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Ghiaccio-Nove, Vonnegut Kurt

Ghiaccio-Nove di Vonnegut Kurt narra una strampalata storia di invenzione che scoperchia, attraverso l’ironia, la capacità degli uomini di essere, più che figli delle stelle, figli di buona donna. La stupidità umana non ha confini ma ha diversi canali per esprimersi, alcuni hanno corsie preferenziali e infatti vengono percorsi fino in fondo. Al centro della vicenda personaggi grotteschi, ognuno impegnato a rincorrere la propria deviazione, ognuno chiuso nel recinto della propria ottusità e aperto al passaggio dell’opportunità.

Ghiaccio Nove, ovvero l’arte dell’uomo di essere un figlio di buona donna

Uno scrittore decide di scrivere un libro sul giorno in cui è stata sganciata su Hiroshima la prima bomba atomica. Si intitola “Il giorno in cui il mondo finì” ed è centrato sull’idea di descrivere cosa stessero facendo alcuni scienziati nucleari nell’esatto momento in cui avveniva la catastrofe. Attraverso una corrispondenza con i tre figli dell’ormai defunto Felix Hoenikker, il premio Nobel che ha costruito la bomba, lo scrittore tenta di darcene un ritratto. Apprendiamo così che, proprio in quel giorno fatale, il dottor Hoenikker era riuscito a risolvere un gioco che lo stava impegnando da un bel po’ e che la notte della sua morte, avvenuta anni dopo, stava trafficando in cucina con dei pezzetti di ghiaccio: aveva trovato il modo per congelare l’acqua ad alte temperature. Questa sua invenzione è, in realtà, un’arma micidiale, capace di annientare ogni forma di vita sulla Terra. I tre figli cercheranno di utilizzare quest’ultima scoperta paterna.

Ed ora dovrei tentare una recensione lineare di questo libro che di lineare non ha nulla, così che l’autore rivoltandosi nella tomba mi mandi giocosamente a cagare senza degnarmi nemmeno di uno sberleffo, non ne valgo la pena. E sia, ci proverò, ma di quello che scriverò tenete conto solo in parte poiché è sicuramente falso, probabilmente tendenzioso, inevitabilmente ridicolo.

Qual è la critica più efficace e feroce? Certo quella diretta e documentata ha armi importanti ma, in Italia lo sappiamo bene ma non solo da noi, rischia di passare inosservata, gli argomenti hanno sempre dei controargomenti, l’indignazione ha la memoria corta. L’ironia invece ha più possibilità di mantenersi intatta nel tempo, fa breccia subito ma sa anche mantenerla aperta la breccia. Naturalmente a patto che sia fatta bene, s’intende. Così ecco che dietro una vicenda bislacca attraversata da curiosi personaggi si svolge una profonda critica a diversi aspetti della società occidentale.

Nel calderone di Ghiaccio-Nove troviamo una ricetta ricca e varia: scienziati tanto sciroccati quanto geniali, nani, buffi dittatori, santoni ricercati, bombe atomiche, armi ancora più pericolose, religioni pubblicamente clandestine… e chi più ne ha più ne metta verrebbe da dire, ma non è così, perché se ce ne mettessimo noi verrebbe fuori un pasticcio, mentre Vonnegut Kurt ne mette più di quelle dette sapendo come giostrarle. A pervadere il tutto un’ironia che, gentile nei modi e dissacrante nella sostanza, abbraccia vicenda e protagonisti, non escludendo niente e nessuno.
Il racconto risulta efficace nella sua leggiadria, mai noioso e addirittura mai eccessivo nonostante i contenuti poco ortodossi, perché gli effetti speciali ci sono ma non vuole stupire attraverso quelli, piuttosto si fanno veicolo di un racconto pacato che non ha bisogno di forzare la mano nel linguaggio per arrivare all’obiettivo, è l’obiettivo che viene incontro attirato nella trappola.

Tra i molti spunti di Ghiaccio-Nove ne segnalo giusto un paio. Innanzitutto il discorso contro la guerra, elemento su cui l’autore si concede addirittura una paio di pagine serie tramite il discorso di un personaggio. La stupidità dell’uomo non conosce nemmeno i confini della sopravvivenza, è in grado di ammazzarsi per ragioni che fa passare a se stesso per superiori, mentendo a se stesso sapendo di mentire ma tutto sommato piacendogli, non riconoscendo il senso del ridicolo nemmeno nel momento in cui sfocia in tragedia.
Si collega al precedente il tema della responsabilità della scienza. Non si eccitino i progressisti antiaborto e anti qualsiasi concepimento non si avvalga del buon vecchio metodo naturale. Al di là delle stronzate oscurantiste, rimane il problema dell’atteggiamento che la scienza deve assumere rispetto all’utilizzo del sapere che porta avanti. Qui è chiamato in causa uno dei “padri” della bomba atomica che trovo uno dei personaggi meglio riusciti tra quelli riusciti, tutti, del romanzo. Trattasi di un genio assoluto a livello scientifico ma completamente distaccato rispetto alla quotidianità, alla vita, agli altri, al mondo. L’incapacità di rimanere collegato con tutto ciò che non sia il corso dei suoi pensieri lo porta, dopo la terribile invenzione, a produrre un’arma ancora più temibile solo per gioco, curiosità, come passatempo. Specchio di cotanto padre sono i tre figli che si spartiscono l’ultima invenzione come fosse un giocattolo, cercando di sfruttarne le insane potenzialità ognuno a proprio vantaggio. I figli si rivelano irresponsabili in quanto opportunisti, Felix lo è per distrazione, ma quanto cambia? In fondo anche la distrazione sa essere una forma di opportunismo.
Infine la religione. In questo caso si tratta di una religione inventata dall’autore, il Bokononisno, ma alla fine quale religione non lo è? Religione che tiene a bada un intero popolo in un fittizio conflitto con il governo, realizzando in realtà un equilibrio preciso che distrae dalla condizioni di vita reali. Almeno il Bokonon ha il pregio di dichiarare fin dal principio che si tratta di menzogne.

Gli elementi di Ghiaccio-Nove non sono certo tutti qui, ma spero di avervi invogliato alla lettura. Se così non fosse pazienza, leggete pure altre menzogne rispetto a queste, tanto è lo stesso, solo rischieranno di essere meno strampalate e divertenti, contenti voi.

Valutazioni emotive:
Felicità 72%
Tristezza 74%
Profondità 91%
Appagamento 82%
Indice metatemporale 87%

Voto - 82%

82%

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