Mia Madre, il nuovo film di Moretti è di una bellezza delicata, colpisce leggero per agire in profondità piano piano. Raccontare un film del genere mi espone al rischio cazzata ad ogni parola, poco mi importa, se avessi voluto scrivere solo di Transformers avremmo pubblicato un altro sito; correrò il rischio di essere sbertucciato online, tanto che non sono esperto di cinema l’ho già detto altrove e non posso mica ripeterlo in eterno.
È cronaca il fatto che la madre a cui il film è ispirato è quella dello stesso regista. La protagonista è una bravissima Margherita Buy. L’ho già detto che è brava? Bè lo ripeto, perché se lo merita. Regista impegnata, separata, madre di una ragazzina, figlia di una madre ammalata e sorella di un fratello più pragmatico di lei. La madre si ammala mentre sta girando un film sul precariato lavorativo, perché i suoi film sono impegnati, legati all’attualità.
Il racconto accompagna i giorni in cui la madre va spegnendosi, ci narra le emozioni che invadono Margherita (questo il nome del personaggio della Buy). Lo fa senza eccessi, senza scene madre, senza pianti strappati con violenza. Perché nella vita è la fatica quotidiana quella da affrontare, non il bivio improvviso. Così come i cambiamenti che avvengono nella protagonista: lente prese di coscienza, piccole rivelazioni che completano un quadro in divenire.
Margherita si trova impotente di fronte ad un senso di inadeguatezza: verso la condizione della madre, verso la figlia, verso il fratello che sa cosa e come fare, verso il suo film, verso la realtà che la circonda, verso l’attualità. La situazione della madre le ha fatto perdere i punti di riferimento, la bussola emotiva che la guidava. Toccante la scena in cui grida alla madre di fare i pochi passi che la separano dal bagno, non è possibile che non ci riesca: è Margherita ad averne bisogno, deve sapere che la madre ha le forze per fare quei passi. Da tanto scombussolamento nasce un’attenzione maggiore verso il mondo, Margherita inizia a mettersi in ascolto e si accorge di cose a cui prima era sorda e cieca. Perdere i punti di riferimento la stordisce ma le permette di effettuare piccoli aggiustamenti che le svelano nuove pieghe. La madre in questo torna ad essere punto di riferimento, in modo diverso da prima: non è più la roccia emotiva su cui appoggiarsi, non è la sicurezza che copre le spalle, la valvola di sfogo, ma dà indicazioni attraverso la lucidità che conserva a tratti, attraverso il suo orecchio teso alle persone che ama, il suo occhio attento ai loro piccoli sospiri.
Forse proprio questa è la risposta alla domanda che ad un certo punto la figlia pone a Margherita: ma a cosa serve il latino? Margherita non sa bene cosa rispondere e finisce in un riso complice con la figlia. La madre di Margherita insegnava latino, forse il latino serve a restare in ascolto del mondo. Sarà il latino lo spunto per momenti di riavvicinamento tra Margherita, la figlia, il fratello e la madre. E forse il latino, con le sua radici antiche che permettono di leggere il presente, serve anche a guardare con speranza al mondo e al futuro, a considerarli una possibilità aperta e non una ripetizione del presente: in una scena la madre sorride e Margherita le chiede perché, lei risponde “Sto pensando a domani”.
Margerita non è la sola a perdere i riferimenti, anche il fratello Giovanni (Nanni Moretti) è in un periodo di transizione, dietro il suo atteggiamento sicuro e preciso si nascondono insicurezza e decisioni da prendere. Persino lo spavaldo protagonista del film sui lavoratori Barry Huggins (John Turturro) ha perso i riferimenti della realtà, dietro la spavalderia afferma la stanchezza per la costante finzione a cui lo costringe il mestiere di attore. In una scena Margherita dà sfogo al proprio senso di inadeguatezza proprio con l’attore, che allunga la mano in una tenera carezza: quanto sta accarezzando lei e quanto il proprio stesso disagio?
Poi c’è l’eredità che la madre lascerà dopo la morte. Un’eredità che ha iniziato ad essere raccolta dalla figlia già negli ultimi giorni di vita. Un’eredità che va al di là dei confini della famiglia. Alcuni ex alunni raccontano a Margherita facce della madre che lei non immaginava. Ma questo ora non la preoccupa, è in ascolto e accoglie con tenerezza quei racconti, pronta a riconoscere nella madre non il suo bastone, ma un essere umano che ha calcato il mondo e vi ha lasciato le proprie tracce.
Naturalmente il film è percorso dal dolore, un dolore che agisce lento perché graduale è l’addio della madre. Un dolore che accompagna quanto detto sopra e la quotidianità: nella vita il dolore non si ritaglia mai troppo spazio per sé solo, è vissuto nella giornata, è mischiato alle cose che si susseguono, scorre nello stesso fiume di tutto il resto. Ci vuole sensibilità per rappresentarlo, per fortuna regista e attrice ne hanno a palate.
Ecco alcuni degli spunti che ho colto. Non ho capito nulla? È tutto sbagliato? Pazienza, perché i miei errori mi hanno regalato un bel film, quindi sono stati per me costruttivi.
Da vedere se
Si apprezza un racconto di vita non gridato
Il ritmo lento della quotidianità non fa paura
Non si teme di assistere ad un realistico svolgimento del dolore
Si vuole assistere ad una bella prova della brava Margherita Buy
Da non vedere se
Non si può fare a meno della scena madre
La sottile ironia non fa ridere come una scoreggia
Quando succede poco ci si addormenta
Con una madre morente devi creare un clima strappalacrime
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