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Lo sbilico – Alcide Pierantozzi

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi porta il lettore là dove non vorrebbe essere, non avrebbe mai creduto di poter essere. Lo fa attraverso una scrittura incredibile, così ricercata eppure così spontanea, con quella precisione differente in grado di sublimare l’indecente e incarnare l’aleatorio. Una penna che si sporca le mani pur restando cristallina, non fa sconti ma non banalizza, non si specchia nella propria espressività perché ha un’urgenza comunicativa ulteriore a qualsiasi stallo.

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi

La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Io scrivo libri, scrivo sui giornali, sono altrettanto maniacale nell’onorare gli impegni lavorativi, nel seguire la scena letteraria, nel rispettare i miei amici Io sono generoso perché so che da un momento all’altro potrei avere bisogno degli altri. Eppure non riesco a essere altrettanto disciplinato nell’essere «io», e ogni episodio in cui la malattia si rivela viene visto dagli altri come un sopruso. Quasi pretendessero, data la mia presunta intelligenza, uno sforzo in più per non essere matto.

Vivere è complicato, ma lo è ancor di più quando non si è sintonizzati con il normale flusso delle cose, quando i propri schemi mentali non combaciano con una funzionalità diffusa. Entrare nella mente di chi è connesso in modo differente al mondo è difficile, pressoché impossibile, anche per i professionisti che se ne occupano e che conoscono i meccanismi, hanno a che fare con diverse persone del genere, ma non possono aderire al nucleo personale dell’individualità. Perché se è vero che esistono schemi ricorrenti, che i meccanismi fisici sono studiati e, in parte, conosciuti, è altrettanto vero che il nocciolo buio non può essere illuminato dai tecnicismi, da parole così precise nella teoria da girare a vuoto nella pratica.

Servono parole differenti, parole con una portata più intima, che alimentano una precisione più schietta e sfaccettata, parole evocative che sanno scavare e tornare in superficie con il tesoro in mano perché lo hanno ripulito dalle scorie. Tutto questo si complica se quelle parole devono arrivare ad un pubblico, a qualcuno lì fuori che è estraneo ai fatti, non sintonizzato su quelle lunghezze d’onda e si spera di trascinarlo nel vortice, di modificarne il quieto incedere, anche solo per un breve cambio di traiettoria, un pensiero sbilenco in più.

Pierantozzi ci riesce e ci riesce alla grande. Sa portare il lettore là dove non vorrebbe essere, non avrebbe mai creduto di poter essere. Lo fa attraverso una scrittura incredibile, così ricercata eppure così spontanea, con quella precisione differente in grado di sublimare l’indecente e incarnare l’aleatorio. Una penna che si sporca le mani pur restando cristallina, non fa sconti ma non banalizza, non si specchia nella propria espressività perché ha un’urgenza comunicativa ulteriore a qualsiasi stallo. Ed è una prova talmente convincente che non importa niente se quanto racconta è vero o inventato, perché annulla la distanza tra autore e lettore con l’unica arma in grado di farlo: la parola, una parola curata ma lanciata in faccia senza remore.

Tra corpo e realtà

I temi sono tanti, si tratta di un viaggio all’interno di una mente inceppata, quantomeno per gli standard imposti, che scandaglia minuziosamente i più piccoli moti, le pieghe meno accettabili. Riporto solo un paio delle suggestioni che il libro ha messo in moto.

Il collegamento tra mente e corpo è solidissimo, pare una banalità, ma non credo lo sia. Soprattutto per chi tende a partire per la tangente, avere un corpo di riferimento diventa àncora da una parte e condanna ulteriore dall’altra. Da un lato il corpo risulta un appoggio sicuro, una testimonianza evidente del proprio stare nel mondo; dall’altra però è veicolo di ulteriori ossessioni, di delusioni e preoccupazioni che alimentano l’alterazione.

Pierantozzi cura in modo maniacale il corpo attraverso l’allenamento in palestra, effettuare gli esercizi gli permette di mantenere la concentrazione e liberarsi momentaneamente delle storture della mente. D’altro canto, il corpo è ormai riempito di medicinali, portatore di malattie (vere o presunte), ed è anche ciò che non permette alla mente di funzionare dato che il cervello è corpo.

Inoltre, mentre la mente può estraniarsi, il corpo è in mezzo al mondo, non può fare a meno di trovarcisi. E ci si trova con le manifestazioni di tic e manie, con le disfunzionalità sessuali, è il biglietto da visita che ti preclude i nascondigli, è la dichiarazione d’inceppamento al mondo, ma anche il riferimento costante della propria mente, il peso da portarsi addosso. Si tratta di una protesta vivente contro la presunta separazione tra mente e corpo, l’indicazione di un’impossibile via di fuga dal connubio forzato.

La parola

Le parole, per i matti, sono feconde. Io ne conosco tantissime, perché sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione degli eventi fededegna. Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella scompagine che ho in testa. Ogni giorno le cerco nei dizionari, nei libri antichi, nelle traduzioni, e ne faccio dispensa.

L’altro modo per evitare flussi autodistruttivi del pensiero è quello di scrivere. Come un evento miracoloso, una chiamata mistica, da bambino Pierantozzi raccoglie un vocabolario dei sinonimi e dei contrari tra quelli caduti da un furgone dopo un incidente in autostrada. Da quel momento si dedica a interiorizzare le parole presenti nel vocabolario, cercando poi di inserirle nei discorsi.

In questo modo la parola assume un significato salvifico, ma la parola di per sé più che la scrittura tutta. Pierantozzi viene affascinato, fino alla fissazione, dalle parole al di là dei contesti, sono i contesti ad adattarsi alle parole, i significati vengono raggiunti dalla somma delle parole che, prima di tutto, contengono un’energia di per sé. Sono i mattoni che formano l’edificio e Pierantozzi analizza e riconosce ad ogni singolo mattone la sua importanza.

In un mondo che lo isola, dove nessuno riesce a connettersi con lui e lo scherno è l’arma impropria degli stessi insegnanti, la parola diventa il rifugio in cui coltivare la propria unicità, ma anche l’apertura inaspettata al mondo, la connessione comunicativa che viene esasperata fino a diventare un’ulteriore particolarità. Ed è proprio la parola che Pierantozzi ha imparato a piegare così bene alla propria espressività che permette a questo libro di arrivare con tale pienezza, un cerchio che si chiude tra la sua solitudine di uomo e la capacità di arrivare agli altri come scrittore.

Non si può entrare nei meccanismi di un disagio, è solo l’illusione che ci dà la buona letteratura, e che incredibile illusione.

Alcide Pierantozzi – Lo sbilicoEinuadi

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