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Laos e un pizzico di Cambogia – Appunti di viaggio, seconda parte

Un resoconto volutamente parziale di una vacanza che mi ha portato a zonzo nella vecchia Indocina, tra le terre del Laos e della Cambogia. Un viaggio più che una vacanza, una scoperta, un’avventura. Eccoci alla seconda puntata…

Un viaggio atipico il mio, o meglio Freak style. Lo definisce così l’agenzia con cui sono partita, Vagabondo. Definirla un’agenzia non è propriamente corretto. Il payoff sul sito la dice lunga  La tana del viaggiatore indipendente. Si tratta di un forum per viaggiatori, dove ci si incontra, si organizzano uscite, gite e vacanze. E anche viaggi, anzi soprattutto viaggi. Il mio era quello appunto che toccava Laos e Cambogia in diciannove giorni. Freak Style ovvero zaino in spalla. Stile zaino in spalla, è lo spirito che conta. Gli ingredienti per partecipare ad un viaggio del genere? Tanto spirito di adattamento, anticorpi sviluppati (e se non lo fossero lo saranno sicuramente al termine della vacanza), voglia di stare in gruppo (anche se non si possono soffrire i compagni di viaggio… non il mio caso per fortuna!) e tanta pazienza, soprattutto in questi paesi del sud est asiatico. Scordatevi il pullman da trenta cristiani, stile “gruppo vacanze Piemonte”: si viaggia a bordo di mezzi pubblici. E di mezzi, in questo viaggio, li abbiamo presi proprio tutti!

Tempi di attesa: infiniti. Cambi di mezzo di trasporto: all’ordine dei tre a tratta (quindi al giorno). Comodità: non pervenuta (eppure ho foto che documentano sane dormite di alcuni compagni di viaggio in qualsiasi condizione e situazione, equilibrio precario incluso). Un consiglio: se siete piccoli di statura – come la sottoscritta – fingete un male cronico alla schiena o patologie simili per evitare di finire in ultima fila. Il mio coccige ve lo sconsiglia caldamente!

Certo anche questo fa parte del viaggiare, anzi forse proprio così si viaggia per davvero. Passare il confine di un paese in pullman è un’esperienza da ricordare e da raccontare. Noi di confini ne abbiamo passati due: dal Laos alla Cambogia e poi dalla Cambogia in Tailandia. La frontiera la si fa… a piedi. Il pullman laotiano ti lascia prima del confine, assicurandoti che dall’altra parte un’altra compagnia cambogiana verrà a prenderti. E intanto tu passi da un ufficio all’altro (ovviamente sotto il sole di mezzogiorno con un tasso di umidità che rasenta il 100%) a dare dollari all’ufficiale di turno, compilare fogli di via, lasciare le tue impronte digitali o farti immortalare in fotografie stile carcerato (queste sì che sarebbero da mettere come foto profilo Facebook!).

Il confine tra Laos e Cambogia
Il confine tra Laos e Cambogia

Il viaggio peggiore però l’abbiamo fatto in Cambogia, tra Kratie e Siam Reap. Sulla carta 440 chilometri che per Google Maps si fanno in poco più di sei ore. Nella realtà ce ne abbiamo messe circa il doppio. Già dalla partenza si era capito che il trasferimento non sarebbe stato dei più semplici. Una scoperta di questo viaggio, infatti, è che il concetto di “minivan” è passibile di interpretazione a seconda del paese di provenienza. Spesso – diciamo pure sempre – lo spazio per quindici persone e relativi bagagli è tutto da contrattare e in molti casi inventare. I bagagli finiscono in parte sotto i nostri piedi e in parte in una sorta di portapacchi sul retro del pullmino, appesi e avvolti in una tela cerata alla bell’e meglio (neanche nei miei viaggi in famiglia, era fine anni 80 ed eravamo in sei su una station wagon, eravamo arrivati a tanto…). Manco a dirlo, a due ore dalla partenza dobbiamo cambiare mezzo di trasporto: un’usanza locale questa di millantare problemi al pullmino (che comunque qualche problemino ce l’ha sempre) per vendersi il pacchetto “quindici turisti occidentali” e probabilmente ricavare qualche provvigione e guadagno extra.

Photo by Veronica

Altra impresa di questa vacanza: comunicare con gli autisti per capire quanto tempo manchi alla meta. Siamo sempre in un punto imprecisato della Cambogia e all’interno del minivan le notizie e le indiscrezioni si susseguono. Si diffonde la voce che manchino solo un paio d’ore, eppure non ho mai visto due ore durare così tanto. La disperazione in ultima fila aumenta di minuto in minuto, fino a che giungiamo davvero alla periferia di Siam Reap, pensando che l’odissea sia giunta al termine… e invece… il peggio aveva ancora da venire! L’autista si ferma su un viale di lungo scorrimento, dicendo che ora dobbiamo proseguire in tuk tuk. Non c’è verso che capisca – o meglio voglia capire – che abbiamo pagato per il transfer fino in albergo. È presto chiaro che l’accordo è con i “tuk-tukkari” locali, che a loro volta vogliono guadagnare qualche dollaro e lucrare sulla nostra presenza. Diverso tempo dopo, dopo averle provate tutte, dalle minacce al il metodo della psicologia inversa o della partita a carte (si dice un infallibile modo per far capire che siamo seriamente disposti a restare lì a oltranza, a costo di passare la notte in pullmino), ripieghiamo su un passaggio con un camion. Alla guida una giovane famiglia cambogiana che ci carica nel cassone in quindici, con tanto di bagagli. La via dell’hotel non è facile da trovare e, quando pensiamo di essere a pochi metri di distanza, per raggiungerla a piedi ci mettiamo ancora un’ora abbondante. Quando infine varchiamo la soglia della guest house sono le 9 di sera. La bella notizia è che le camere si affacciano su un giardino interno con piscina. Neanche il tempo di pensarlo e siamo già tutti in acqua, provati da un vero e proprio viaggio della speranza.

Non solo i minivan in questo viaggio hanno creato qualche problema di trasporto. Spesso abbiamo trascorso le nostre giornate in bicicletta (uno dei mezzi che tuttora, nonostante tutto, consiglio per girare questi paesi) e anche lì ne abbiamo viste di ogni. Gomme che scoppiano, altre bucate, catene che non reggono, freni impazziti. Bici rotte che devi poi caricare su un tuk tuk, strade sbagliate che ti portano ad accettare un passaggio in motorino da uno sconosciuto, o monsoni improvvisi che ti costringono a fermarti (ma nelle soste e negli imprevisti, quante belle scoperte…). Alla fine, però, ne è valsa la pena.

E poi vieni colto dal monsone… Photo by Veronica

A chi mi chiede incredulo perché passare così le mie ferie, non ho un’unica risposta. È vero, si torna da viaggi come questi più stanchi di quando si è partiti, con la necessità di un’altra vacanza per riprendersi da quella appena fatta. Eppure… a me piace viaggiare così. Credo che questo sia il modo più autentico e reale per vedere un paese e per scoprirlo, per viverlo, come gli abitanti locali, fosse anche solo per qualche ora della mia vita. In definitiva per essere un viaggiatore e non un turista. E come dice Cesare Cremonini, che non è una “somma voce” ma semplicemente ha avuto il merito di scrivere una canzone sul viaggio poco prima che io partissi diventando così la colonna sonora di questa vacanza,

Buon viaggio

Che sia un’andata o un ritorno 

Che sia una vita o solo un giorno 

Che sia per sempre o un secondo 

L’incanto sarà godersi un po’ la strada 

Cesare poi aggiunge

E per quanta strada ancora c’è da fare 

Amerai il finale

Devo però confessarvi che il finale, con il ritorno a casa, io ancora non ho imparato ad amarlo…

Credits: alcune foto sono della compagna di viaggio Veronica. Grazie!

Clicca QUI per leggere la prima parte di questi appunti di viaggio laotiani.

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