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Il vegegufo – Mariapaola Cantele

Il vegegufo di Mariapaola Cantele affonda la penna tra i pensieri di una protagonista che racconta il proprio sprofondare, prima in maniera lucida e quasi distaccata, poi via via in modo sempre più allucinato, in una spirale mentale che precipita per una vertigine di coscienza.

Il vegegufo di Mariapaola Cantele

Signori, io sono un vegegufo: un qualcosa di mezzo tra un vegetale e un muto uccello notturno accecato dal sole; […] ma in questa entità nuova io mi sono pienamente realizzata, e vi ho finalmente trovato serenità e pace.

Serenità e pace come rifugio strategico da sé stessa, dal mondo, da sé stessa nel mondo: tutto fuorché quello che pretende di essere, perché non risulta una condizione di stabilità, bensì un nascondiglio malriuscito, una barriera disperata e fragile. Il vegegufo è l’armatura di Annamaria, quel che resta di una donna crollata sotto i colpi di una sottrazione reiterata, la condizione catatonica dell’irrecuperabile.

Annamaria ha tentato di uccidere i suoi due bambini dopo che Luca, il marito, le ha dichiarato l’intenzione di lasciarla per un’altra donna. La conseguenza, a cui la protagonista non ha voluto sottrarsi, è la condanna a dieci anni in un ospedale psichiatrico in cui Annamaria compie la trasformazione in vegegufo, uno stato di mancata responsività al mondo esterno: ai medici, alle infermiere, alle suore, all’unico mondo che ormai le si muove intorno.

Cantele affonda la penna tra i pensieri di una protagonista che racconta il proprio sprofondare, prima in maniera lucida e quasi distaccata, poi via via in modo sempre più allucinato, in una spirale mentale che precipita per una vertigine di coscienza, una caduta mai libera dai lacci che hanno tirato e trattenuto i suoi pensieri negli anni, un rotolare che intrica la matassa.

La scrittura è ispirata, sia perché in grado di regalare passaggi notevoli, sia perché non perde mai la presa sulla narrazione, riuscendo a donare limpidezza ad un materiale che è un pantano, ad essere affilata senza semplificare, a insinuarsi in percorsi mentali intricati e mettere alla berlina comportamenti e idee. La penna imprime un personaggio memorabile e non grazie al fatto scatenante, talmente grande da rischiare di oscurare e incanalare tutto, bensì al di là di esso, rendendolo la detonazione quasi inevitabile.

Il vegegufo

D’amore non si muore, forse

«Tu non conosci la misura dell’amore, Anna; te ne lasci aggredire come da una malattia, e poi, per difenderti, uccidi; non c’è scampo: tu sarai indotta ad uccidere tutti quelli che ami, e nessuno di coloro che ami potrà salvarsi; lo sai anche tu, confessa: è la verità.»

Il tribunale condanna Annamaria alla pazzia per limitarla, per consegnarla all’eccezionalità di una condizione fuori dal comune, allontanandola da qualsiasi normalità. Il gesto incriminato non può, non deve, essere contemplato come possibile nell’alveo della società, dev’essere espulso come una mostruosità dettata da una condizione mentale anormale, un morbo impresentabile da isolare.

Eppure Annamaria è cresciuta in piena società, nei margini che le hanno tratteggiato per potersi muovere nella direzione corretta. Nessuno ha mai cercato di individuarne le peculiarità, accudendone le incertezze e accettandone le complicanze. Hanno sempre tutti coltivato la sua inadeguatezza innaffiandola di perbenismo e pregiudizio, costringendola a contorsioni innaturali per riuscire ad entrare nella scatola preconfezionata. Eppure Annamaria non veniva da un universo parallelo, era di questo mondo, aveva solo qualche garbuglio un po’ più intricato.

Annamaria si è sempre vista rifiutare l’amore, costringendola a ricercarlo in modo spasmodico, anche dove per lei non ce n’era. Le è stato rifiutato così tante volte e in così tanti modi da portarla a non riconoscerlo quando l’ha avuto davanti e a sorprenderlo nei nascondigli che non ha mai frequentato. L’amore non ricevuto e l’amore offerto, tutto sformato in un falso movimento, in una confusione risolta attraverso l’accanimento, la pretesa di aver intrapreso l’unica via percorribile, a dispetto dei fantasmi con cui fare i conti. Annamaria è una donna colta e in carriera, ma allo sbando dei sentimenti non torna utile la sua laurea, la lucidità e l’ironia del suo sguardo che non riesce, non vuole essere disincantato fino in fondo, reclama il proprio posto nel mondo e allo stesso tempo ne ha paura.

Gran bel recupero, valeva proprio la pena.

Mariapaola Cantele – Il vegegufoCantoni Editore

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