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Il fazzoletto della figlia di Pipino – Rosmarie Waldrop

Il fazzoletto della figlia di Pipino di Rosmarie Waldrop è un romanzo pieno, ricco, sfaccettato e scritto in modo magistrale ma non freddo, pregno anzi di sentimento e trasporto, di sofferenza e ironia. L’unico romanzo di questa poetessa, una perla che si staglia con un respiro ampio nella sua veste cangiante.

Il fazzoletto della figlia di Pipino di Rosmarie Waldrop

Devi capire questo, Andrea.
Tu hai avuto la stessa tentazione di essere un atomo all’interno delle celle di quel convento, di quella chiesa, di quella comunità di santi. Muri e muri e gerarchie. La tentazione, la scusa per obbedire. Finché ubbidivi al tuo superiore non potevi essere colpevole di nulla. «Obbedienza, oh sovrana libertà» esclamò San Girolamo. «Oh, sacra e benedetta sicurezza».

Una stratificazione di significati e temi alimentata dalla parola in costante cesellatura, rimandi e intrecci che si confondono fino a incidere incertezze sempre un passo avanti alla risoluzione e a scolpire certezze di instabile equilibrio ma agognate come punti cardinali. La linea temporale sempre in bilico tra consequenzialità e scarti irraggiungibili, la verità, ancorata in malo modo alla realtà, fugge verso l’invenzione che si traveste da verità, i fatti storici irrompono con la banalità del loro decorso nella vita quotidiana: un denso fondale scandagliato con prosa ispirata.

In realtà la vicenda narrata è molto lineare: la storia di una famiglia tedesca (padre, madre e tre figlie) che si forma prima dell’ascesa del nazismo e lo attraversa in pieno. Non certo insolito anche l’intreccio di tradimenti coniugali e rivalse che innerva la crescita familiare. Ma in questi elementi non troppo ingegnosi, Waldrop scava per scoprire le nervature più profonde, collegare i canali sotterranei e rimarcare gabbie interpretative da cui è complicatissimo fuggire.

Il racconto procede attraverso uno scambio epistolare a senso unico, poiché leggiamo solo quanto scrive Lucy, la terza figlia della coppia, anche se la struttura non assomiglia certo alle missive, facendosi piuttosto racconto dipanato con intenzione. La penna di Waldrop è non solo ispirata, ma ricca e densa, in grado di sprigionare intensità, tra citazioni colte e richiami diretti alla realtà più dura, facendo presa sul lettore e costituendo elemento imprescindibile del racconto. Una scrittura che regge per tutte le pagine, che fa dell’allusività un elemento portante ma che sa farsi puntuale nello scoperchiare criticità. Quella che propone Waldrop è una danza dai passi eleganti vissuta come un ballo popolare, un intreccio impossibile tra ispirazione e concretezza, il punto di incontro tra due fiumi che scorrono paralleli.

Gesti e verità

Posso verosimilmente isolare un evento particolare come causa di altri eventi particolari? Elaborare un mito familiare diverso a partire da una breve frase? Un mito in base al quale il male non scaturisce dalla mamma, la strega malvagia, e dal suo freddo interiore, ma da questa breve frase? Quel «Potresti smetterla di strillare?» del papà. Un vaso di Pandora che scatenò conseguenze polari, tormente e tempeste di ghiaccio, e ricoprì tutte le strade di uno strato viscido e scivoloso, rendendo ogni passo precario, le cadute frequenti, la somma degli arti rotti ancora da conteggiare.

Il testo è ricco di temi, come sempre in questi casi  non posso che parlare solo di alcuni, trovandomi a schematizzare ciò che l’autrice invece mescola con sapienza in un unico flusso.

C’è una storia familiare che si dipana dagli anni del nazismo e arriva fino al presente. I capostipiti sono Josef e Frederika, due giovani completamente opposti che danno vita ad un un’unione impossibile poiché gli elementi tendono a fuggire in direzioni contrarie: perso negli spazi siderali lui, ancorata ad una vitalità materiale lei. Una coppia che attraversa tradimenti, processi, eventi politici, guerra, continui litigi, paternità incerta e, contro qualsiasi logica, rimane insieme senza mai cementarsi, in costante disequilibrio sulla corda sottilissima tirata sotto i suoi piedi.

Alla fine non rimaneva altro che stare insieme, sedersi insieme, mentire insieme.

L’emanazione di questo matrimonio improbabile sono le tre figlie che si devono confrontare con una paternità incerta come l’origine della loro identità mai appuntata. Le conseguenze del rapporto dei genitori sulle figlie sono il dipanarsi di un filo diretto alimentato però dalle scelte personali di ognuna.

Non si tratta però solo di un fiume che porta con sé i detriti del letto più a monte, Lucy si interroga spesso sulla potenza generativa dei singoli gesti, come quello della figlia di Pipino che, facendo cadere un fazzoletto, fonda una città, come quello di una madre che picchia il figlio, come quello di una frase di Josef che impedisce a Frederika di sentirsi libera di cantare, proprio come glielo impediva suo padre.

Da alcuni gesti scaturiscono vite intere, così come movimenti politici e guerre. Aleggia però sempre la responsabilità delle scelte, la potenza dei gesti viene raffrontata con la forza delle decisioni personali, anche di chi è vittima dei gesti, perché comunque ne compirà di propri, perché comunque ha una vita da vivere con altri. Cristallizzare una vita in un gesto rischia di non rendere giustizia a quella vita, facendo evaporare i contorni che arricchiscono la personalità, minando la complessità per sacrificarla sull’altare della suggestione.

Il racconto di Lucy è in costante bilico tra memoria, racconti, ritrovamento di documenti e invenzione. La sorella Andrea cerca la verità e Lucy cerca di dargliela, scontrandosi però con la consistenza della verità stessa che non arriva mai ad una forma realmente compiuta. Così Lucy propone una propria versione che, oltre ad una memoria che per sua natura è selettiva e va sgranandosi, è impregnata dalla sua chiave interpretativa, dai suoi desideri, dalle sue insicurezze. Tanto è vero che il racconto di Lucy è solo uno di quelli possibili, una ricostruzione sentimentale, un’ipotesi di vita che rischia di non restituire la verità, verità che però rimane una chimera per sua natura irraggiungibile, soprattutto nell’intrecciarsi delle vite.

Si tratta di un romanzo pieno, ricco, sfaccettato e scritto in modo magistrale ma non freddo, pregno anzi di sentimento e trasporto, di sofferenza e ironia. L’unico romanzo di questa poetessa, una perla che si staglia con un respiro ampio nella sua veste cangiante.

Rosmarie Waldrop – Il fazzoletto della figlia di PipinoSafarà
Traduzione: Cristina Pascotto

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