Il libro della scomparsa di Azem Ibtisam narra vicende in un contesto complicato e delicato oltre ogni misura e lo fa senza semplificare, utilizzando una formula vincente: battere su qualcuno dei temi e non pretendere di esaurire il discorso. L’idea di base è forte e rischiosa per la gestione del racconto: da un giorno all’altro, tutti i palestinesi scompaiono dai territori contesi con gli israeliani.
Il libro della scomparsa di Azem Ibtisam
Un libro che narra vicende in un contesto complicato e delicato oltre ogni misura e lo fa senza semplificare, utilizzando una formula vincente: battere su qualcuno dei temi e non pretendere di esaurire il discorso. L’idea di base è forte e rischiosa per la gestione del racconto: da un giorno all’altro, tutti i palestinesi scompaiono dai territori contesi con gli israeliani. Pur partendo da un presupposto d’impatto, la narrazione si dipana su un piano intimo, andando a incunearsi nelle pieghe personali, stanando ciò che si annida al di là delle apparenze. Senza però dimenticare il sentimento degli interi popoli, il movimento più grande che comprende e veicola i singoli individui.
I due personaggi principali sono Alaa, arabo, e Ariel, israeliano, due amici che vivono nello stesso palazzo a Tel Aviv. A dire il vero, più che di amicizia si tratta di un incrocio casuale di due individui non del tutto dissimili, sotto certi aspetti, pur se appartenenti ai due lati della barricata. Alaa è presente attraverso il suo diario personale che Ariel legge dopo la sparizione, un diario che consentirà ad Ariel di avere un incontro postumo più approfondito con una persona che con lui non era mai arrivato ad aprirsi come su quelle pagine. Il contorno è delineato attraverso altri personaggi di passaggio e molto dai luoghi che si rivelano talmente differenti agli sguardi da non sembrare gli stessi.
Ibtisam lavora su due prose differenti: molto passionale e sofferta quella dei diari di Alaa, che naturalmente sono scritti in prima persona, quasi glacialmente razionale la terza persona che narra il movimento a vuoto di Ariel. I diari si fanno insistenti su alcuni temi e hanno al centro del discorso la nonna morta di Alaa, vera e propria destinataria degli scritti, un dialogo incalzante con l’assenza. Ariel, corrispondente per un giornale statunitense, gira senza meta e senza spiegazioni alla ricerca di risposte, ma pare quasi più una necessità professionale che un’esigenza esistenziale. La penna dell’autrice si rivela elegante quanto le intenzioni narrative, perché riesce ad ottenere efficacia pur gestendo il racconto senza isterismi, calibrando passione e distacco con una difficile precisione.

La città di chi resta
«Cammino per la città, ma lei non mi riconosce», mi ha detto una volta con voce triste.
«Come vuoi che faccia a riconoscerti, nonna? Chi sei, Alessandro Magno in persona, perché la città ti riconosca? E poi lo sai che è inanimata, non è mica un essere umano!».
«Ma che dici? Chi te l’ha detto che la città non riconosce i suoi abitanti? Voi ragazzi di oggi non capite niente… La città muore se non riconosce i suoi abitanti. L’unica cosa che non è cambiata è il mare, ma la verità è che è diventato insipido, tanta acqua per niente…».
Il diario di Alaa è una straziante analisi di quel che rimane di una città, del panorama umano che è mutato attraverso la violenza e ha lasciato incisioni profonde sui luoghi. La nonna è portatrice della memoria storica, una delle poche rimaste nonostante tutto, una delle poche che sa cosa è stato sradicato. Ma l’inquietudine della donna viene ereditata dal nipote che si trova in un guado doloroso, non riuscendo a far sentire la propria voce e faticando a recuperare quella del passato, incerto tra un presente asfissiante e un futuro che non pare poter arrivare.
Il ricordo della nonna è una ferita aperta, la memoria dei soprusi è una cicatrice mai rimarginata che continua ad espellere tossine sempre rinnovate. La rabbia impotente si tramuta in mancanza di slancio vitale, l’impossibilità di riconoscersi nei luoghi abitati e che pur sente propri sfocia in uno stordimento dell’animo che non sa incanalare. Quel che è stato fatto alla città è un’edulcorazione terrificante, una passata di presunta civiltà su cuore che pulsava vitale.
[…] Quando cala la notte, puoi trovarmi a lavare con la memoria nera le case attorno a me. Ripulisco dal biancore le facciate dei palazzi bianchi, dipingo tutto di nero. Prendo il nero dal kohl della notte e con il nero tingo tutto ciò che si trova in città. Quasi temendo che la memoria bianca si impossessi di me, la pulisco con il nero, nero di una notte senza luna. Amo il nero, perché è come noi, perché è noi.
La memoria deve lottare contro la narrazione che viene imposta, dev’essere difesa per poter sopravvivere, per non diventare ciò che non si era, per non perdere un’identità spezzata ma i cui cocci sono sparsi tutti attorno. Vivere quei luoghi per gli arabi significa viere una perenne attesa, l’attesa di chi è rimasto e ha perso i punti cardinali, un’attesa a vuoto che somiglia ad un incubo senza fine, una follia che tiene in vita, un’impossibilità vissuta sulla propria pelle tra la gente.
«Sai cosa significa passare la vita ad aspettare? Aspettare che tornino quelli che sono partiti? Per tutta la vita aspetti. Per tutta la vita parli del passato. Ma intanto il presente cresce e ti divora. Quelli che sono rimasti, un intero popolo, sembrano matti quando parlano di ciò che è stato. Come se non fosse mai stato, o fosse un mondo esistito soltanto nella loro immaginazione. Giaffa, Giaffa, è un nome che mi fa male e che maledico tutti i giorni, perché ancora la amo. […]».
In fondo è una soluzione
Da parte della cittadinanza israeliana c’è grande preoccupazione per la sparizione dei palestinesi, ma si tratta di una preoccupazione per qualche eventuale imminente pericolo, non per le persone in sé. In fondo, la sparizione del nemico è una soluzione insperata, ma un possibile attacco è la prima conseguenza che viene in mente, rimarcando un atteggiamento ego riferito che trova pochi ostacoli. Tanto è vero che l’assenza dei palestinesi, una volta che pare scongiurato il pericolo, viene assimilata con facilità, con il governo pronto a varare misure perché non possano rientrare, non si sa mai, e la popolazione lesta ad occupare le loro case.
Un tema fondamentale è quello dell’incomunicabilità anche tra le persone che parrebbero meno estremiste. Perché in quella terra l’estremismo è congenito alla situazione, non si può essere un po’, si è comunque tutto. All’inizio gli israeliani si sentono addirittura traditi dagli arabi, perché sono spariti nonostante tutti i diritti a loro concessi. L’incomunicabilità viene sottolineata dalla lettura di Ariel del diario dell’amico arabo, perché Ariel, leggendo sempre più pagine di istanze e sentimenti più intimi dell’altro, invece che avvicinarsi pare allontanarsi, sembra comprendere sempre meno la sua posizione, le sue esigenze. La conclusione del libro assimila Ariel al resto della popolazione, con una semplicità e mancanza di problematicità che spaventano, una freddezza che sa di distorta normalità.
Azem Ibtisam ci regala una gran bella prova, soprattutto perché non procede per tesi, ma tesse in una narrazione attenta e incisiva persone e luoghi, racconta ed imprime.
Azem Ibtisam – Il libro della scomparsa – Hopefulmonster
Traduzione: Barbara Teresi