Storia di Roque Rey
Dibattito sul classico americano
In America, da alcuni ann,i prosegue la discussione su quale sia il classico americano, cioè quale libro possa rappresentare la terra a stelle strisce in letteratura. Ai primissimi posti nelle varie classifiche e più o meno in tutte le classiche ci sono due scrittori che è veramente difficile non avere amato o almeno stimato anche solo per un libro o un saggio: Philip Roth e Don De Lillo. Il primo (secondo me in particolare grazie a Pastorale americana
Ma la vera domanda che a me è sempre sorta è: come si fa a capire se il libro di un contemporaneo ha la possibilità di diventare un classico? Difficile, ma qualche indizio lo potremmo raccogliere tra le mollichine lasciate dall’autore. Il rapporto con il Paese in cui è scritto, la prospettiva allungata sulla crescita di un personaggio, il linguaggio e la potenza espressiva potrebbero darci qualche traccia utile. Aspettando che mi vengano a dileggiare i miei molti detrattori, finisco con calma l’esposizione del mio teorema.
La metto giù pratica: ci sono libri che mentre li leggi pensi che non solo sono belli e densi, ma che potrebbero essere universali e parlare (sopratutto questo) a tutti o almeno a molti di una Storia intesa in modo totalmente tolstoiana.
Le scarpe narrano
Io azzardo: Ricardo Romero ha scritto un classico della letteratura argentina.
Il libro, dal titolo semplice e immediato Storia di Roque Rey
Poi, però, vennero le scarpe dei morti e imparò questo e anche qualcos’altro, come ad esempio che la morte non necessariamente uccide del tutto.
Le scarpe diventano delle Moire che conoscono il futuro e lo guidano, animate da chi le ha regalate ci guidano verso quello che il protagonista potrà vivere. Quindi le vere narratrici di questo romanzo straordinario sono le scarpe di Roque Rey.
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Un ragazzino destinato al vagabondaggio poetico

Dopo la prima folgorante scena ed essere stati catapultati in media res, il libro torna a riannodare passo passo la storia di Roque Rey appunto. La storia parla di un ragazzino che da Paranà, abbandonato da tutti e venuto al mondo “senza avvertire”, scopre di essere destinano al vagabondaggio poetico e ad imparare a vivere giorno per giorno.
In questo vagare per la terra del tango, della dittatura e degli sconfinati paesaggi, Roque Rey assomiglia al suo popolo e anzi lo rappresenta in maniera esemplare, racchiudendo in sé tutte le contraddizioni e le paure di un popolo di senza terra che ha vissuto una delle peggiori dittature al mondo il cui simbolo rimane, neanche a farlo apposta, quel nome odioso appiccicato su molte vite spezzate “desaparecidos”: non trovati, scomparsi.
Un mondo di mancanze
Ricardo Romero prova (e ci riesce) a raccontare un mondo di mancanze e di cose che non erano al loro posto, alcune magiche, alcune odiose in cui il viaggio è la stessa ragione del viaggiare, come direbbe Fabrizio De Andrè.
Il linguaggio di questo libro completa un quadro già di per sé avvolgente, arricchendolo di una potenza poetica impressionante. In chiusura una delle frasi che ho amato di più di questo libro.
Non gli avevano chiesto dove fosse diretto, perché era una domanda che non facevano nemmeno a sé stessi.
Ricardo Romero – Storia di Roque Rey