dialoghi serrati, utilizza il dialetto e riporta stralci di giornale, mostra eventi di livello mondiale e dipinge delicati moti dell’animo. La scrittura di Johnson è uno scrigno ricco di cassetti segreti, di impennate e rallentamenti, di molle che scattano e coperchi adagiati.
Sono stato così coinvolto da questa tetralogia da leggere disquisizioni sulla sua traduzione e, pur cogliendo alcune criticità fatte presenti, devo dire che la traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini permette di gustare il caleidoscopio creato dall’autore, fornendo un’esperienza davvero ricca.

Non sto nemmeno a specificare che persino io, lettore della domenica, potrei andare avanti per pagine e pagine a scrivere considerazioni su quest’opera monumentale. Mi fermo, anche perché credo che in pochi avranno avuto la pazienza di leggere fino a qui questo fiume di parole su un letto sconnesso.

L’Orma Editore

Premetto di non conoscere nessuno all’interno di questa casa editrice, quindi quello che dirò non potrà essere tacciato di interessi personali. Su questo sito ho utilizzato la parola capolavoro solo un’altra volta, per Il Quinto Evangelio di Mario Pomilio (clicca qui per leggere la recensione) edito da L’Orma. Ora mi vedo costretto a dover esprimermi ancora con la parola capolavoro su un altro libro della stessa casa editrice (che ha il merito di pubblicare l’intero romanzo per la prima volta in Italia). Non so se sia semplicemente una mia preferenza o il lavoro che fa quest’editore sia davvero eccellente, di sicuro alla prossima edizione di Book Pride andrò a farmi consigliare qualche altro loro volume.

Uwe Johnson – I giorni e gli anni – L’Orma editore

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I giorni e gli anni – Uwe Johnson ultima modifica: 2018-02-14T09:20:41+00:00 da agafan

Su agafan

agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma lei compensa con altre caratteristiche, aggira l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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