Il mago di John Fowles propone un gioco in cui verità e menzogna si inseguono costantemente fino a non distinguersi, in un vortice di colpi di scena talmente chiamati da essere spiazzanti. Il mondo, solcato da personaggi e persone costantemente in bilico, in cui è avvolto il protagonista è un labirinto di metafore e richiami letterari sempre tesi a significati personali, una girandola di identità.
Il mago di John Fowles
E di colpo mi balenò l’ultima verità, mentre stavamo lì, tremanti, indagatori, tra tutto il nostro passato e tutto il nostro futuro; in un momento in cui la differenza tra fissione e fusione stava in un niente, il minimo movimento, tradimento, un’altra incomprensione.
Un giovane letterato inglese in Grecia può solo naufragare tra le onde che si infrangono contro la sua impostazione borghese e perdersi inesorabilmente in un’incapacità cronica di stare in equilibrio; o forse, se accetta il rischio fino in fondo, può ritrovarsi approdando su rive non segnate sulla propria mappa, riconoscendosi laddove non trova appigli per farlo; o forse, non si ritrova e non si perde, perché in fondo rimane vittima di un inganno che parte da sé stesso e, attraversando mari e monti, come un cerchio imperfetto su sé stesso si chiude sbilenco, spiegazzato da mani estranee.
Nicholas, giovane laureato inglese, si reca come insegnante su un’isola greca per sconfiggere la noia e un amore finito. Quando la noia sta per riprenderlo anche lì, fa la conoscenza di Conchis nella sua villa: un uomo ricco e ben più vecchio. Nicholas rimane irretito dai discorsi, dalle situazioni e dai personaggi che Conchis gli propone, costringendolo ad arrancare dietro le diverse trame e a perdere la bussola della verità.
Fowles propone al lettore il gioco di Conchis attraverso gli occhi di Nicholas, un gioco in cui verità e menzogna si inseguono costantemente fino a non distinguersi, in un vortice di colpi di scena talmente chiamati da essere spiazzanti. Il mondo, solcato da personaggi e persone costantemente in bilico, in cui Conchis avvolge il protagonista è un labirinto di metafore e richiami letterari sempre tesi a significati personali, una girandola di identità che finisce per coinvolgere anche quella del giovane che, posto di fronte ai vari enigmi, deve scegliere la propria, riconoscerla.
L’autore si prende molto spazio, lascia che il racconto inceda senza fretta, anche se il ritmo viene assicurato dalle continue situazioni insolite. La penna si sofferma sul paesaggio greco che costituisce uno sfondo suggestivo, incalza quando l’azione prende il sopravvento e il pensiero si fa confuso, indugia sulle elucubrazioni e i sentimenti di Nicholas; sarebbe bastato anche meno? Non credo, e non perché tutte le pagine siano allo stesso livello, ma perché la costruzione di questa grande allucinazione aveva bisogno di essere coccolata per sprigionarne le potenzialità.

Il gioco dell’uomo
Mentre ricominciava a parlare annusai l’aria notturna, sentii sotto i piedi il cemento duro, toccai un pezzo di gesso che avevo in tasca. Eppure continuai ad avere l’intensa sensazione, quando alzai i piedi da terra e mi sdraiai all’indietro, che qualcosa stava cercando di insinuarsi tra me e la realtà.
Si tratta ad un libro che si presta a molte chiavi di lettura e così ricco di elementi che raccontarlo male non ne esaurirebbe certo la ricchezza. Quindi farò l’unica cosa sensata che mi viene in mente, proporrò una delle chiavi di lettura che mi è venuta leggendo.
L’atteggiamento di Conchis, per stessa ammissione dell’autore, potrebbe definirsi come giocare a fare dio, tentare di muovere i fili delle marionette dimostrando a quella che si crede libera tutti i fili che la legano. Però, come è naturalmente umano che sia, il gioco degli dei coincide con il gioco degli uomini. Nicholas, dietro tutti i misteri irrisolti, si ritrova a dover capire sé stesso, il proprio modo di stare nel mondo e nell’amore. Tutte le situazioni, i dubbi, i rancori, i desideri che il protagonista vive sono sì mossi dall’”alto”, ma vengono apparecchiati per lui, ricamati su misura e Nicholas stesso deve trovare la propria misura, impadronirsi della prossima mossa.
Il merito di Fowles è quello di non indicarci la soluzione di ogni nodo, appiattendo tutta la costruzione in una conoscenza assoluta. Nicholas, che narra in prima persona, a tratti fa lo stesso gioco con il lettore: conosce alcune risposte ma non le rivela, tenendo il lettore all’oscuro di diverse curve nel percorso. Nicholas stesso sa benissimo che alcune messinscene dozzinali non possono essere proposte per ingannare, mentre altre verità insinuate potrebbero nascondere tranelli. Questo gioco degli dei propone di avere fede in qualcosa che è palesemente incostante, inaffidabile. Il senso di tutto quanto viene tenuto nascosto, non si arriva ad una soluzione e Fowles lascia che il lettore perda per strada anche qualche pezzo in più.
Infine però Nicholas, per quanto frastagliato, il proprio percorso lo compie, in modo tutto personale, senza capirci forse gran che, perdendo fiducia e sicurezze, non riuscendo a fidarsi più di nessuno, ma ritrovandosi con una parte di sé stesso. La fine di questo viaggio non è per forza dirimente, non è detto che debba essere una conclusione, ma di certo ha creato una narrazione di sé e a sé. Qualcuno avrà pur mosso i fili, ci sono state maschere e inganni, incertezze ed errori… tutto così umano, tutto così collegato all’essenza dell’essere umano: grandiosità e meschinità che si abbracciano, giochi di potere e amori che si rincorrono, elucubrazioni in grado di dare spiegazioni che non sfociano in nulla. E la colpa di chi è? A chi la si vuole dare? Come se ciò che si insinua tra noi e la realtà non fossimo noi stessi.
John Fowles – Il mago – Safarà
Traduzione: Gioia Zannino Angiolillo e Lucrezia Pei
A cura di: Lucrezia Pei e Pasquale Donnarumma