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Birdman – I fallimenti dell’uomo moderno, ritmati da una cassa rullante

La vera domanda è: chi si salva in questo enorme, tragico carrozzone che si chiama vita? Secondo Iñárritu nessuno (o quasi): né l’uomo inteso come maschio, né la donna intesa come femmina, né la società contemporanea tutta, dipendente da bisogni effimeri e arroccata nella continua ricerca di risposte senza senso

Provare a recensire un film del genere, lo dico subito, è difficile. Almeno lo è per me, che guardo i film con la pancia e non so disquisire di tecnica. Troppe le narrazioni, troppi i piani sequenza, troppi i significati, troppe le citazioni (Altman su tutti), troppe, in definitiva, le emozioni. Proverò a farla facile, illustrando prima la trama, nella speranza che qualcosa salti fuori.

Riggan Thompson è una star di Hollywood in declino che ha avuto enorme successo a cavallo degli anni 90 interpretando un eroe mascherato, Birdman, appunto. Arrivato attorno ai sessanta, invecchiato e tristemente invischiato nel suo ruolo di celebrità (e perciò “amato” ma non “apprezzato”), prova a dimostrarsi attore portando in scena, in uno storico teatro di Broadway, l’adattamento della raccolta “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Affianco a lui sua figlia Sam, ex tossicodipendente, Laura, la sua donna attuale, Lesley, un’attrice col sogno di andare in scena a Broadway, il suo amico e produttore Jake e Mike, attore tanto di talento quanto ingestibile. Nel film si può identificare un tema portante, netto, quello dell’ego, che in misura diversa tra uomo e donna ci preclude la capacità di distinguere tra quello che è un sentimento vero d’amore dalla più piatta approvazione. Nella sceneggiatura di Iñárritu, infatti, emerge con forza il dolore di dover, prima o poi, fare i conti con i nostri sogni di gloria e quello che in realtà siamo; è ciò con cui combatte Riggan, costantemente messo alla prova dalla sua voce interiore, ossia il supereroe Birdman, ma è anche ciò contro cui combattono, sebbene in misure diverse, tutti gli altri protagonisti. Attorno a questa tematica il regista messicano costruisce un film debordante, dominato da dialoghi interminabili e piani sequenza infiniti in cui la cinepresa danza a 360° attorno ai protagonisti mentre loro si muovono costantemente dentro e fuori dal campo, offrendo al fruitore un senso tanto di stordimento quanto di complicità. Gli scenari, per contro, sono gli stretti e angusti dietro le quinte di un teatro, tra camerini, uscite laterali e le strade appena adiacenti.

E poi c’è lei, la batteria, onnipresente, puntuale, perfetta compagna ritmata (e ritmante) dei pensieri di Riggan e di conseguenza, dei nostri.

Il tema di partenza, dicevo, è quello dell’ego dominante, ma attorno a questo si sviluppano una serie di chiavi interpretative infinite, dove ognuno di noi può trovare una o più sue debolezze. Io ci ho visto la gabbia imposta dalla società, l’enorme difficoltà di accettare un ruolo, soprattutto se questo ruolo non ci rispecchia del tutto, ma ci ho visto anche la difficoltà di fare fronte ai fallimenti, alle aspettative, al nostro io interiore che presto o tardi, viene a chiederci il conto. Ci ho visto anche il fallimento di quella che gli antropologi definiscono società moderna, ormai cronicamente incapace di amare, incapace di esprimere il suo dolore e così bisognosa di trovare una soluzione ai suoi problemi (o presunti tali) da non riuscire più a distinguere quale sia la cura e quale la malattia.

Iñárritu, poi, gioca meravigliosamente col tema dei social network, rivelandoli per quello che sono, ossia dei mostri a tre teste che deviano le nostre percezioni convincendoci che l’affermazione di noi stessi passa dall’effimero, cioè dalla viralità, e che l’amore, quello vero, sia semplicemente una somma di visualizzazioni. Una parola sugli attori: la prova di metacinema a cui è sottoposto Michael Keaton (che come Riggan ha raggiunto una grande popolarità negli anni 90 interpretando il Batman di Tim Burton) è da urlo: stupendo, credibile, solido. I suoi occhi, la sua mimica, soprattutto nella scena del ”volo”, sono da brividabadibidi. Stesso discorso per Edward Norton (Mike), efficacissimo e paraculo abbastanza per reggere alla grande l’ambivalenza feroce del suo personaggio. Bravo anche Zach Galifianakis, misurato nel ruolo di Jake anche se a ogni scena ti aspetti che si metta a sciogliere del Rohypnol in un qualche bicchiere. All’altezza anche l’altra metà del cielo, Naomi Watts (Lesley) e Andrea Riseborough (Laura) sono calate a pennello nella parte mentre Emma Stone (Sam), oltre ad aver offerto alla causa due occhi da panico, ha avuto anche la capacità di reggere e rendere credibile uno degli “sfoghi” più duri e potenti del film. Insomma, Birdman è una piccola grande perla che va vista, vissuta, ascoltata e, per quello che si può, capita. In questo Iñárritu ci dà una mano, perché il tessuto con cui ha confezionato il suo sesto film è talmente abbondante, che chiunque può tranquillamente cucirsi addosso la propria versione.

Piccola curiosità, la frase iniziale con cui comincia il film è una poesia di Carver, si intitola Ultimo Frammento ed è inserito nella raccolta Il nuovo sentiero per la cascata. Qui sotto la poesia, sotto ancora invece il libro.

E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto?

Sì.

E cos’è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra.

Felicità - 70%
Tristezza - 92%
Appagamento - 82%
Profondità - 95%
Indice metatemporale - 95%

87%

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