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Il potere terapeutico della musica, scoperto attraverso un film

Tutto può cambiare. Titolo non propriamente azzeccato per il film che mi sono sparata in un tranquillo e addivanato sabato sera milanese pre-salone.

Però forse il titolo, che mi confondeva richiamando alla mente due pellicole con Jack Nicholson protagonista Tutto può succedere e Qualcosa è cambiato, ha un senso nella scena che mi è piaciuta di più di tutti i suoi cento minuti di svolgimento. Mark Ruffalo, che interpreta il produttore discografico squattrinato e disperato Dan, racconta a Keira Knightley, alias la giovane e promettente cantante Greta, il significato della musica. Un passaggio leggero, scritto e girato con un’aria da primavera. Si tratta pur sempre di una commedia romantica, di un film semi-indipendente, dal tono lieve e delicato. Quindi nessuna interpretazione metafisica, nessun sottotesto, nessuna rivelazione sconvolgente in Tutto può cambiare (leggi qui la recensione se vuoi approfondire l’argomento). Eppure in poche parole il regista e sceneggiatore John Carney (affezionato al tema musicale, guardatevi anche il suo Once) ci racconta bene come una musica possa cambiare un momento della tua vita, come possa essere la colonna sonora giusta delle tue emozioni o al contrario contrastarle, tramutando un momento grigio in un crescendo di vita e di colori. E allora ripenso a come questo accada nella mia vita di tutti i giorni. Penso a quando ascolto i Foo Fighters in macchina di lunedì mattina perché niente altro può svegliarmi o a quando, arrivata al lunedì sera, metto su un vinile di Otis Redding per rilassarmi perchè la giornata è stata pesante e ho davanti ancora tutta la settimana. A quando mi cullo con i Kings of Leon e mi crogiolo nella mia malinconia (e qui l’elenco è lungo, non so se perchè sono malinconica io o la musica che amo ascoltare, dai Coldplay ai Radiohead). O a quando ascolto Le luci della centrale elettrica e cazzo, non riesco a fare nient’altro perchè quella non è musica di sottofondo, si ascolta non si sente, parola per parola. A quando sparo per il salotto Everyday I love you less and less e ogni volta continua a farmi ballare come la prima volta in cui l’ho ascoltata o mi dimeno con Should I stay or should I go (si potrà mai stare fermi coi Clash??) o con l’ultima di Bruno Mars (non l’avrei mai detto ma ho scoperto che mi piacciono diverse canzoni di Bruno Mars, c’è da preoccuparsi?!).

A quando ho assimilato tutto d’un fiato un cd dei Nirvana, riuscendo così a calmare i nervi e arrivare a destinazione più tranquilla. A quando sono triste e poi bastano le prime note di Just can’t get enough per farmi sorridere di nuovo e caricarmi. La musica è così: ti scorre nelle vene. Ti entra nel cuore, prima ancora di entrarti nelle orecchie. Ed è per quello che, credo, ci emozioni in modo così autentico, diretto e profondo come poche altre arti sanno fare.

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