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Dei fiumi resta il nome - Matt Briggs

Dei fiumi resta il nome – Matt Briggs

Dei fiumi resta il nome di Matt Briggs racchiude undici racconti molto diretti, ad assecondare la concretezza degli stralci di vita intercettati. Con uno stile privo di fronzoli, dove la liricità è racchiusa nei sogni senza sbocco e nel futuro atrofizzato, seguiamo i protagonisti in gesti quotidiani, pensieri molto pratici, errori rozzi e sensibilità deviate.

Dei fiumi resta il nome

Raramente ho trovato un titolo tanto suggestivo, sono stato attratto da questo Dei fiumi resta il nome all’ultimo Book Pride e l’ho acquistato quasi esclusivamente per il titolo. Perché mi ha attirato tanto a sé? Cosa mi ha suggestionato a tal punto da ripetermelo in testa molte e molte volte, imbambolandomi per minuti interi su un pensiero tanto vago? Non saprei dirlo e quello che direi sarebbe confuso. Di certo, almeno in parte, ha qualcosa a che fare con le parole che la casa editrice ha giustamente inserito nella quarta di copertina:

Tutte, o quasi tutte le parole, davvero, non sono altro che fumo o immagini riflesse in uno specchio. Solo i vecchi nomi di luogo hanno una loro dignità. Sono la sola cosa detta che non sia una finzione. Parole astratte come “sacrificio” o “consacrare” sono sterili, rispetto ai nomi concreti dei fiumi e delle montagne, come Snoqualmie, Snohomish, Tahoma e Klickitat.

Poi il vecchio Joseph prosegue

Queste lettere sono il resoconto di come ci siamo conosciuti, lei e io. Così come il nome dello Snoqualmie ti dice che un tempo c’era un popolo sulle rive del fiume e viveva pescando i salmoni che risalgono la corrente. Il tempo ha portato via ogni cosa di questo popolo. Li ha portati via e ha portato via anche quella ragazza, chiunque fosse.

Tanta poetica disillusione e un così profondo radicamento nel territorio sono gli elementi portanti di questi undici racconti.

Racconti di famiglia

I racconti sono narrati in prima persona da quattro punti di vista, tanti quanti sono gli elementi della famiglia protagonista: il padre Arthur, la madre Janice, il figlio maggiore Milton e quello minore Dillon. Si tratta di una famiglia non lineare, impregnata di cultura hippie e dai legami alquanto precari, come le loro vite. La storia viene portata avanti per diversi anni, per cui i vari soggetti vengono pescati in differenti età e momenti della vita.
Una peculiarità è quella di non proporci personaggi simpatici, o almeno non del tutto simpatici. Difficile empatizzare in pieno con quattro disadattati come questi, con genitori che hanno una cura sui generis dei figli e con figli che tendono a combinarle grosse. D’altronde, la precarietà che permea le vite dei protagonisti non potrebbe portare ad esiti troppo differenti. Una precarietà fisica, creata da continui spostamenti che non permettono di mettere radici; una precarietà esistenziale che appesantisce il bagaglio emotivo trascinato per le periferie statunitensi; una precarietà di legami familiari che preclude lo sbocco alle tensioni.

Seattle
Seattle

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Il territorio

L’altro grande protagonista è il territorio. Che siano le periferie di Seattle o gli enormi spazi aperti è un ambiente che segna il passo delle disillusioni, accoglie l’asfittico orizzonte dei sogni, chiude il recinto della libertà. I protagonisti attraversano i luoghi come attraversano il tempo, imprimendo tracce su solchi già tracciati, arrancando dietro un senso mai raggiunto di appartenenza.
Non sono le sole vittime di questo meccanismo, anche chi li circonda è della stessa pasta, vive lo stesso ambiente, respira lo stesso clima e intreccia le stesse delusioni.

Ho sedici anni. Sono già al punto più alto e ho appena iniziato a vivere. Ora comincia la fase calante. La mia vista comincerà a perdere colpi e avrò bisogno degli occhiali, come Wilma. Un giorno sarò come Mamma. Avrò soltanto ricordi di quell’anno o di quei due anni in cui ero al mio punto più alto. Se fossi un albero, il mio punto più alto sarebbe così lungo che sarebbe stupido chiamarlo punto. Sarebbe semplicemente quello che io sono.

Racconti di vita

Il linguaggio di Briggs è secco, ad assecondare la concretezza degli stralci di vita intercettati. Con uno stile privo di fronzoli, dove la liricità è racchiusa nei sogni senza sbocco e nel futuro atrofizzato, seguiamo i protagonisti in gesti quotidiani, pensieri molto pratici, errori rozzi e sensibilità deviate. C’è poca poesia in questo spazio (geografico e umano) alternativo degli Stati Uniti, laddove il sogno americano è un alone da pulire e le opportunità un racconto lontano, la famiglia felice un’impostura e i rapporti umani si specchiano in una natura spartana.
Come i nomi per i fiumi, così le testimonianze per gli uomini lasciano sbiaditi ricordi di passaggi, i grandi concetti si perdono nei meandri della realtà, i legami scorrono nel letto dei fiumi.

Matt Briggs – Dei fiumi resta il nomead est dell’equatore

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Dei fiumi resta il nome – Matt Briggs ultima modifica: 2018-03-14T12:30:24+00:00 da agafan

Su agafan

agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma lei compensa con altre caratteristiche, aggira l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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