Recentemente mi è capitato di rivedere Ovosodo, film di Paolo Virzì del 1997. Con la pellicola probabilmente più livornese della sua produzione, cronologicamente la terza della sua carriera il regista introduce alcuni temi che torneranno poi nei suoi lavori successivi e che identificano la sua cifra stilistica
Mi piace definire Virzì come il regista più realista dell’attuale panorama italiano, l’erede spirituale della commedia all’italiana che dagli anni ’50 è stata in grado di far sorridere lo spettatore attraverso le lacrime. Una risata certamente non fine a se stessa, ma piuttosto “pensata” e mediata; un sorriso amaro, trattenuto, talvolta quasi un ghigno beffardo.
In Ovosodo l’amarezza non esplode come in altri film della produzione virziniana, ma è piuttosto accennata nella sensazione che ben descrive il protagonista, il giovane Piero Mansani, paragonando quel magone che lo prende tra la gola e lo stomaco proprio ad un uovo sodo, mangiato intero con il guscio, che non va né su né giù. Un’emozione che avverte tutti i giorni, ormai familiare come un vecchio amico.
Una storia difficile quella di Piero: famiglia disagiata di umili origini (il titolo è anche un riferimento ad un quartiere popolare di Livorno), padre in carcere, orfano di madre in tenera età e fratello affetto da un ritardo mentale. Riassunto così, più che Virzì sembra Dickens… E invece il tono dominante del film non è certamente quello tragico e l’emozione che rimane alla fine della visione è di una positiva speranza. L’amarezza c’è, ma non è la disillusione che si avverte in Tutta la vita davanti (2008), in cui ciò che attende i giovani che fanno il loro ingresso nel mondo del lavoro è la precarietà non solo lavorativa, ma innanzitutto degli affetti. Non è neppure il cinismo de Il capitale umano, con cui Virzì era nelle sale l’anno scorso, dove la vita si riduce tutta ad un valore economico, il rimborso di un’assicurazione che equipara un’esistenza ad una mera cifra in denaro.
In Ovosodo già si vede il contrasto e la distinzione tra classi sociali, altro tema di impriting virziniano: il popolare e squattrinato Piero, che abbandona gli studi in cerca di uno stipendio, accanto all’amico Tommaso, figlio di un imprenditore in vista di Livorno e libero invece di cazzeggiare e filosofeggiare quanto più gli pare e piace. Il contrasto sociale e politico era già stato introdotto prima di Ovosodo nel 1995 in Ferie d’agosto, racconto di due opposte famiglie che si trovano per le vacanze in due case confinanti: alternativi, fricchettoni e comunisti gli uni, arricchiti, burini e ignoranti gli altri. Contrasto politico che viene parodiato in Caterina va in città (2003), raccontato attraverso gli occhi di un’ingenua tredicenne che da un piccolo paese della costa laziale si trasferisce con la famiglia nella capitale e riflesso nella patetica figura del padre, insegnante frustrato che ambisce soltanto a far parte del “circolo giusto” per i suoi personalissimi interessi.
In Ovosodo c’è anche molto del tono favolistico e magico che ritroveremo successivamente in Tutti i santi giorni (2012) – tra i film a mio avviso meno riusciti di Virzì – e in La prima cosa bella (2010), dove la favola rimane, seppur lieve in una storia carica di dolore, nell’omaggio alla figura della madre e ad un amore difficile, contrastato eppur sempre presente come quello materno.
Insomma è ricco questo Ovosodo, ed è ricco soprattutto di Virzì, che con questo film si aggiudicò il Leone d’argento a Venezia, successo da lui mai più eguagliato. C’è tanto Virzì con quel suo racconto equilibrato che non cede mai alla risata troppo facile né alla lacrima rubata al patetico e con quella capacità tutta sua di partire da una storia “piccola” e una realtà locale per parlare profondamente dell’anima un paese intero. Ieri, oggi e domani.
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