Romanzo d’esordio per il celebre reporter del Wall Street Journal, Non c’è posto per l’amore, qui racconta l’Ucraina staliniana attraverso Debora Rosenbaum, un’eroina riluttante che impara a resistere mentre la storia le crolla addosso. Un affresco implacabile – e necessario, soprattutto ora – su fame, terrore e dignità, dove l’amore non scompare: cambia forma.
La storia di un paese in una vita
Quando Debora porta il suo giovane amante a vedere Romeo e Giulietta, lo rassicura: “non si muore per amore“. Si muore di una pallottola alla nuca, di lavori forzati, di fame; si muore traditi da chi abita la porta accanto. L’anti-retorica di questa battuta spalanca la poetica del libro: Trofimov sottrae all’amore la parte melodrammatica per collocarlo nel registro della pura sopravvivenza. La storia comincia a Kharkiv nel 1930, e finisce a Kyiv nel 1953: tutto dentro l’orbita di Stalin. Debora è diciassette anni d’intelligenza brillante e ambizione moderna – capelli alla Louise Brooks, “voglio far parte del futuro” – ma il futuro che le si para davanti ha i contorni della carestia e della repressione. In questo viaggio di formazione al contrario la voce di Trofimov incrocia il rigore del cronista con la compassione del romanziere: l’Holodomor non è uno sfondo didascalico, è un’agonia che si insinua nelle cucine spoglie, nei mercati svuotati, nelle madri costrette a scelte impensabili. Il racconto non pronuncia sempre i nomi – la parola “Holodomor” resta spesso implicita – ma ci costringe a “sbattere il grugno” contro la realtà: campi requisiti, corpi che cedono, villaggi che scompaiono dalle mappe. Poi arrivano le Grandi Purghe, l’occupazione nazista, Babi Yar – l’Olocausto delle pallottole – e di nuovo il gelo totalitario del dopoguerra, i gulag, il “complotto dei medici”. Trofimov non compone un manuale di storia: ci mette in mano l’ordito invisibile di una biografia, mostrando come le ideologie schiaccino prima di tutto i corpi e i legami. Debora studia, lavora, ama, tradisce, mente, protegge i figli; non è una santa, non è un mostro: è una donna che sceglie ciò che la storia le concede di scegliere, e questo – il compromesso, la zona grigia – è il luogo più onesto della narrativa quando vuole dire il vero.
Sopravvivere, innanzitutto
Se Non c’è posto per l’amore, qui è un romanzo storico, lo è nel senso migliore: la trama privata e la trama pubblica si avvitano fino a diventare una cosa sola. Il titolo suona come una sentenza, ma funziona da controcanto: nel regime che “schiaccia l’individualità” e riduce le persone a bestie da fame, l’amore sopravvive come gesto minimo e insieme politico – una coperta spartita, una bugia salvifica, un matrimonio celebrato sul fronte, una madre che tiene in piedi due bambini inventando ogni giorno una micro-economia morale. Trofimov, che ha passato vent’anni nei teatri di guerra, porta sulla pagina un dispositivo narrativo preciso: non indulge nella pornografia dell’orrore, evita il compiacimento, taglia quando serve. Eppure la concretezza dei dettagli – una tessera, un tram che fischia fra i cantieri del Derzhprom, il caschetto “liberatorio” di Debora, l’odore d’inchiostro nelle librerie della capitale socialista – crea un’adesione sensoriale rarissima. Lo si sente soprattutto quando l’utopia tecnologica di Kharkiv (grattacieli, università, piani quinquennali) si torce in gabbia ideologica: la modernità senza libertà produce macerie più sottili, quelle che incrinano la psiche e i legami. In questa metamorfosi Debora non diventa solo più dura: diventa più lucida. Capisce che «i buoni muoiono per primi», che la bontà, senza strutture che la proteggano, è una posa suicida. Ma sa anche che c’è una linea oltre la quale la sopravvivenza diventa complicità: Trofimov la porta in bilico su quel crinale, chiedendoci di sospendere il giudizio facile e di pensare all’individuo prima dello scacchiere geopolitico. È la stessa etica che informa i suoi reportage: guardare i volti prima dei confini.
Chi è colpevole?
La misura del libro sta qui: quasi 450 pagine “senza una di troppo”, che non pretendono di chiudere i conti ma di porre la domanda giusta. In questo senso Non c’è posto per l’amore, qui non è – e non vuole essere – una storia d’amore, ma un romanzo sull’assenza di condizioni perché l’amore possa fiorire in modo riconoscibile. E tuttavia, proprio perché il totalitarismo vuole cancellare “l’amore per la vita, per la cultura, per la possibilità di essere liberi”, ogni fragile gesto d’affetto acquista peso specifico: una scelta di maternità, un’amicizia salvata, un nome taciuto sotto interrogatorio. La scrittura – limpida, solida, con un equilibrio raro fra cronaca e invenzione – accompagna Debora in un arco narrativo che la spoglia di illusioni senza rubarle la dignità. Attorno a lei, figure secondarie non sono comparse: Samuel l’aviatore, i funzionari, gli amici di università che si denunciano a vicenda, compongono il coro di una tragedia dove nessuno è interamente colpevole o innocente. Alla fine, quando il libro si chiude su un interrogativo, capiamo che il senso non sta nella catarsi ma nella memoria: non nel “trovare il bandolo” una volta per tutte, ma nel riconoscere la ripetizione con variazioni dell’orrore – ieri, oggi, domani – e nel decidere chi vogliamo essere quando toccherà a noi. L’amore, qui, non occupa il centro della scena: filtra dai margini come una luce obliqua. È poco? È il massimo possibile. E, in tempi, questi, che chiedono scorciatoie, è già molto.

Autore: Yaroslav Trofimov
Traduttore: Stefano Travagli
Editore: La nave di Teseo
EAN: 9788834619940