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Il sari verde – Ananda Devi

Il sari verde di Ananda Devi ci porta in una piccola stanza intima da cui però si intravedono chiaramente gli echi della riflessione sui temi della decolonizzazione e il suo intrinseco legame con la figura di un uomo che libera l’uomo, ma dove la donna non ha un ruolo.

Il sari verde di Ananda Devi

Che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia pare sia un’idea più europea che mondiale. La dimostrazione è evidente leggendo i nuovi autori della scrittura africana, caraibica, sudamericana e asiatica in parte. Seguendo Boaventura de Sousa Santos, si potrebbe dire che capitalismo e patriarcato si debbano combattere insieme, altrimenti non sussiste veramente la lotta.

Di sicuro Ananda Devi, nata sull’isola di Mauritius, terra di confluenza tra numerosi elementi etnici, culturali e linguistici, ha affilato una dialettica spietata e cruda che non salva neanche i buoni dalla doverosa opera di critica e, con Il sari verde, dimostra la sua capacità di includere nella sua critica antropologica anche la critica politica.

Autrice di ascendenza indiana, è tra le voci più acclamate della letteratura africana contemporanea, scrive in francese, lingua con la quale ha esordito giovanissima come autrice di racconti. Dopo aver conseguito un dottorato in antropologia a Londra, ha vissuto per molti anni in Congo, per poi trasferirsi in Svizzera. Nel 2010 è stata nominata dal governo francese cavaliere dell’Ordine delle arti e delle lettere.

Basterebbe solo il prologo del libro per raccontare la scrittura cinica e cruda, ma allo stesso tempo sperimentale e profonda, di cui questa autrice mauriziana è capace. Infatti, come incipit troviamo una dichiarazione dello stesso protagonista del romanzo che si descrive come vecchio, burbero, cattivo e violento, tuttavia un essere umano né migliore né peggiore di altri.

Dopo un incipit così forte, il libro prosegue attraverso i racconti di un medico dalla sua infanzia fino al letto di morte, dove ora si trova costretto a causa dell’avanzare dell’età e degli acciacchi. È molto interessante la sua condizione di medico in un paese povero e sempre sull’orlo del collasso politico, poiché nelle isole Mauritius ci sono molti gruppi etnici e religiosi differenti spesso in conflitto fra loro, contrapposta a quello di figlio, marito e padre.

Una stanza intima con l’eco di grandi temi

I ricordi del vecchio uomo scorrono fluidi attraverso il racconto di episodi, di situazioni e a volte anche solo di atmosfere. È possibile tracciare tre epoche di questo uomo: quella in cui era figlio e povero; quella in cui è diventato uomo, dottore, carnefice, marito e padre; un’ultima in cui il ricordo obbligato sul letto di morte lo costringe a fare i conti con sé stesso.

Il vecchio dottore si racconta inizialmente come vittima della povertà e di una situazione sfortunata, forse a comune a molti in un paese povero, orfano sin da giovane ha dovuto combattere con la durezza della vita per farsi uomo. Ha commozione per quella situazione iniziale, ancora si considera una vittima del destino.

La percezione di essere vittima, poi responsabile della situazione degli altri ed infine eroe, giustifica la sua durezza, la sua violenza. “Ho vissuto una vita esemplare, ma tutte queste donne ne hanno deformato il senso, alterato la rettitudine. Avevo tante cose da insegnargli. Non hanno capito che ero un eroe”. Questa è la giustificazione di un uomo violento che ha per anni esercitato la sua forza su moglie e figlia, questa è la giustificazione di un atto riconoscibile soltanto come sopruso.

Lo stratagemma che utilizza Amanda Devi è quello di scavare nella psicologia del vecchio uomo facendolo parlare liberamente, facendolo raccontare le sue violenze che ovviamente nella mente dell’aguzzino devono avere una giustificazione per essere accettate. Anche le piccole ripicche da parte delle donne vittima di violenza sono inserite in un rapporto dialettico aguzzino-vittima, tanto da essere accettate quanto punite, fino al clamoroso ribaltamento di senso per cui il piccolo atto di ribellione di bucare le mutande dell’uomo diviene la sua salvezza con una banda di guerriglieri quando si rifiuterà di abbassarsi i pantaloni.

Ananda Devi vuole raccontarci come la violenza domestica, ahimè, sia ricompresa da parte di chi la esercita, ma purtroppo anche da chi la subisce, come una questione privata che faccia parte appunto del normale andamento di una famiglia. In questo gesto patriarcale la scrittrice vuole sottolineare come anche la lotta al colonialismo, o al post-colonialismo, possa essere combattuta da uomini che ritengono assolutamente legittima la violenza sulle donne o addirittura necessaria a correggere l’andamento del mondo. In tanti passaggi, che potremmo definire di riflessione sociale, l’uomo si lascia andare sulla troppa libertà concessa alle donne e sulla necessità che gli uomini facciano un po’ di ordine nel mondo.

Molto interessante il luogo in cui ci porta Ananda Devi, una piccola stanza intima da cui però si intravedono chiaramente gli echi della riflessione sui temi della decolonizzazione e il suo intrinseco legame con la figura di un uomo che libera l’uomo, ma dove la donna non ha un ruolo.

Leggere Il sari verde è un ottimo accompagnamento se vi state avviando su un percorso di letteratura antropologica e politica sui temi del colonialismo e della globalizzazione dei diritti.

Ananda Devi – Il sari verdeUtopia Editore
Traduzione: Allegri Giuseppe Giovanni

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