Per Il ladro gentiluomo
Incontro con Alessia Gazzola
Capisci Alessia Gazzola quando ci prendi un caffè, momento in cui tutti gli scrittori prima o poi cadono, facendo emergere la loro vera natura. A me è capitano in una mattina uggiosa in pieno centro a Milano, in occasione di una colazione organizzata dall’ufficio stampa di Longanesi per l’uscita del nuovo libro della Gazzola Il ladro gentiluomo.
La mattinata e il bar scelto hanno un po’ l’aria di un invito a Colazione di Tiffany e certe sensazioni non sono mai sbagliate. Scrittrice di enorme successo, la trentacinquenne messinese si racconta con calma e senza autocelebrazioni, anzi quasi sminuendo il fatto che i numeri da lei smossi sono talmente alti che se fondasse un movimento politico probabilmente ce lo ritroveremmo seconda o terza forza del Paese.
La chiacchierata è piacevole ed è la collega del sito di cucina a smarcarsi e a creare per prima la palla gol della mattinata chiedendo alla Gazzola la sua ricetta preferita. A quel punto si apre una crepa personale che trascina dentro la donna, il medico, la scrittrice di successo. “La pizza in teglia al pomodoro”, risponde Alessia Gazzola, “un vero rito del venerdì sera, la riunione di famiglia.” E qui troviamo la donna, innamorata della propria famiglia, che costruisce rituali per salvaguardare la propria intimità, così capisci perché il lavoro dello scrittore non deve mai diventare la ricerca di mode, ma flussi di buoni racconti.
Alessia Gazzola racconta anche del suo rapporto con la fiction, avendo firmato la sceneggiatura della trasposizione dei suoi libri nella serie tv L’allieva, “quando fai letteratura scrivi per la solitudine, quando fai sceneggiatura scrivi per la condivisione” e degli incontri che questo lavoro ha portato “quando lavori con gente che ha scritto cose come Elisa di Rivombrosa o Una donna per amico, impari per forza su questo lavoro.”.
Ancora una volta, anche su questo tema tecnico, Alessia Gazzola rimescola le carte e fa intravedere la donna entusiasta ed emozionata del proprio lavoro, “quando arrivano le puntate della serie tv, spengo tutto, mi metto da sola sul divano e le guardo quasi piangente. Ecco quel momento è davvero emozionate.”

Il ladro gentiluomo di Alessia Gazzola
La incalzo e le dico che lei finge di aver scritto una storia soft-rosa ma che Alice, che comunque è un medico legale mica una pittrice, si ritrova a risolvere il caso di un uomo trovato morto con un diamante nella pancia, insomma non proprio una storia soft o non completamente. “Tu ci trovi del gotico? Bè di sicuro quando scrivo i rimandi sono a molti altri generi, anche se in questo caso l’ambientazione più forte, il richiamo più forte, è sicuramente quello vintage agli anni ‘50-‘60. Colazione da Tiffany su tutti, ma anche un certo mondo del giallo girato in bianco e nero.”
Altro particolare a tradire, fortunatamente, gli interessi di Alessia Gazzola sono le citazioni ad apice di ogni pagina: si passa da Wittegenstein a Roth, passando per il Rilke (ma anche Franca Leusini). “Quando penso al grande romanzo penso al romanzo storico, dove compare un contesto politico-sociale, una visione d’insieme. Penso a Guerra e Pace come al romanzo per eccellenza con all’interno romanzo rosa, romanzo storico e una grande lezione di storia. Io non ho quell’aspirazione, penso ad Alice come una donna normale inserita nella sua contemporaneità e nelle sue vicende ricadono molte cose che mi accadono tutti i giorni e che faccio diventare avventure sue.”
Così Il Ladro gentiluomo ha il fascino di un vintage contemporaneo, molto contemporaneo.
Alice è innamorata e vive una storia a distanza con un professore di Medicina Legale, fedifrago e bisognoso di rivalsa sociale, che non riesce a garantirgli stabilità sentimentale. Per questa ragione la giovane dottoressa si rifugia su Netflix, nel brodo della signora accanto e in tanto tanto lavoro. Domodossola è la città perfetta per far muovere Alice: fredda, lontana da tutto e molto affascinante per ambientarci un giallo-noir.
In realtà ho scelto Domodossola perché mi piaceva ambientare la storia in un una città famosa per lo spelling, poi è diventata il simbolo di un posto lontano, freddo, in cui sei solo. Mi interessava infatti questo aspetto, ribadire che quando sei solo in un posto, lontano dalla famiglia, dalle tue abitudini, quello che conta è trovare il proprio equilibrio, un nuovo rapporto con se stessi. Cosa per niente facile ma che può offrire anche spunti interessanti sulla propria identità.”
La Skoda Felicia della Dottoressa Alice non è la slitta del Dottor Zivago, ma anche in essa ritroviamo esistenze e solitudini più quotidiane di quanto Instagram voglia farci credere, paure e bisogno di stabilità che tutti noi coltiviamo come pianta sana a cui aggrapparci nei momenti bui.
Voglia di essere madri e voglia di amare, voglie che nella vita quotidiana di una donna affermata di trentacinque anni oggi non sempre riescono ad essere conciliate.
Alessia Gazzola – Il ladro gentiluomo
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