Morirò in terra straniera di Kalani Pickhart si svolge alle porte di una guerra che fa seguito ad altre guerre, in una terra in cui l’affermazione della propria identità si definisce attraverso i conflitti, là dove la propria casa è un campo da gioco per influenze mondiali e la quotidianità scandita dall’incertezza, si incrociano i destini di quattro persone tanto diverse tra loro quanto intrecciate da esperienze vicine.
Morirò in terra straniera di Kalani Pickhart
La guerra è sempre stata quieta: come un battito, la si può dimenticare. Passa inosservata. Come un battito, la sentiamo solo finché c’è.
Poggia l’orecchio sul petto di un cadavere e lo sentirai: il vuoto come un’eco.
Avete mai ascoltato il vostro orologio dopo che si è fermato? Il suono – quel vuoto doloroso. Come una fontana secca che si crepa al sole.
Alle porte di una guerra che fa seguito ad altre guerre, in una terra in cui l’affermazione della propria identità si definisce attraverso i conflitti, là dove la propria casa è un campo da gioco per influenze mondiali e la quotidianità scandita dall’incertezza, si incrociano i destini di quattro persone tanto diverse tra loro quanto intrecciate da esperienze vicine. L’Ucraina senza pace partorisce storie di resistenza, di assenze da colmare con una speranza spinta sempre un metro più in là, alla ricerca di un futuro ulteriore oltre ogni logica.
Nel 2014 a Kyiv, durante le manifestazioni contro un governo che tenta di sopprimerle con la violenza, si svolgono e si annodano le storie di Katya, una dottoressa americana nata in Ucraina; Misha, un ingegnere che ha perso la moglie; Slava, una giovane attivista alla ricerca di sé stessa; Aleksandr Ivanovich un ex agente del KGB con un passato tormentato. Un racconto condiviso dai quattro personaggi, ma che si espande e trova respiro all’interno della situazione generale di una terra martoriata, di una popolazione che non rinuncia a battersi, di una politica che ha conseguenze molto concrete sulle vite delle persone.
Pickhart gestisce le quattro storie attraverso capitoli brevi, continuando a passare da una all’altra e raccordandole con la storia più generale. Intreccia la cronologia in maniera libera, focalizzandosi sui temi più che sui tempi, pur scandendo i fatti in modo preciso, quasi cronachistico, ma in una cronaca del cuore.
I fatti narrati sono strazianti, sia a livello più generale che per quanto concerne i protagonisti, ma il sentimento viene inserito in una prosa dall’andamento lineare che si raggruma in certi punti, che si interroga, e interroga, in conseguenza di quanto raccontato, in un modo talmente concreto da far pesare le domande come macigni, come ferite sulla pelle, nodi dell’anima che ingolfano le intenzioni. La scrittura ha cuore, è pulsante, ma senza mai specchiarsi nel sentimentalismo, scaturendo da precise istanze, da ben determinati colpi allo stomaco.

La perdita e la speranza
La perdita, quando accade, ha un ricordo più forte della memoria visiva che viene modellata nel cervello. È qualcosa che la carne conosce, i muscoli conoscono, come un ballerino che esegue un passo fatto centinaia di volte, come un musicista che suona una canzone o una scala dopo decenni di allenamento. È qualcosa che il corpo sa, qualcosa che il corpo percepisce mentre la mente si adatta, risponde, reagisce.
Il romanzo ha al suo interno temi importanti, trattandosi di Ucraina oggi più che mai. Vorrei però focalizzarmi su un particolare filo conduttore che c’entra con la guerra ma in questa non si esaurisce: cioè la perdita. Tutti e quattro i protagonisti, in modo differente, sperimentano la perdita di persone amate, subiscono ferite che segnano una vita, infilandoli in labirinti di cui il cuore non troverà mai l’uscita. Le loro vite hanno solchi tracciati talmente in profondità da doverli per forza seguire, così si inseriscono in eventi più grandi con fardelli pregressi, devono attraversare la storia con un pensiero sempre ulteriore.
Eppure c’è l’altro lato della medaglia: la speranza. Le storie dei personaggi arrivano a toccarsi perché tutti nutrono ancora qualche speranza nel futuro. Magari si tratta di speranza disperata, di un accanimento quasi animalesco, di un’insistenza trascinata, insomma non di una speranza limpida e pienamente elaborata, ma pur sempre di una luce sul futuro, per quanto fioca e fredda. Quindi la speranza di una terra, dei suoi abitanti, si mescola a quelle personali dei protagonisti, alimenta anzi quest’ultima e, forse, viceversa.
Le perdite subite dai personaggi sono il motore di nuove esperienze, motore di cui avrebbero fatto volentieri a meno, così come le vicissitudini ucraine sono il motore per nuove lotte. In fondo si tratta di lottare, di conquistarsi, se non un posto al sole, almeno uno sbavo di d’ombra da cui osservarlo, per insistere su questo terreno impervio chiamato vita, dove più di una messe insieme fanno un popolo, e non lasciare che il passato resti impassibile di fronte al futuro. La perdita come evento senza ritorno che spinge alla cieca, ma che può condurre alla lotta, non esclude la resistenza, ma anzi la rende ancora più insistita. O, semplicemente, è la vita che s’impone al di là delle ferite, è la comunità che si compatta oltre i giochi di potere.
Kalani Pickhart – Morirò in terra straniera – Cantoni Editore
Traduzione: Lisa Ceccarelli